L’Africa che non c’è più vista dai finestrini di un furgone Lancia Beta

Corbaccio riedita “Africa a cronometro”, la cronaca della Mille Miglia nera. Autore del testo il migliore tra gli inviati speciali italiani a quel tempo in forze al Corriere della Sera: Egisto Corradi

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africa-cronometro-corradiArticolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Momento migliore non si poteva scegliere per la riedizione di Africa a cronometro, il libro pubblicato nel 1952 da Garzanti che raccontava la più importante gara automobilistica mai corsa fino ad allora in terra africana: il rally Algeri-Città del Capo che si era svolto fra il 29 dicembre 1950 e il 23 febbraio 1951. Autore del testo il più bravo fra gli inviati speciali italiani dell’epoca, Egisto Corradi, a quel tempo in forze al Corriere della Sera. Il giornalista aveva partecipato come membro dell’equipaggio della Croce del Sud, un furgone Lancia Beta che si classificò al quinto posto nella sua categoria e ventesimo nella classifica generale. Durante la corsa, 16 mila chilometri attraverso l’Africa, Corradi inviò corrispondenze al suo giornale, poi tornato scrisse il libro.

Momento migliore del presente per rileggerlo non c’è, per lo straordinario effetto contrasto. La quotidianità ci mostra un inarrestabile e drammatico travaso di popolazione dai paesi africani indipendenti a quelli della vecchia Europa; Africa a cronometro descrive invece un continente ancora sotto il dominio europeo, dove i pochi bianchi comandano sui tanti neri, e dove le immigrazioni avvengono in senso opposto a quello di oggidì: sono gli europei a trasferirsi nel continente nero, in cerca di fortuna e di tranquillità dopo i disastri della Seconda Guerra mondiale, o per sfuggire all’ombra inquietante di una Terza Guerra mondiale (è già scoppiata la guerra di Corea, Est e Ovest sono già in rotta di collisione). Sono bastati due terzi di secolo per ribaltare una realtà storico-politica che sembrava destinata a durare: nel libro non ricorrono mai le parole decolonizzazione, indipendenza, emigrazione africana. I bianchi appaiono sempre sicuri di sé e della propria superiorità, i neri sottomessi e privi di ambizioni. Tuttavia Corradi coglie, col suo sguardo totalmente aderente alla realtà, i segnali di cambiamenti politici a venire nella determinazione dei camerieri nigeriani a non farsi più chiamare “boy”, e soprattutto nei silenziosi sguardi indagatori dei minatori sudafricani: «Nessuno che non abbia visto può immaginare questi minatori neri e con quali occhi guardino noi bianchi e quali pensieri suscitino. Vi guardano silenziosi, con lunghe meditabonde occhiate, dal buio; vi guardano anche da molto lontano, vi seguono con gli sguardi. Ci odiano dell’odio cieco degli schiavi: ci odiano di un odio che sul fondo d’una miniera d’oro si tocca, che si legge sui visi».

A più riprese Corradi si lamenta dell’assurdità di attraversare l’Africa da un capo all’altro senza poterla incontrare per davvero, sempre correndo col cronometro in mano. Il rimpianto è costante: «Amaro modo di conoscere l’Africa. Vediamo di Africa, in fondo, quel tanto che si può vedere dai cristalli di un’automobile in corsa, non un filo di più. Sappiamo tutto sulle strade dell’Africa, ma nulla sappiamo dell’Africa».

Una sensibilità fuori dal comune
E tuttavia le descrizioni di uomini, cose e paesaggi che riesce a distillare da bordo del veicolo e nelle brevi soste sono sontuose, frutto di una capacità di osservazione, di doti di scrittura e di una sensibilità fuori dal comune. Le dune del deserto: «Da vicino le dune diventano color di rosa, ci strappano gridi di meraviglia. Frutto delle carezze del vento, di carezze di millenni, sembrano essere fatte di schiuma rosa più che di solida sabbia. Non uno spigolo, non una punta, ma curve soltanto, tutta la gamma delle curve possibili. Fanno nascere vaghi pensieri di notte nuziale: sono teneramente invitanti, teneramente chiamano con tenui marezzature, con curve armoniose, con dorati seni colmi di polvere rosa».
Il fiume Niger: «Mi aspettavo che avesse acque torbide, gialle, teverine; le ha invece azzurre come quelle del Brenta. È opulento, immenso, corre tra selve di canne verdi popolate di sciami d’anitre, tra baobab di commovente mole, tra giganteschi eucalipti, tra salici piangenti grandi come selve, tra altissime palme».

«Primitivi e felici»
L’umidità equatoriale: «Feroce caldo umido. Sudiamo in modo leggero e continuo, abbiamo tutti la pelle lucida a qualsiasi ora del giorno e della notte; ma sudano anche i nostri indumenti nelle valigie, come fossero stati lavati e male asciugati. Qualsiasi cosa si tocchi la si sente viscida al tatto, appiccicaticcia. Le impronte umide dei bicchieri rimangono sui tavoli ore ed ore, incapaci di evaporare». E soprattutto la fisicità di africani e africane: «Seppelliamo in nuvole di polvere schiere di petti di giovani donne rivolti aggressivamente all’insù come fiori di magnolia, schiere di torsi poderosi di maschi. Frusciano al vento le chiome dei grandi alberi, contro il cielo lievemente azzurro. Orgia di nudi, braccialetti e collane di conchiglie o di rame o d’oro su tornite braccia e bruni colli, collanine di perle colorate ad inguini femminili lucidi come seta; petti nudi di ragazze coi capezzoli violacei».

E per un’unica volta, Corradi si lascia andare: «Stiamo uscendo, per sempre, dalla terra d’una gente felice, primitiva e felice».

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