L’anima del populismo e la manutenzione della Cloaca Maxima

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A chi giova il momento populista? L’espressione proviene dal filosofo Alain de Benoist, che Tempi ha intervistato per illuminare con lui la genesi e il profilo di un movimento composito, eterogeneo nei suoi affluenti ma coerente quanto basta per contenere un’anima unitaria. In punta di filologia, nel termine populismo è implicito lo stravolgimento semantico e svalutativo della parola popolo, ovvero l’insieme dei giovani in armi d’una data comunità. Oggi il populismo è considerato l’abito stazzonato e un po’ lercio di cui si ammantano i propagatori di manifeste pulsioni autoritarie e antidemocratiche urlate in modo sguaiato, minaccioso, violento perfino.
Così almeno credono i detrattori del populismo, di questa tempesta globale alimentata da impetuosi venti sovranisti espettorati da plebi spaventate, incollerite, in cerca di una rappresentanza forte: da Donald Trump a Vladimir Putin (due possenti leader di governo!) passando per l’inglese Farage, l’olandese Wilders, le signore Petry e Le Pen in Germania e Francia, e via via a scendere fino agli arcitaliani Grillo e Salvini, vasto è l’arco della crisi in cui giace la democrazia rappresentativa. Ma il punto è: il populismo è soltanto il secondo nome di un fascismo redivivo, o non è anche un avvertimento revulsivo che una profonda e maggioritaria Small Society sta rivolgendo alle oligarchie occidentaliste; un fenomeno rozzamente speculare alla così detta rivolta dell’élite di demo-tecnocrati che per almeno un ventennio ha preteso di governare la globalizzazione e le sue crisi come lo spartitraffico d’una illusoria ricchezza candidata a diffondersi in modo meccanico e uniforme? Tenderei a non scartare questa lettura. Senza dimenticare, va da sé, che i populisti possono colpire uniti nella battaglia anti establishment, ma al dunque le loro mire isolazioniste sono destinate a competere e confliggere. Esempio: agli Stati Uniti trumpisti conviene la dissoluzione del consunto asse europeo tra Berlino e Parigi, lì dove sarebbe comunque un vantaggio per Washington il possibile ballottaggio presidenziale tra la destabilizzante madame Le Pen e l’apolide Macron, un Sarkozy de sinistra e meno burino.

Nel caso di Roma, un caso di scuola, i capetti grillini hanno subito assunto le fattezze del generone predatorio, figura canonica del sottopotere capitolino. E tuttavia, quando il tiranno sarà caduto, serviranno almeno due consoli repubblicani per la manutenzione della grande cloaca esondante. Fossi in Berlusconi e Renzi, o chi per loro, mi sarei già posto il problema.
Foto Ansa
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