A dieci anni dalla strage degli angeli di Beslan cosa rimane? Il pianto di quelle madri, grido contro l’avanzata del nulla

Nell’anniversario del massacro, ripubblichiamo un articolo che apparve su Tempi. «Niente di loro è rimasto in quella scuola imbottita di esplosivo. Girano attorno alle macerie le madri con le foto dei figli in mano, come reclamando»

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Papa Francesco ha scritto una lettera in ricordo delle vittime della strage di Beslan. La missiva, indirizzata alla gente della cittadina dell’Ossezia del Nord, sarà recapitata loro da padre Paolo De Carli. Cade oggi, infatti, il decimo anniversario del primo giorno della cosiddetta “strage di Beslan”. Tra il primo e il 3 settembre 2004, oltre 1200 persone furono sequestrate da un commando di separatisti islamici ceceni all’interno di una scuola. Tra continui spari, rilasci, fughe, i sequestrati rimasero per tre giorni nella palestra dell’istituto. Infine, il 3 settembre, dopo che i terroristi fecero esplodere due bombe all’interno della palestra, ci fu lo scontro a fuoco con i militari delle forze russe. Al termine, si contarono i morti: persero la vita 331 ostaggi, tra cui 186 bambini. Oltre settecento furono i feriti. Di seguito riportiamo un articolo di Marina Corradi che apparve su Tempi il 9 settembre 2004.

E giorni dopo l’ecatombe si scopre che centinaia di bambini a Beslan non si trovano. Niente di loro è rimasto in quella scuola imbottita di esplosivo. Girano attorno alle macerie le madri con le foto dei figli in mano, come reclamando: guardateli, esistevano davvero, eccoli. Ma, come a Ground Zero, la voragine non restituisce centinaia di corpi. Disse un pompiere a Manhattan: «Quando l’acciaio fonde e il cemento si sgretola con il calore, cosa può diventare la carne umana? Ditemelo. Tutta questa polvere nell’aria, questa polvere che respiriamo, è cemento e carne».

Quei bambini, dunque, portati via nel nulla. Come nel fumo di Auschwitz. Uomini come il nulla, come nelle fosse comuni dei gulag, o delle foibe, ossa gettate senza un nome e senza un segno. Annota Hannah Arendt ne Il pensiero secondo, pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale: «Il pensiero occidentale, anche nei suoi periodi più tenebrosi, aveva fino allora concesso al nemico ucciso il diritto al ricordo come evidente riconoscimento del fatto che tutti siamo uomini. Solo perché lo stesso Achille si preparava per la sepoltura di Ettore (…) solo per questo non tutto era perduto e non poteva esserlo. Rendendo anonima persino la morte, i lager la spogliavano del suo significato di fine di una vita compiuta. In un certo senso, essi sottraevano all’individuo la sua morte, dimostrando che da quel momento niente più gli apparteneva ed egli non apparteneva più a nessuno. La sua morte non faceva altro che suggellare il fatto che egli non era realmente mai esistito».

E dunque che centinaia di corpi di bambini a Beslan non possano nemmeno avere sepoltura assume una valenza simbolica tragica. Inceneriti, annientati, solo le madri attonite, le foto in mano, a urlare che vivevano, che avevano quella faccia, quegli occhi. Ma c’è, in questo modo di dare la morte e poi di sottrarla ai riti del lutto, il marchio riconoscibile del totalitarismo. Come ha detto recentemente André Glucksmann, nel terrorismo globale si incarna il nichilismo dei totalitarismi del secolo scorso, del nazismo e dello stalinismo. Come questi, il terrorismo di Beslan o di Manhattan non ha alcun limite etico, persegue i suoi fini mostrando di considerare gli uomini un niente.

Scriveva Hitler nei Tischgesprache: «Una mosca depone milioni di uova, che periscono tutte. Ma le mosche rimangono». Bisogna avere un pensiero simile in testa – uomini come mosche, che muoiono, ma poi rimangono – per minare una scuola con 1.500 bambini. Poi, dopo l’esplosione, una voragine, e madri impazzite che giurano che quel bambino esisteva. Ma solo una polvere acre nell’aria. Il nulla? No, le madri no, fino alla morte, e oltre, a quel nulla non si rassegneranno mai.

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