Tentar (un giudizio) non nuoce

L’America che verrà

Di Raffaele Cattaneo
17 Ottobre 2026
L'importanza delle nuove tecnologie, la polarizzazione politica, una nuova classe dirigente centrista. Impressioni dopo un viaggio negli Stati Uniti

Scrivo questo articolo nel mezzo di una missione negli Stati Uniti, mentre, insieme al presidente Fontana, sono in viaggio per rientrare a Washington DC da Richmond, capitale della Virginia, dove abbiamo incontrato la governatrice Abigail Spanberger e alcuni membri del suo governo e del suo staff. Tra poco ci attende un incontro all’ambasciata d’Italia e poi una cena al Cafè Milano, ritrovo abituale di senatori e congressmen, dove il patron Franco Noschese, vero anfitrione della cucina e dello stile conviviale italiano, ha invitato alcuni ospiti di prestigio. La giornata, però, è cominciata presto in Ambasciata con lo “US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies”, durante il quale autorità istituzionali, imprese, università e centri tecnologici lombardi e italiani si sono confrontati su come accelerare la collaborazione nelle tecnologie strategiche. Già ieri, del resto, appena atterrato da Bruxelles, ho potuto intervenire in chiusura di un pomeriggio di lavoro e di matching sugli stessi temi.

Un giudizio più complessivo su ciò che ho visto e percepito qui negli Stati Uniti, a pochi giorni dalle midterm elections, lo potrò dare solo al termine di questa missione, che prevede altri appuntamenti, tra cui il famoso Gala annuale della National Italian American Foundation e altre tappe in Florida.

Tecnologia e libertà

Alcune prime impressioni, però, mi sento già di poterle condividere.

Innanzitutto, ho avuto la conferma che, a dispetto delle uscite non sempre misurate del Presidente Trump, a livello degli Stati e delle istituzioni funzionali, come le università, le associazioni imprenditoriali e i centri tecnologici, c’è una gran voglia di collaborare tra le due sponde dell’Atlantico.

In particolare, questo è vero nel campo delle nuove tecnologie. La consapevolezza che la tecnologia incarna sempre i valori di chi la produce e la mette in opera, insieme al rischio che si affermino nel mondo tecnologie innovative frutto di un diverso sistema di valori (ogni riferimento alla Cina non è casuale), rende evidente la necessità che Europa e USA collaborino di più, soprattutto sulle tecnologie disruptive come l’intelligenza artificiale, le biotecnologie e le scienze della vita, l’aerospazio e l’energia.

Il Krach Institute for Tech Diplomacy della Purdue University (una delle università tecniche più prestigiose d’America), che ha organizzato questo confronto insieme all’italiana Transatlantic Harmonic Foundation, ha come motto “Technology must advance freedom”. Lo ha impresso persino sulle penne che ha distribuito durante l’incontro… Mi ha molto colpito la consapevolezza, diffusa qui, che la tecnologia non sia neutra rispetto al sistema di valori nel quale viene generata. Che questi valori siano la centralità e la dignità della persona, la libertà, la democrazia e lo stato di diritto, oppure, al contrario, le aspirazioni di regimi totalitari, fa la differenza anche nel modo in cui le tecnologie vengono concepite e sviluppate, oltre che usate.

America spaccata in due

Una seconda impressione riguarda la polarizzazione crescente nel Paese. Oggi l’America è spaccata in due, nella sua opinione pubblica e nel sentimento popolare, come forse mai prima dai tempi della guerra di secessione. Eppure, questo non impedisce alla democrazia e al sistema americano di continuare a funzionare.

C’è un bel libro, di cui consiglio la lettura, di Viviana Mazza, corrispondente del Corriere della Sera dagli Stati Uniti, che si intitola L’America che verrà, con il sottotitolo “Dopo Trump”. Contiene oltre una ventina di interviste a personaggi chiave che aiutano a capire cosa sta accadendo negli Usa durante questa seconda Presidenza Trump. Si colgono chiaramente entrambi gli aspetti: una forte polarizzazione verso le posizioni più estreme, sia tra i repubblicani sia tra i democratici, con tutti i problemi che ciò comporta – a cominciare dallo scontro continuo tra il Presidente, con i suoi ordini esecutivi, e il Congresso, che si sente scavalcato, con la Corte Suprema spesso chiamata a fare da arbitro, anche andando al di là del proprio ruolo tradizionale – ma anche una tenuta di fondo del sistema, come spiega bene, ad esempio, il giudice della Corte Suprema Samuel Alito, che peraltro ho avuto l’opportunità di incontrare a una cena e con cui ho scambiato alcune parole. Dall’altro lato, nell’intervista a Steve Bannon, il “profeta” del movimento Maga, quest’ultimo accusa Trump di averne tradito gli ideali populisti e nazionalistici e di aver ceduto all’establishment, provocando così una risposta ultranazionalista, ovvero, sono parole sue: «Niente investimenti stranieri, tutti i soldi stranieri fuori degli Stati Uniti e gli stranieri fuori dagli Stati Uniti».

Posizioni centriste

In mezzo a questa polarizzazione spuntano però nuove figure politiche, prodromo di una possibile nuova classe dirigente, che, al contrario, guardano a posizioni più moderate, noi diremmo centriste, e si concentrano su scelte di governo concrete nell’interesse dei cittadini. Sono più frequenti a livello statale che federale. Una di queste figure, nel campo democratico, è certamente la governatrice della Virginia, così come, nel campo repubblicano, lo è il governatore del Missouri Mike Kehoe. Con loro si parla di collaborazione e di progetti concreti, di opportunità di sviluppo e di come affrontare problemi comuni e condividere buone prassi. Lo si fa in un bel clima di intesa e amicizia, non certo di scontro o contrapposizione.

Forse le elezioni di midterm ci diranno se la sbornia populista comincia a passare oppure se è ancora in corso, ma intanto, sottotraccia, si percepisce qualche segnale di risveglio della grande democrazia americana. Ne abbiamo tutti bisogno.

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