Aborto. La rimozione del grumo di cellule, la nostra coscienza “pulita” e la festa buddista dei figli mai nati

Cosa insegna la celebrazione giapponese del mizuko kuyo a noi occidentali preoccupati solo di far sparire l’aborto prefino dalla memoria

«E tu mi sei venuto accanto, mi hai detto: “Ma io ti perdono, mamma. Non piangere. Nascerò un’altra volta”. Splendide parole, bambino, ma parole e basta. Tutti gli spermi e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più. Non tornerai mai più. E continuo a parlarti per pura disperazione »: con queste parole Oriana Fallaci nella sua Lettera a un bambino mai nato esprime tutta la drasticità e la tragicità dell’aborto.

Il passo è senza dubbio di rilievo in quanto dell’aborto, in genere, non si parla, o comunque se ne parla poco e per lo più falsandone artificiosamente le sfumature con effervescenti e intorpidenti cromatismi ideologici. A ben guardare, del resto, sembra inevitabile che dell’aborto non si parli; non per un malinteso senso del pudore di stampo puritano, e nemmeno, come ingenuamente si ripete da parte di alcuni, perché è una di quelle questioni su cui si riceve una legittimazione solo dopo averne provato l’esperienza (con implicita, ma mica tanto, esclusione dall’ambito discorsivo della metà maschile del cielo), ma per altro.

Sull’aborto, infatti, sembra gravare il peso del suo stesso destino. Dell’aborto non si parla non perché non vi sia nulla da dire, ma proprio perché vi sarebbe così tanto che le parole non sarebbero sufficienti, se ne parlerebbe cioè, come ha precisato la Fallaci, solo per pura disperazione.

L’aborto è un fenomeno che implica la rimozione di una vita e perfino della possibilità di discutere di tale rimozione. È un evento, per i patiti delle sottigliezze filosofiche, annichilente. Annichilisce la vita, la madre, il figlio; annichilisce il padre, la coppia e la genitorialità; annichilisce la norma, la natura e la cultura; annichilisce la scienza, il pensiero e la parola; in altri termini, annichilisce la verità, cioè la dimensione fondativa della realtà, ovvero la relazionalità. Del resto, come si comprende senza la necessità di essere dei sofisticati filosofi, non potrebbe essere nient’altro che annichilente ciò che tutto annienta, perfino e soprattutto la vita e la verità.

Certo, non tutti riescono a vedere simili piccole, ma rilevanti differenze concettuali ed esistenziali, essendo più lontani dal problema di ciò che ritengono a causa della vertiginosa altezza del loro titanismo morale, della loro prometeica volontà di dominio sulle sorti della vita, sulla vita del diritto e perfino sul diritto alla vita. Del resto, per i titani morali odierni, cos’altro è l’embrione se non un grumo di cellule? Cos’altro è il feto se non una persona che è ciò che ancora non è? Cos’altro è l’essere donna se non il polo eroico, antitetico, inconciliabile, il cui titanismo s’invera e s’incarna in quella imperiosa volontà di potenza che smembra e disincarna il figlio nella reciprocamente tormentosa procedura abortiva, con il polo dell’essere madre?

E come se tutto ciò non fosse ancora sufficiente, alla rimozione della vita del figlio, subentra la rimozione della rimozione, il cui esito disumano e disumanizzante si rileva nella elisione del ricordo, nell’oblio di ciò che è accaduto, nell’assenza di rimembranze sul fatto che non c’è più chi avrebbe potuto esserci, chi stava per esserci, anzi, chi ci sarebbe sicuramente stato. E così, il mero grumo di cellule intrauterino diviene un impuro rifiuto organico extrauterino, una mera metamorfosi burocratica da un modulo ospedaliero ad un altro, un ciclo non riciclabile, un ricordo non memorabile.

Eppure non occorre certo essere dei bigotti cattolici per avvertire che qualcosa in fin dei conti non torna.

Ecco come si spiega, per esempio, la pratica rituale del mizuko kuyo dei buddhisti giapponesi per commemorare i figli mai nati a causa dell’aborto. Il rito prevede una statuetta rappresentante il figlio defunto. L’immagine il più delle volte è resa quanto più verosimile possibile, tanto che spesso viene decorata e agghindata perfino con un bavaglino e dei giocattoli. La statua viene quindi posizionata sia in luoghi privati che pubblici, addirittura sono sorti interi templi adibiti alla commemorazione dei figli abortiti. La cerimonia può essere più o meno complessa e vede il più delle volte la partecipazione dei genitori e anche dei membri della famiglia con inchini, accensioni di ceri e candele e recitazioni di sutra (formule tratte dai testi sacri buddhisti).

Il mizuko kuyo, addirittura, nella maggior parte dei casi viene celebrato ad ogni anniversario dell’aborto e, nella sua forma pubblica rappresenta per la famiglia un ufficiale riconoscimento, sebbene postumo, del figlio abortito. Il rito del mizuko kuyo, allora, diviene rilevante non già per assecondare quelle snobbistiche voglie di esotismo orientale che tanto tipiche sono di una certa parte dell’intellighenzia culturale nostrana, ma perché può aiutare a comprendere, cioè a rendere intellegibile, il fenomeno dell’aborto proprio in quell’Occidente che oramai su di esso non si interroga più.

Il rito del mizuko kuyo insegna, infatti, che se la rimozione abortista è già contraria all’uomo, la rimozione della rimozione, come avviene nella mancanza di commemorazione, di ricordo, di pietà morale, giuridica e funebre nei confronti dell’abortito, è ancor più disumana. Il mizuko kuyo può insegnare, dunque, che l’abortito, come essere umano, merita di essere celebrato, nonostante tutto, affinché non si perda il contatto con la propria coscienza, cioè con quella dimensione che Robert Spaemann ha giustamente individuato come elemento costituivo dell’essere persona.

In conclusione, il mizuko kuyo, con la legittimazione derivatagli dal suo appartenere alla fascinosa (per definizione) cultura orientale, può insegnare a un assopito e muto Occidente che sebbene l’aborto lasci senza parole e che sebbene tutte le parole utilizzabili circa l’aborto non saranno mai compiutamente esaustive per descriverne appieno la tragicità, il silenzio della rimozione non può costituire la risposta adeguata, poiché, proprio il silenzio sull’aborto rappresenta il suo il più grande accusatore, in accordo con le parole di Pascal per il quale, appunto, «il silenzio è la più grande persecuzione».