Gandolfini: «A Verona per difendere la vita, anche senza palco»

Di Valerio Pece
29 Ottobre 2026
Family Day e Pro Vita in piazza per chiedere al governo di impugnare la legge veneta sul suicidio assistito
Flash mob di Pro Vita & Famiglia contro il suicidio assistito, Roma, 4 novembre 2025 (foto Ansa)
Flash mob di Pro Vita & Famiglia contro il suicidio assistito, Roma, 4 novembre 2025 (foto Ansa)

«Ci hanno negato perfino il palco», così il professor Massimo Gandolfini. «In una città retta dal centrosinistra e in una regione governata da un centrodestra “eticamente disallineato”, questo sgarbo la dice lunga sul grande lavoro da fare riguardo il tema della difesa della vita. Vuol dire che coloro che sabato arriveranno davanti all’Arena saranno ancora più determinati a fare il bene». A pochi giorni dal sit-in organizzato a Verona dalle associazioni Family Day e Pro Vita & Famiglia per chiedere al Governo di impugnare davanti alla Consulta la legge del Veneto sul suicidio medicalmente assistito, Tempi ha incontrato il leader del Family Day. L’appuntamento è per sabato 31 ottobre alle ore 10.30 nella centralissima Piazza Bra.

Professor Gandolfini, perché questa manifestazione?

Il governo nei mesi scorsi ha meritoriamente impugnato le leggi sul suicidio assistito di Sardegna, Emilia-Romagna e Toscana. Chiediamo di farlo anche con la legge del Veneto. Non sarebbe giusto esimersi solo perché è una Regione amministrata dal centrodestra. Non c’è tempo da perdere perché il termine per impugnare la legge è molto vicino, il 9 novembre. I fatti sono noti: il 2 settembre scorso il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una legge per facilitare il suicidio dei cittadini più fragili, a cui oggi il sistema sanitario regionale non garantisce cure palliative e posti in hospice sufficienti. Si tratta di persone disperate, alcune delle quali con la nuova legge si sentiranno fisiologicamente incoraggiate a chiedere la morte invece dell’aiuto che continuano a non ricevere.

Quella del Veneto è una legge fatta male o sul tema suicidio assistito è inutile ogni legge?

Ogni legge sarebbe inutile. Basti pensare che purtroppo 16 nostri concittadini hanno già potuto usufruire del suicidio assistito. È bastata l’autorizzazione del Tribunale locale competente, cui è toccato il compito di verificare che la richiesta rispettasse i quattro requisiti indicati dalla Sentenza 242/19. Tra chi ha procurato la morte del paziente, nessuno è stato perseguito penalmente. Per cui, lo ribadisco, una legge sarebbe prima di tutto inutile: in Italia già oggi è possibile ottenere il suicidio assistito.

Nel dibattito politico c’è chi insiste comunque: una legge parlamentare sarebbe necessaria sia perché la Consulta la richiede, sia per evitare il “far west” legislativo regionale.

Oltre che inutile, una legge sul suicidio assistito sarebbe anche molto pericolosa. Negli Stati che l’hanno introdotto il numero dei morti è drammaticamente aumentato. In Olanda, per esempio, nel primo anno di legalizzazione, il 2002, i morti sono stati 12, ed erano pazienti oncologico terminali. Dopo vent’anni i decessi sono saliti a 8.720, cioè il 5,1% di tutte le morti di quell’anno in Olanda. Di questi, poi, 2.458 sono morti per le cause più varie, e 571 addirittura senza esplicita richiesta! Una mattanza. In Canada nell’anno della legalizzazione, il 2016, i casi di morte furono 130, ma già nel 2022 sono saliti a 13.421, di cui il 13.5% per solitudine, 36% perché si sentiva di peso ai parenti, 16% per abbandono. Non si riesce davvero a capire come mai si faccia così tanta difficoltà a vedere l’orrore di ciò che accade altrove o ad ascoltare chi si è pentito amaramente di aver appoggiato una legge dalla quale purtroppo non si torna più indietro.

Da cristiano praticante lei non si sottrae dal raccontare lo strano caso dei vescovi italiani, che da una parte ribadiscono con chiarezza i principi dottrinali (non potrebbero fare altrimenti), ma dall’altra, cioè sul tema dell’opportunità o meno di avere una legge sul suicidio assistito, lasciano spazio a opinioni differenti.

Sì, purtroppo nelle loro prolusioni sul tema, molti vescovi lasciano spesso “cadere” frasi a dir poco ambigue, del tipo «una legge nazionale è necessaria», rovinando così tutto ciò che avevano detto poco prima sull’intangibilità della vita umana. Spiace dirlo, ma è una posizione di un’ingenuità clamorosa, anche perché i giornali il giorno dopo saranno pronti a virgolettare esattamente quella frase, buttata lì – nella migliore delle ipotesi – in virtù di un’idea sbagliata di comunione.

Eppure parlando di “falsa compassione” Papa Leone è stato molto chiaro.

Direi di una limpidezza e lucidità assolute. Il 27 settembre, a Lourdes, guardando in faccia i malati presenti, il Pontefice ha pronunciato parole inequivocabili: «La tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta». Non siamo noi laici a dire a certi vescovi come muoversi, ma crediamo sia arrivato il momento di una maggior fermezza. A scanso di equivoci il titolo della manifestazione di sabato a Verona è “Non mi uccidere”.

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Lei ha sostenuto che la sentenza 242/19 della Corte Costituzionale, la quale afferma che la richiesta di suicidio assistito deve essere assolutamente libera e consapevole e deve provenire da un soggetto perfettamente in grado di intendere e di volere, è semplicemente «inapplicabile».

Lo ribadisco. È impossibile che in quella scelta non ci siano condizionamenti esterni o interni. Dire che la persona sceglie liberamente di suicidarsi è un assunto ideologico per nulla corroborato dallo studio della psiche umana. Le cause della richiesta possono essere molte: dal dolore all’abbandono, dalla solitudine alla disperazione. Tutte spingono verso una condotta non scelta ma provocata da una condizione esistenziale. Questa è una constatazione verificabile da chiunque. Per oltre 20 anni ho diretto il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia dell’ospedale bresciano Poliambulanza e il mio non mi sembra propriamente uno scoop.

Converrà però che dopo anni di bombardamento mediatico su quella conquista assoluta che sarebbe l’“autodeterminazione”, spiegare che la volontà di suicidio è una condizione di patologia della psiche non più così semplice.

Guardi, basterebbe consultare qualsiasi trattato di psichiatria. Aiutare una persona che chiede di morire vuol dire aiutarla a rimuovere le cause di quell’orientamento patologico. Oltre che antropologico, è anche un assurdo scientifico aiutare una persona a togliersi la vita. Mi risulta che chi ha tentato di farlo senza però riuscirci venga preso in carico da specialisti – psichiatri, psicologi o psicoterapeuti che siano – con l’obbiettivo di sanare il tono dell’umore e rimuovere le cause che hanno determinato l’evento patologico. Se invece si accettasse acriticamente il dogma della “libera volontà del paziente”, si dovrebbe giungere all’assurdo per cui chi arriva in Pronto Soccorso non vada curato bensì aiutato a completare il suo proposito suicidario. Sabato saremo a Verona per ribadire l’ovvio, la verità delle cose. Con o senza palco a disposizione, perché la verità non ne ha bisogno.

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Ma se tutto ciò è vero, allora perché non chiedere una legge restrittiva rispetto ai “paletti” messi dalla Consulta con la famosa sentenza 242/19?

Semplicemente perché la pioggia di emendamenti che si scatenerebbe peggiorerebbe sicuramente le cose.

E così torniamo al “meglio nessuna legge”.

In realtà, per dirla tutta, uno Stato moderno una legge potrebbe farla eccome. Nuova, edificante, definitiva.

Che dica cosa?

Una legge che tuteli rigorosamente il “diritto alla vita”, che porti al 100% la disponibilità di cure palliative, che destini fondi per caregivers familiari e non, che garantisca “solennemente” che nessun cittadino italiano sarà abbandonato e che assicuri il suo diritto ad essere accompagnato al traguardo naturale della vita, senza dolore fisico e spirituale. Questa sarebbe l’unica “uscita di sicurezza” dalla follia ideologica in corso, quella che sta contagiando tante Regioni. Con le forze politiche in campo oggi il percorso è certamente difficile, eppure solo una legge siffatta condurrebbe tutti sulla via di un’autentica solidarietà umana.

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