Tentar (un giudizio) non nuoce

L’America che verrà (seconda parte)

Di Raffaele Cattaneo
24 Ottobre 2026
Trump non uscirà bene dalle elezioni di midterm, ma gli Stati Uniti sono più del suo presidente. Impressioni di ritorno da un viaggio
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Foto Ansa)

Dopo una settimana negli Stati Uniti, in un ideale completamento delle riflessioni che ho svolto nel mio articolo della settimana scorsa, provo a tratteggiare l’idea che mi sono fatto dell’America che verrà.

Non è una questione astratta od oziosa: la direzione che prenderà il più grande Paese dell’Occidente avrà un effetto decisivo sugli equilibri futuri del mondo.

Un primo segnale lo vedremo nelle imminenti elezioni di midterm, nelle quali verranno rinnovati il Congresso, parte del Senato e numerosi governatori.

L’impressione che ho raccolto a riguardo è che Donald Trump non se la vedrà tanto bene. La maggioranza repubblicana alla Camera ormai è data per persa pressoché da tutti e anche quella al Senato sembra in bilico. Per quanto riguarda i governatori, conterà di più l’azione locale dei candidati e dei loro partiti. Ho percepito però un’altra preoccupazione: cosa farà Trump, consapevole di entrare negli ultimi due anni della sua presidenza e probabilmente indebolito dai risultati elettorali? Molti pensano che, anziché acquietarsi, potrebbe spingere ancora di più sull’acceleratore delle forzature istituzionali e delle scelte radicali. Non è cosa per cui star tranquilli. Del resto, è sintomatico quello che sta succedendo con la Russia, diventata di fatto un partner preferenziale anziché lo storico antagonista degli Stati Uniti. E pazienza se questo significhi lasciare l’Ucraina senza difese.

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Il punto più rilevante di cui ho avuto conferma in questi giorni, però, è che l’America è ben più di Trump. Esiste una solidità di fondo dei valori costitutivi e fondanti il patto sociale, così come una tenuta degli organi istituzionali e del sistema democratico, che mi fa essere ottimista per il futuro.

Come ho già scritto la settimana scorsa, si percepisce un grande desiderio di collaborazione con l’Europa e in particolare con l’Italia a livello degli Stati, delle università, delle camere di commercio, dei centri tecnologici, ecc.

Gli americani sono ben consapevoli del fatto che la vera sfida si gioca sul confronto tra visioni diverse e alternative della persona, della società, della politica e dell’equilibrio geostrategico. E non sono l’Europa, l’Italia o la Lombardia a rappresentare queste visioni alternative; dunque, non possono essere avversari bensì alleati strategici.

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Inoltre, un terzo punto: non si capiscono gli Stati Uniti se non si tiene conto che il loro Paese non è mai stato attaccato sul proprio suolo. Ad eccezione dell’11 settembre e di pochi altri attentati terroristici, mai un atto di guerra o di aggressione ha colpito il suolo americano. Dunque, i cittadini si sentono in una sorta di isola sicura, ma percepiscono che i cambiamenti in corso rappresentano potenzialmente un rischio per la loro sicurezza, che non può più essere data per scontata. Da qui la forte volontà di chiudersi all’interno dei propri confini, sbarrando le porte all’immigrazione, rifuggendo dal ruolo di gendarme del mondo e dai conflitti esterni, persino azzerando i fondi per gli aiuti umanitari per aumentare le spese militari, nella speranza di ritrovare quella protezione oggi non più così garantita. Non è questa, a mio parere, la strada giusta, ma non possiamo ignorare questa peculiarità.

Infine, ho avuto un’ulteriore conferma del grande dinamismo del sistema americano. L’impegno sull’innovazione e le tecnologie del futuro, l’intraprendenza del sistema imprenditoriale, la capacità di attirare eccellenze da tutto il mondo che fanno crescere il capitale umano, la forza dei territori con le loro specificità e la competizione fra gli Stati per attrarre investimenti e attività economiche sono tutti segni di forza e di un’energia mai sopita.

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Certo, resta la grande incognita della tenuta sociale. Ogni volta che vado negli Stati Uniti resto sempre impressionato dall’ampiezza della forbice sociale, dalla debolezza del sistema di welfare e dalla brutalità con cui si può passare rapidamente da condizioni floride alla povertà. Una debolezza che si manifesta nel numero impressionante di homeless e poveri nelle strade, nelle difficoltà di accesso alle cure per chi si ammala e talvolta è costretto a vendere la casa per potersele permettere, nell’autocompiacimento per il proprio successo da parte di chi ce l’ha fatta, non sempre accompagnato dalla disponibilità a stare vicino e sostenere chi invece vive una condizione di fragilità. Gli Stati Uniti hanno una cultura più “selvaggia” di quella europea. In questo certo non invidio gli americani, anzi sono orgoglioso e felice di vivere in Europa e in Italia, dove l’idea della centralità e della dignità insopprimibile di ogni persona umana si vede anche nella capacità di costruire politiche di welfare per stare vicino a chi ha bisogno.

Mi auguro dunque che ascoltino di più il primo Papa statunitense, non a caso in prima linea sui temi sociali e delle conseguenze sull’umano delle innovazioni tecnologiche. Altrimenti temo che questa fragilità sociale prima o poi presenterà il conto. E sarà un conto salato.

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