Antonia Pozzi, la poetessa che Montale definì «forever young»

Il 13 febbraio ricorre il centenario della nascita di Antonia Pozzi. Scoperta quand’era già morta da Eugenio Montale e T.S. Eliot, ha condiviso la passione per la poesia con grandi amici che faranno la storia della letteratura italiana del Novecento: da Dino Formaggio a Vittorio Sereni.

Come molti grandi poeti, anche Eugenio Montale scopre Antonia Pozzi troppo tardi. Tardi perché la poetessa, di cui il 13 febbraio ricorre il centenario della nascita, muore in gioventù. A ventisei anni, il suo corpo viene trovato poco distante dall’abbazia di Chiaravalle, nei campi. Un mix di barbiturici e il freddo della notte le cause di un suicidio evidente. Meno evidenti le ragioni della scelta. Sicuramente, nel suo animo naturalmente ferito, ha pesato l’amore impossibile per il suo insegnante di lettere classiche, Antonio Maria Cervi. Ma Antonia ha avuto tutto: una grande passione per la fotografia, per lo sci, per l’alpinismo. E per la poesia, che condivise con grandi amici che faranno la storia della letteratura italiana del Novecento: Dino Formaggio, Antonio Banfi, Remo Cantoni, Enzo Paci e Vittorio Sereni. Con quest’ultimo, l’affinità è più profonda.

Thomas Stearns Eliot, accostandosi alla Pozzi su consiglio di Montale, dice d’apprezzarne «la purezza e l’onestà d’animo». Nelle poesie dell’autrice milanese prende forma un desiderio irresistibile per la natura, una tensione adolescenziale a conoscere il senso delle cose. Questa la ragione dell’appellativo affibbiatole da Montale di scrittrice «forever young». Tutto ciò, però, velato da un senso di nostalgia, d’incompiutezza. Neppure la poesia basta a nominare ciò che si cerca. In una lettera a Vittorio Sereni scrive che «forse l’età delle parole è finita per sempre». Un blocco, ma in negativo, che era già di Dante in Paradiso. Incapace, la Pozzi, di sostenere questa impossibilità, la strada che sceglie è la stessa di Tonio Kroeger, nel famoso racconto di Thomas Mann. Il poeta «è colui che non arriva alla vita, ma va oltre la vita».

Sgorgo (da Parole, 1989)
Per troppa vita che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno.

E all’improvviso,
come per una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno
si riapre,

perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.

Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca:
si levano colombe sull’altana
come alla vista del mare.

Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l’inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.
twitter: @DanieleCiacci