Senza agricoltura la cucina italiana non sarebbe patrimonio Unesco
Nel dicembre dell’anno appena trascorso, il settore agroalimentare europeo si è trovato al centro di due eventi apparentemente distanti, ma, in realtà, strettamente collegati da un filo conduttore comune: il ruolo degli agricoltori. Da un lato, le proteste dei “trattori” a Bruxelles, animate non solo da produttori italiani, hanno rappresentato la risposta decisa contro i tagli finanziari previsti dalla nuova Politica Agricola Comune (PAC), stimati intorno al 20 per cento.
Dall’altro, il prestigioso riconoscimento da parte dell’Unesco della cucina italiana, come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, ha sottolineato ancora una volta il valore universale della nostra tradizione gastronomica. Questi due momenti, pur sembrando separati, sono uniti dal contributo essenziale degli agricoltori, senza i quali non esisterebbero né il cibo né la cura del paesaggio, né tantomeno la cultura culinaria che tutto il mondo ci invidia.
Da dove nasce la qualità della cucina italiana
La qualità della cucina italiana nasce nei campi e negli allevamenti, grazie all’impegno degli imprenditori agricoli e nella trasformazione delle materie prime in prodotti Dop e Igp. Non sono i grandi chef, ma gli agricoltori a gettare le fondamenta della nostra eccellenza gastronomica. Tuttavia, la politica agricola europea ha spesso commesso l’errore di contrapporre agricoltura e ambiente, produttività e tutela del territorio, sottovalutando il ruolo sociale degli agricoltori. Politiche selettive come la strategia Farm to Fork, unite alle difficoltà di mercato e agli eventi climatici e fitosanitari avversi, hanno generato diffidenza e scetticismo nel settore primario.
Il riconoscimento Unesco alla cucina italiana arriva in un momento di grande successo per l’export agroalimentare nazionale, che ha raggiunto il record di 68,5 miliardi di euro (dati Crea 2024). Tuttavia, dietro questo risultato si celano problemi strutturali mai risolti, come la distribuzione iniqua del valore lungo le filiere. Su 100 euro spesi dal consumatore per prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro rappresentano il valore aggiunto per gli agricoltori, mentre il loro utile netto si riduce a soli 7 euro dopo aver detratto ammortamenti e salari. La situazione peggiora per i prodotti trasformati, con un utile che scende a 1,5 euro (dati ISMEA).

Le filiere vulnerabili del Made in Italy
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la forte dipendenza dall’import agroalimentare, pari a 67,2 miliardi di euro (dati Crea 2024). Alcune filiere fondamentali del Made in Italy risultano particolarmente vulnerabili, a causa dell’approvvigionamento limitato e della concentrazione delle importazioni in pochi Paesi, spesso lontani o a rischio geopolitico. Mais e soia, indispensabili per i mangimi zootecnici, mostrano criticità elevate con tassi di copertura nazionale rispettivamente del 46 e del 32 per cento. Lo stesso vale per i frumenti destinati all’industria pastaria, che dipende per il 44 per cento da fornitori esteri come Canada, Russia, Grecia e Turchia. Per prodotti da forno, la dipendenza dall’import raggiunge il 64 per cento, con flussi significativi da Ungheria, Francia, Austria, Ucraina e Romania (dati 2023).
Queste dinamiche portano a una considerazione paradossale: il riconoscimento Unesco alla cucina italiana dovrebbe essere idealmente condiviso con le nazioni che ci forniscono materie prime indispensabili per la produzione di pasta, pizza, carne per la Bresaola della Valtellina e mangimi per i nostri suini e bovini, da cui ricaviamo prosciutti e formaggi. Il rischio è che, senza un rafforzamento della nostra agricoltura, il settore agroalimentare italiano possa arrivare a prescindere sempre di più dall’agricoltura nazionale, perdendo così le proprie radici e la propria identità.
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