L’America ci riprova: attacchiamo la Siria. Anche se per un premio Pulitzer «le armi chimiche le hanno usate i ribelli»

Il segretario di Stato Kerry cerca invano di convincere i militari ad abbattere Assad. Ma per Hersh: «L’attacco di Ghouta non fu responsabilità del governo siriano». Confermando i sospetti espressi su Tempi da Gian Micalessin

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Il segretario di Stato americano John Kerry continua a fare pressioni sul Pentagono per ottenere il via libera e attaccare militarmente la Siria o perlomeno fornire addestramento e materiale bellico decisivo ai ribelli siriani per abbattere Assad.

MILITARI CONTRO KERRY. Lo ha rivelato ieri il Wall Street Journal, secondo cui i militari continuano a dichiararsi contrari a un intervento controproducente. Per il quotidiano «il disaccordo tra un dipartimento di Stato falco e un Pentagono colomba è l’ultimo capitolo nell’agonizzante dibattito sulla Siria che va avanti da tre anni dentro l’Amministrazione».

ANCORA ARMI CHIMICHE. Kerry è tornato alla carica dopo che fonti della Difesa israeliana hanno affermato che l’esercito siriano avrebbe usato agenti chimici “non letali” contro i ribelli a Harasta, vicino a Damasco, il 27 marzo. Ancora una volta, è l’uso di armi chimiche ad alimentare il dibattito negli Stati Uniti dopo che Barack Obama aveva annunciato nell’agosto scorso un imminente attacco militare per punire Assad di avere usato il gas sarin contro i ribelli a Ghouta lo scorso 21 agosto.

L’INCHIESTA DEL PREMIO PULITZER. Ma che sia stato l’esercito siriano a usare gli agenti chimici a Ghouta non è per nulla pacifico e assodato, così come non è mai stato appurato il numero delle vittime. Proprio oggi la Repubblica pubblica in prima pagina l’inchiesta del premio Pulitzer Seymour Hersh, secondo cui sarebbero stati i ribelli, insieme alla Turchia, a inscenare un attacco chimico a Ghouta per spingere l’Occidente a intervenire e rovesciare così Assad, che se non stava propriamente vincendo la guerra, non era di certo in una situazione di svantaggio e aveva il tempo dalla sua come prezioso alleato.

«SONO STATI I RIBELLI». Citando una fonte riservata dell’intelligence americana, Hersh afferma che l’intelligence inglese ha per prima fornito le prove alla Casa Bianca che erano stati i ribelli a usare le armi chimiche. L’incertezza sulle responsabilità reali portò poi Obama il 31 agosto a sospendere l’attacco programmato per il 2 settembre e a chiedere un voto del Congresso. L’ipotesi dell’attacco si arenò e il presidente americano colse al volo la proposta della Russia di far consegnare ad Assad tutte le armi chimiche a disposizione per farle distruggere.
Sulla decisione pesò anche l’opinione pubblica mondiale contraria, rinvigorita dalla veglia di preghiera organizzata da papa Francesco per la pace in Siria.

DUBBI GIÀ ESPRESSI. Il risultato dell’inchiesta di Hersh non è però un fulmine a ciel sereno. Già altri giornali, tra cui Tempi, avevano espresso diversi dubbi sulle prove a disposizione degli americani per affermare che l’attacco fosse responsabilità del governo siriano. Ora la storia potrebbe ripetersi ma la ritrosia dei militari americani è un monito che dovrebbe essere ascoltato: perché attaccare oggi la Siria favorendo la diffusione del terrorismo e di Al Qaeda, storico nemico dell’Occidente e americano? Perché cercare di instaurare nuove amichevoli relazioni con l’Iran e poi attaccare un suo alleato diretto? Una risposta potrebbe essere trovata nelle pressioni dell’Arabia Saudita o nel tentativo di dare una spallata all’alleato più importante di Assad, Vladimir Putin.

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