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Anche gli italiani si sono stancati delle proteste dei giudici

Di Emanuele Boffi
28 Gennaio 2025
A trent’anni dalla rivoluzione di Mani pulite, la fiducia nei magistrati non è più la stessa. Oggi nessuno scambierebbe più un Di Pietro per la Vergine Maria
La protesta dei magistrati durante l'intervento del ministro della Giustizia Carlo Nordio a Napoli, 25 gennaio 2025 (foto Ansa)
La protesta dei magistrati durante l'intervento del ministro della Giustizia Carlo Nordio a Napoli, 25 gennaio 2025 (foto Ansa)

C’è stato un tempo in cui i cronisti chiamavano Antonio Di Pietro «la Madonna» e i giornalisti italiani facevano a gara a dipingere l’eroe del pool di Mani pulite come un nuovo Garibaldi o un nuovo Robin Hood, con alcuni eccessi davvero grotteschi. Basta leggere l’ampia rassegna stampa che alcuni giornalisti non omologati come Filippo Facci hanno raccolto su quegli anni: dalle urla negli stadi («Di Pietro, sei meglio di Pelé»), a certe copertine dei settimanali nazionalpopolari grondanti saliva (“Di Pietro facci sognare”, Tv Sorrisi e Canzoni, luglio 1992).

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora. Da quando, cioè, il combinato disposto magistratura-stampa-sentimento popolare portò a quella rivoluzione giudiziaria che terremotò i partiti e le istituzioni del paese e che, anche col beneplacito fifone e tafazzesco della politica, condusse agli esiti attuali.

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Un’arma spuntata

Le riforme messe in campo dal ministro Nordio – dopo gli anni della pugna “toghe contro Berlusconi” – cercano, in qualche modo, di chiudere quella stagione e di riportare un po’ di equilibrio tra poteri dello Stato. La protesta inscenata nei giorni scorsi da parte di alcuni magistrati è il tentativo estremo di opporsi a questo riequilibrio, ma pare un’arma ormai spuntata o, comunque, assai meno contundente che nel passato.

Lo dicono i numeri che qualche quotidiano s’è premurato di riportare, per dare i giusti contorni alla vicenda. Ad esempio, secondo La Verità, a Milano su 765 giudici, hanno protestato in 150. A Napoli, 200 su 1.165. A Roma «su 1.067 magistrati, appena una cinquantina è uscita dall’aula quando ha preso la parola il sottosegretario di Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano». A Torino, 50 su 618. A Bologna un centinaio su 528. A Firenze, un centinaio su 500. A Genova, in proporzione, «la più animata: ad abbandonare l’aula circa 100 togati sui 329 che conta il distretto».

la protesta dei magistrati a Catania, Catania, 25 gennaio 2025 (foto Ansa)
La protesta dei magistrati a Catania, 25 gennaio 2025 (foto Ansa)

Guerra per bande

Dopo trent’anni, gli elementi del combinato disposto magistratura-stampa-sentimento popolare risultano ammaccati. La stampa conta sempre meno, e dunque anche la sua capacità di influire sulle opinioni dei cittadini. Gli stessi magistrati, come si vede dal numero delle adesioni alla protesta, sono meno propensi a farsi trascinare in piazza da una minoranza refrattaria al dialogo col governo. Infine, ed è forse il fatto più evidente, il consenso diffuso di cui le toghe godevano è evaporato.

Saranno state le tante inchieste finite nel nulla; saranno stati i tanti casi di politici “perseguitati” e quindi scagionati; saranno state le parabole degli “eroi” di Mani pulite; sarà stato che, ogni qual volta qualcuno ha cercato di intestarsi la questione morale (vedi Grillo e i grillini), poi s’è visto come è andata a finire; sarà stato che alcune vicende clamorose (leggi caso Palamara) hanno rivelato quali “guerre per bande” si svolgevano tra le toghe; sta di fatto che, finalmente, dopo trent’anni, pure gli italiani hanno capito che di Madonne vergini, tra i magistrati, non ce ne sono.

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