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La preghiera del mattino

La verità sui “tagli” alla scuola e la crisi demografica

Di Piero Vietti
04 Novembre 2026
Proteste di sinistra e sindacati per i 7 mila posti in meno nella scuola nei prossimi tre anni. Ma gli studenti sono sempre meno e non è continuando ad assumere che le cose andranno meglio. Rassegna ragionata
Banchi vuoti in una scuola
Banchi vuoti in una scuola (foto Ansa)

Scrivono Virginia Piccolillo e Valentina Santarpia sul Corriere della Sera:

Da Avs Angelo Bonelli parla di «rapina sociale». Il capogruppo FdI Bignami ribatte: «L’unica rapina è il superbonus da 174 miliardi». Tutto consueto. Ma inedita è la «sorpresa» dello stesso dicastero del ministro dell’Istruzione e merito, Giuseppe Valditara, per quei quasi 7 mila posti in meno nella scuola, previsti nel triennio 2027- 2029. Nel Consiglio dei ministri non se ne sarebbe accennato. E la «sorpresa», filtra da Viale Trastevere, sarebbe arrivata con le tabelle del ministero dell’Economia, guidato da Giancarlo Giorgetti. Leghista come Valditara. Nei prossimi tre anni meno 6.974 posti (di cui 4.925 nell’organico dell’autonomia dei docenti e 2.049 tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario Ata). I sindacati sono in rivolta.

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Scrive Marina Della Croce sul manifesto:

Già lo scorso anno la legge di bilancio prevedeva un taglio di 7.834 posti del personale. Cui bisogna sommare i quasi settemila previsti dal ddl di bilancio. Si tratta di circa cinquemila cattedre in meno a decorrere dal 2027/2028 dell’organico di potenziamento e di 2.049 posti di personale Ata. Scorrendo le tabelle allegate, i risparmi sarebbero quantificabili in 83,9 milioni di euro nel 2027 e in 251,7 milioni di euro dal 2028. A questo danno si aggiunge la beffa del sostegno alle scuole private: le scuole pubbliche piangono e quelle non statali vengono letteralmente salvate dalla crisi e festeggiano fondi a pioggia. La manovra assegna più di 200 milioni di euro di finanziamenti diretti agli istituti non statali. L’articolo 104 proroga per il prossimo anno il Buono scuola da 1.500 euro per le iscrizioni alle scuole paritarie di primo grado e al biennio del secondo grado.

Per fortuna il radicale Riccardo Magi, di +Europa, ha un’idea geniale, come riporta il Corriere: legalizzare la cannabis e destinare i proventi a scuola e sanità.

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Il grande equivoco di questa vicenda di “tagli” che poi tagli non sono è che non si tratta di una questione economica, o della scelta governativa di togliere fondi alla scuola per metterli altrove, ma delle conseguenze della crisi demografica. Ha scritto Maurizio Belpietro su La Verità:

Tra le tante anomalie italiane ce n’è una che mi colpisce: più diminuiscono gli studenti, più aumentano gli insegnanti. Lo documenta un recente studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, un istituto di ricerca guidato da Carlo Cottarelli, ex direttore del Fondo monetario internazionale e già senatore del Partito democratico. In dieci anni, vale a dire fra il 2015 e il 2024, i professori sono passati da 834.000 a poco meno di un milione, con un tasso di crescita del 16%. Al contrario, gli alunni sono scesi da quasi 8 milioni a 7. Vi state chiedendo come sia possibile che a fronte del calo di iscritti alla scuola pubblica aumenti sensibilmente il numero dei docenti? Beh, se lo devono essere chiesti anche al ministero dell’Istruzione, che infatti con la nuova manovra finanziaria ha deciso di darci un taglio, riducendo il personale previsto di qualche migliaio di unità. […] Lo studio dell’osservatorio della Cattolica spiega: «Se si volesse mantenere costante il rapporto studenti/insegnanti del 2024, il numero di docenti dovrebbe diminuire a un tasso pari a quello, sopra riportato, degli studenti». In pratica, per conservare gli attuali parametri, si dovrebbero tagliare gli organici del 25% e del 13%. La ricerca ci fa capire infatti che il taglio di 5.000 professori e 2.000 tra bidelli e segretarie è acqua fresca, perché se volessimo davvero fare i conti con la realtà dovremmo rinunciare ad almeno 200.000 persone oggi impiegate nella scuola.

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Qualcuno propone di fare classi meno numerose e mantenere lo stesso numero di insegnanti e personale Ata. Ma anche quello delle cosiddette “classi pollaio” è un falso problema in Italia. Lo spiega il Foglio in un editoriale:

“Migliaia di studenti si sono mobilitati per chiedere una scuola pubblica più finanziata. La risposta del governo è invece quella di tagliare 7.000 posti”. A ricasco, i sindacati e l’opposizione: compatti nel denunciare i presunti tagli selvaggi della legge di Bilancio. Non è così, basterebbe leggere i numeri della demografia, che da oltre un decennio indicano la strutturale diminuzione degli alunni – il fenomeno si sente ormai in ogni ordine di scuole – e il conseguente esubero di sempre più insegnanti. I settemila tagli, di cui cinquemila docenti, sono in pratica un semplice mancato rimpiazzo del turnover. E il motivo è chiaro: ci sono meno classi in cui insegnare (spoiler: tra un po’ ci saranno anche edifici vuoti sul cui futuro riflettere). Come ha spiegato il presidente della Fondazione Agnelli Andrea Gavosto dal 2025 al 2030 la riduzione dei giovani in età scolare (3-18 anni) sarà di 796 mila unità, meno 10 per cento: “Circa 40 mila classi in meno, il che corrisponde di fatto a 70 mila docenti in meno… che fa più o meno 11 mila all’anno, spalmati su 5 anni. Quindi paradossalmente la riduzione dei docenti dovrebbe essere addirittura doppia della legge di Bilancio”. I sindacati dicono che si dovrebbero fare classi più piccole, in modo da spalmare gli esuberi. Ma, a parte che le “classi pollaio” esistono solo nella cattiva pubblicistica, andrebbe notato, come spiegano gli analisti, negli ultimi dieci anni, nonostante il calo di alunni, i docenti sono aumentati di 142 mila (124 mila di sostegno, a proposito di inclusione). E’ necessario ripensare la scuola per l’Italia che verrà, non scendere in piazza per rivendicare il posto fisso.

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In tempo di Manovra tutto si trasforma in polemica preventiva, figuriamoci se una misura tocca la scuola, in Italia da sempre terreno di scontro ideologico e sindacalizzato. Il gioco delle parti coinvolge tutti, come sempre: a sinistra gridano alla distruzione della scuola e parlando di licenziamenti, a destra fingono di non saperne niente (dopo Valditara anche Salvini ha detto che non era al corrente della misura). Ma volendo chiamare le cose con il loro nome, il mancato rinnovo di circa 7.000 posizioni lavorative nella scuola statale non sono né licenziamenti né tagli – e nulla c’entrano le briciole per le paritarie e il buono scuola, un aiuto alle famiglie che toglie spese allo stato – ma la conseguenza di un allarme, quello demografico, sottovalutato e mai preso sul serio da decenni, e che oggi inizia a chiedere il conto (Tempi lo denuncia da anni, e un anno fa dedicò una copertina proprio all’inverno demografico in classe). Secondo le proiezioni della Fondazione Agnelli entro il 2040 potrebbero sparire 100.000 classi, con due milioni di studenti in meno: davvero il problema sono 7.000 dipendenti statali che vanno in pensione e non vengono rimpiazzati, dopo anni di assunzioni in totale controtendenza rispetto al calo degli alunni? La realtà è questa, fare barricate per continuare con assunzioni inutili non risolverà il problema: va ripensata la scuola di domani, occorre aiutare sempre di più le famiglie e le coppie a fare figli (qualcosa è stato fatto, ma non basta).

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