Al referendum sulle scuole paritarie di Bologna anche Gramsci voterebbe B

Intervista al sottosegretario all’Istruzione Toccafondi. «Non solo la Costituzione, anche Gramsci era per la “scuola libera”. Ma non ci sono più i comunisti di una volta»

Gabriele Toccafondi, sottosegretario al ministero dell’Istruzione nel governo Letta, è intervenuto ieri sera a Bologna in un incontro sul referendum sulle materne paritarie. Come il ministro Maria Chiara Carrozza, anche Toccafondi ha sostenuto l’opzione B ricordando che la Costituzione italiana non vieta affatto la possibilità di dare soldi pubblici alle scuole private paritarie. «Senza oneri per lo Stato è una facoltà non una norma», ha detto, citando il padre costituente Epicarmo Corbino. E, dopo aver snocciolato i numeri che spiegano la convenienza del modello pubblico integrato bolognese, Toccafondi ha citato Antonio Gramsci, dando un suggerimento alla composita formazione di sinistra che ha promosso il referendum.

Toccafondi, anche il ministro Carrozza ha scelto l’opzione B. Un bel segnale?
Quello che ha detto il ministro è l’esempio di un uso corretto della ragione. Qui non è questione di fare una battaglia ideologica sui massimi sistemi, ma si tratta di stare sui numeri e sulla realtà. E la realtà insegna che l’esperienza del modello pubblico integrato di Bologna funziona e funziona bene. Come, del resto, funziona bene in tutta Italia il modello di scuola pubblica introdotto nel 2000 dalla riforma Berlinguer. Checché ne continuino a pensare gli esponenti del variegato mondo di quella sinistra che sta promuovendo il referendum, che va da Sel ai Cinque stelle, passando per la Cgil, la Fiom e i girotondini.

E qual è la realtà dei fatti?
La realtà dei fatti, dati alla mano, è che le 13.557 scuole paritarie di tutta Italia, che dall’asilo alle superiori accolgono 1 milione e 141 mila studenti, ricevono dallo Stato 502 milioni di euro di contributo, circa 500 euro a testa per alunno che vanno direttamente alla scuola. I 7 milioni e 800 mila studenti della scuola statale, invece, costano allo Stato, facendo una media, circa 7 mila euro l’uno. Con una semplice operazione, è facile quindi calcolare che il maggiore esborso teorico per lo Stato, se domani dovessero chiudere tutte le private paritarie, per accogliere gli studenti rimasti a casa sarebbe di oltre 7,4 miliardi di euro.

Ma con quei 502 milioni di euro sottratti alle paritarie  – direbbero i referendari – si potrebbero costruire nuove scuole statali.
È vero, ma quello che non dicono i referendari è quante scuole si potrebbero costruire e gestire con 502 milioni di euro l’anno: sicuramente un numero irrisorio rispetto al fabbisogno che si verrebbe a creare e a cui già risponde la presenza delle private paritarie. Se tanto ci tenevano alla scuola statale a Bologna, poi, anziché spendere 600 mila euro per promuovere il referendum, avrebbero potuto investirli in istruzione, permettendo così a 857 famiglie di godere del servizio.

L’ambigua formulazione del referendum lascia pensare a una consultazione per cambiare una legge nazionale. Come stanno davvero le cose?
Il referendum di domenica è solo consultivo e vale per la città di Bologna, anche se la formulazione fa pensare a una consultazione nazionale. Meglio ribadirlo. Quello che è peggio, però, è che è formulato come se non esistesse la legge Berlinguer, contrapponendo la scuola statale a quella privata mentre la scuola che l’Italia conosce, ormai, è una sola ed è la scuola pubblica, sia essa privata paritaria, comunale o statale.REFERENDUMB-come-Bologna copia

«Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato», recita l’articolo 33 della Costituzione. A questo si appellano i referendari. Sbagliano?
Sa cosa disse l’onorevole Epicarmo Corbino, l’autore di quel comma, il terzo dell’articolo 33,  quando, all’Assemblea Costituente, venne votato? Glielo rileggo: «Con il “senza oneri per lo Stato” noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire in aiuto degli istituti privati, ma che nessun istituto privato potrà mai sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. È una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o non dare». Non so se mi spiego. È una facoltà, non una norma, quella di dare o non dare contributi pubblici alle scuole private. È una clausola e non un principio. Pertanto, va interpretata come tale. E la legge Berlinguer ha fatto proprio questo, l’ha interpretata disciplinando la materia; e nessuno ha mai avuto da obiettare sulla costituzionalità dell’articolo 33. A maggior ragione dopo che il comma successivo e, ancora una volta, la legge Berlinguer fissano i diritti e gli obblighi delle scuole che chiedono la parità, come quelli sulla sicurezza e l’inclusione. Se poi vogliamo dirla proprio tutta, già una sentenza del 1994, ben prima della riforma Berlinguer, dichiarò incostituzionale una fornitura di libri di testo gratuita che si limitava agli alunni delle scuole statali escludendo quelli delle private, ma non vorrei dilungarmi troppo…

Sta dicendo che è meglio conoscere la Costituzione, prima di chiamarla in causa?
È solo per rispondere a chi fa della “filosofia” sul dettato costituzionale… ma le dirò di più. C’è anche un altro articolo nella Costituzione, il trentesimo che sancisce il diritto-dovere per i genitori di mantenere, istruire ed educare i propri figli. E se c’è un diritto-dovere dei genitori alla libertà di scelta educativa va da sé che ci sia anche la garanzia dell’uguaglianza di trattamento, come riconosciuto dall’articolo 3 della Costituzione, affinché il diritto di poter scegliere sia effettivo. Ben vengano, pertanto, le convenzioni delle paritarie con il pubblico.

Perché battersi in difesa della scuola pubblica e rivendicare l’efficacia del modello integrato di Bologna?
Noi, come Pdl, in questo momento, potremmo anche stare a guardare o cavalcare la vicenda da un punto di vista ideologico, ma non lo facciamo. Ci interessa, infatti, che il sistema scolastico italiano sia il più inclusivo ed efficiente possibile. Pensare che debba essere lo Stato ad avere il monopolio della risposta educativa e culturale alle esigenze del paese è fuori da ogni logica, oltre che una concezione superata, tanto che anche il Pd la pensa come noi.

Vuole lanciare un appello a quella sinistra che, invece, non la pensa come voi e il Pd?
Mi permetto soltanto ci citare Antonio Gramsci, uno dei pensatori più importanti della sinistra italiana che nel 1918 scrisse su Il grido del popolo: «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente del controllo dello Stato. (…) Noi dobbiamo farci propugnatori della scuola libera e conquistarci la libertà di creare la nostra scuola. I cattolici faranno altrettanto dove sono in maggioranza; chi avrà più filo tesserà più tela». Ma forse, a sinistra, non ci sono più i comunisti di una volta.