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La borsa e la vita

Il grande banchetto

Di Alan Patarga
19 Settembre 2026
L’offerta di Intesa, l’arrocco di Lovaglio, le strategie di Mediobanca e le mire di Generali. Mps resta lo snodo del maxi risiko in corso nella finanza italiana. E noi semplici correntisti cosa dobbiamo aspettarci?
Tecnico al lavoro su una insegna “Monte dei Paschi di Siena” all’ingresso di una filiale Mps (foto Ansa)
Foto Ansa

C’è un report, redatto qualche giorno fa dagli analisti di Mediobanca, che tratteggia uno scenario a dir poco ambizioso per il sistema bancario europeo. Secondo gli esperti di piazzetta Cuccia, i vertici di Unicredit, una volta conquistata la tedesca Commerzbank, dovrebbero guardarsi intorno per dare vita a una “Jp Morgan europea”, una superbanca capace di competere con i colossi globali del credito: tra tutte le possibili combinazioni, quella ideale vedrebbe le nozze tra l’istituto di piazza Gae Aulenti e lo spagnolo Banco Santander e la partecipazione, se possibile, anche dei francesi di Crédit Agricole.

Il sogno dei guru di Mediobanca è verosimilmente destinato a rimanere tale. Però è indubbio che in questa fase storica la spinta per le aggregazioni sia quanto mai forte. In Italia tiene banco ormai da mesi il destino del Monte dei Paschi di Siena, il più antico istituto ancora in attività al mondo, che dopo aver rischiato il fallimento ed essere praticamente risorto dalle ceneri grazie a una generosa iniezione di risorse pubbliche sotto forma di partecipazione azionaria del Tesoro, ora interpreta il doppio ruolo di preda e cacciatore.

Montepaschi preda e cacciatore

Mps è preda perché lo scorso 8 giugno la più grande banca italiana, Intesa Sanpaolo, ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) del valore di circa 30 miliardi di euro per acquisire Mps e di conseguenza anche la partecipata Mediobanca e, a cascata, una quota rilevante (il 13,3 per cento) del capitale del colosso assicurativo Generali.

Ma è anche cacciatore, il Monte, perché il suo capo, l’amministratore delegato Luigi Lovaglio, ha pensato che per sottrarsi all’abbraccio di Intesa esistesse una sola strada: diventare troppo grandi per essere divorati in un sol boccone. Così, ad agosto, Montepaschi ha annunciato a sua volta due operazioni in parallelo per acquisire, tramite scambi azionari, sia Banco Bpm (valutata all’incirca 25,3 miliardi di euro) sia Banca Generali (8,7 miliardi). Il doppio colpo, se gli azionisti della banca senese approvassero la strategia di Lovaglio, porterebbe alla nascita del tanto spesso vagheggiato terzo polo bancario in Italia.

Chi non crede al piano di Lovaglio

Tutto chiaro? Mica tanto. Primo punto: l’operazione Mps-Banco Bpm-Banca Generali non nasce sotto buoni auspici. Lovaglio l’ha concepita perché messo sotto pressione da Intesa e diversi azionisti di peso di Montepaschi hanno già espresso riserve al riguardo. Più di tutti, si è mostrato scettico Francesco Gaetano Caltagirone, che detiene il 10,26 per cento di Mps, e che anche in qualità di azionista di Generali ha lasciato intendere di vedere di buon occhio una convergenza con Intesa Sanpaolo.

Lovaglio cerca alleati e ha tempo fino all’assemblea dei soci in programma per il 29 ottobre per assicurarsi il via libera definitivo. Ma, anche in quel caso, il suo progetto rischia di naufragare a causa dell’ostilità del socio forte dell’ex Popolare di Milano, il gruppo francese Crédit Agricole, i cui vertici spingono per una futura fusione con la stessa Bpm. Sulla carta, l’esito più probabile è che l’iniziativa di Lovaglio finisca per non trovare sbocchi e che Intesa Sanpaolo concluda il suo affare senza il rischio che le aumentate dimensioni della preda portino le autorità di vigilanza a rimettere in discussione la fattibilità dell’operazione.

Mega banche tra utopia e realtà

Ma in quel gioco di specchi che è il risiko bancario è difficile fare previsioni. Di sicuro, in questi giorni è arrivato un primo parere positivo dell’Ivass, l’istituto che vigila sulle assicurazioni, di cui certamente l’Antitrust terrà conto. Ma l’iter in questi casi è lungo e i limiti sulle concentrazioni sufficientemente stringenti da rendere pura utopia gli scenari di super aggregazioni paventati dagli analisti di Mediobanca.

Non che questo sia, per forza di cose, un male: perché dinanzi al grande banchetto delle partecipazioni incrociate, al gioco dei cacciatori e delle prede, chi di sicuro resta a guardare è il correntista. I grandi “merger” – come quelli bravi chiamano le fusioni – hanno infatti il pregio di consentire agli istituti di eliminare inefficienze, aggredire nuovi mercati, ampliare la clientela e battere la concorrenza, ma portano inevitabilmente a processi di “razionalizzazione” che si traducono spesso in una riduzione degli sportelli e dunque dell’offerta di alternative per famiglie e imprese e in una moltiplicazione di prodotti (credito, assicurazioni, gestione del risparmio) che i grandi gruppi finiscono per proporre ai loro clienti, non senza rischi di conflitto d’interessi.

Il paradosso della grande finanza

Torna in mente la lezione di un grande banchiere autenticamente liberale, Corrado Sforza Fogliani, che da presidente di Assopopolari proprio a Tempi spiegava qualche anno fa:

«C’è questa idea sbagliata che la grande finanza sia la punta di diamante del liberismo: è vero il contrario. Per questo si combattono così efficacemente le banche del territorio. Cioè quelle banche che, avendo un radicamento forte, non prestano i loro soldi soltanto sulla base dei bilanci (che poi ognuno si redige quello che vuole), ma valutano la persona e il progetto che presenta. È il principio del merito creditizio […]. Qualunque statistica dice che il credito è erogato con maggior facilità dove sono attive banche territoriali, e non per compiacenza: è che quegli istituti crescono se cresce l’economia locale. I grandi gruppi si arricchiscono invece riducendo gli spazi di concorrenza».

E se chiedersi chi vincerà la partita bancaria può apparire ozioso, di sicuro ha senso domandarsi quanto tanta competizione potrà avvantaggiare i consumatori. O, più banalmente, se riusciremo ancora a trovare un bancomat funzionante a due passi da casa.

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