«Aleppo è diventata una grande prigione»

Da undici mesi vice parroco latino ad Aleppo, padre Firas racconta come sopravvivono i cristiani e cosa gli ha detto l’inviato Onu per la Siria Staffan De Mistura

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Per portare una testimonianza di prima mano al pubblico italiano, a cominciare da quello del Meeting di Rimini, ha sfidato i cecchini annidati fra le rovine di Beni Zeid, dove passa l’unica tortuosa strada che collega la parte di Aleppo sotto controllo governativo al sud del paese. La più insanguinata delle città siriane vive nella morsa di un assedio duplice e reciproco: le truppe governative hanno isolato la Aleppo ribelle tagliando l’ultima strada che la collegava al confine con la Turchia e ai rifornimenti che da lì arrivavano, i ribelli hanno reagito coalizzandosi e dando l’assalto all’unico collegamento vitale fra la parte governativa della città e le altre zone sotto il controllo di Damasco, quello che attraversa il quartiere di Ramouseh nel sud-est. Adesso chi vuole uscire da tale area deve imboccare una strada sterrata dove camion e corriere non possono transitare, farsi scortare da veicoli militari e sperare che i cecchini ribelli non riescano a prendere la mira.

Ma padre Firas Lutfi, vice parroco latino di Aleppo, francescano siriano, è uomo abituato a fare quello che altri non farebbero, in spirito di obbedienza ai superiori e con francescana letizia: undici mesi fa fu destinato ad Aleppo, città nella quale aveva servito in tempo di pace, e subito lasciò la tranquilla Italia dove era stato assegnato per partire alla volta della Siria. Mentre milioni di persone fuggivano il teatro del più letale dei conflitti contemporanei, lui risaliva solitario la corrente per approdare alla parrocchia di san Francesco, nel quartiere di Azizieh. Dove ha incontrato la realtà che conosceva solo nel virtuale dei notiziari televisivi e degli articoli di giornale. «Ho toccato con mano la sofferenza fisica e morale del piccolo gregge che è rimasto sul posto. Ho toccato con mano la paura delle bombe, il dolore di chi è rimasto mutilato, le lacrime di chi ha perso dei familiari, la guerra che si imprime nel cuore e nelle menti oltre che nella carne delle persone, che segna la sorte di una popolazione e di una società intera che si va disfacendo. La mia missione è una presenza accanto a chi soffre, partendo dalla fiducia nel Signore, fuori dalla quale c’è solo disperazione. Ho pregato che mi desse la forza di essere la Sua forza, per poter dare luce e coraggio a quelle persone».

Ad Aleppo i francescani attualmente sono, compreso il vescovo Abou Khazen, in sei. È il gruppo di religiosi cristiani più numeroso, anche perché le altre parrocchie (quella caldea, quella melkita, quella siro cattolica, quelle armene) sono quasi “scomparse” a causa dell’esodo dei parrocchiani. Dei 150 mila cristiani che risiedevano ad Aleppo non ne sono rimasti, secondo le stime dei francescani, più di 30 mila. Il tasso di esodo dei cristiani appare sensibilmente più alto di quello del resto degli abitanti, che sarebbero passati, sempre secondo le stime dei religiosi, da 3 milioni a 1,5 ripartiti per i tre quarti nell’area della città sotto controllo governativo e per il restante quarto nella zona sotto il controllo dei vari gruppi ribelli. I cristiani dispongono di più contatti e punti di appoggio degli altri siriani, sia dentro che fuori del paese, e questo li incentiva a lasciare la città. Effetto collaterale di tutto questo è che sulla parrocchia dei francescani ormai convergono anche fedeli delle altre Chiese, compresi gli ortodossi. «Siamo impegnati a custodire i corpi e le anime», dice padre Firas. «Provvediamo il cibo, l’acqua, le medicine, il denaro per comprare il gasolio per generare elettricità, il sostegno psicologico, l’ascolto della sofferenza. Nel religioso la gente trova una persona di fiducia, un fratello o un padre che consola. Consolare vuol dire fare compagnia, dare consiglio, provare compassione per il dolore altrui. Tutto questo aiuta le persone a resistere senza abbandonare la città. Davanti alla guerra siamo tutti impotenti, non possiamo fare nulla per affrettare la pace. Però possiamo aiutare per il pane quotidiano e per rinnovare la speranza in Dio, che può tutto».

Ad Aleppo la parrocchia di san Francesco è composta di tre elementi: il primo è la chiesa con gli uffici parrocchiali e il convento, nel quartiere di Azizieh; il secondo è la succursale di Er Raim, in un quartiere molto esposto ai bombardamenti; la terza è il collegio di sant’Antonio nel quartiere universitario, dove sono accolti gli anziani trasferiti da un ospizio che si trovava in zona di combattimenti. Purtroppo nel maggio scorso bombe di mortaio sono cadute pure sul collegio, un’anziana è morta e un’altra è rimasta ferita. L’aiuto materiale alle 700 famiglie della parrocchia (prima della guerra erano 1.300) consiste principalmente nella fornitura una volta al mese di pacchi alimentari molto sostanziosi, soprattutto per le famiglie numerose, nel pagamento del diesel per i generatori elettrici di quartiere per chi ha bisogno di energia supplementare, nel restauro di 80 abitazioni che erano state danneggiate e i cui abitanti non avevano altro luogo dove trasferirsi. «Aleppo è diventata una grande prigione», afferma. «E dopo l’offensiva di 7-8 mila jihadisti che hanno interrotto la strada da Ramouseh la gente ha paura di fare la fine dei cristiani della piana di Ninive in Iraq, costretti a fuggire alla disperata per l’attacco dell’Isis. Per due settimane ad Aleppo ovest non è entrato nemmeno uno spillo».

A Rimini padre Firas ha pure incontrato Staffan De Mistura, l’inviato dell’Onu per la Siria. Gli strappiamo qualche dettaglio del loro colloquio riservato. «De Mistura mi ha confidato che lui spera si arrivi a un accordo fra le parti entro ottobre, altrimenti si precipiterà completamente nel caos». Messa così sembra un’allusione a cambiamenti della politica americana nella regione dopo le presidenziali previste per l’8 novembre. «Lui dice che Aleppo è la Stalingrado siriana, chi vince lì fa pendere la bilancia dalla sua parte, ma dice anche che nessuno può vincere questa guerra, e che un accordo per Aleppo potrebbe diventare il modello che mette fine alla guerra in tutta la Siria. E ha ribadito che farà di tutto per ottenere una tregua dei combattimenti e fare affluire aiuti umanitari. Io gli ho detto: “Signor ambasciatore, la tregua servirà a fare affluire altre armi, e la guerra proseguirà più crudele di prima”. Ma lui ha insistito a dire che farà di tutto per ottenere delle tregue per far arrivare aiuti umanitari alla popolazione, perché la gente è esausta». «Ha ammesso che le armi e i combattenti, inclusi quelli jihadisti, arrivano dalla Turchia, e che lui spera in un cambiamento di strategia che porti a un accordo fra Turchia, Russia e Iran che aiuterebbe molto ad arrivare a un’intesa finale. Ci ha invitati a pregare per questo!».

Chiediamo notizie sull’oratorio estivo che per il secondo anno si è tenuto fra giugno e luglio presso la parrocchia: 350 bambini e ragazzi fra i 6 e i 12 anni. «Per me era la prima volta, è stata un’esperienza bellissima, molto ecumenica: c’erano anche bambini armeni e ortodossi, ormai siamo il punto di riferimento di tutti i cristiani. La festa finale si è svolta presso il collegio di sant’Antonio, di cui io sono il direttore. Sono stati giorni di gioia e divertimento, ma anche di impegno cristiano: abbiamo riflettuto sul tema della misericordia, e abbiamo accompagnato i ragazzi a compiere opere di misericordia. Hanno visitato un orfanotrofio e giocato con quei bambini, aiutato degli anziani che vivono soli in appartamento, visitato quelli che sono alloggiati al collegio e che avevano subito le bombe in maggio».

Padre Firas ci tiene moltissimo a ringraziare gli italiani che non si sono dimenticati delle sofferenze di Aleppo, e prima ancora che per gli aiuti economici ringrazia per le preghiere. «Con gioia abbiamo scoperto che erano nati tanti gruppi di preghiera, che in alcune piazze d’Italia il 20 di ogni mese si pregava il Rosario per noi e per tutti i cristiani perseguitati. Abbiamo avvertito questa vicinanza spirituale, l’Italia è stato il paese che più di tutti ci è stato vicino spiritualmente. E tanti italiani ci hanno aiutato finanziariamente, rendendo possibili attività di sostegno verso i parrocchiani che altrimenti non avremmo potuto compiere. Grazie alle vostre preghiere e ai vostri sacrifici economici tanti di noi non hanno ceduto alla disperazione!».

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