Le Iene sul fine vita: molta regia, poche verità. A Domenico nessuno chiede nulla
Immagini studiate, parole calibrate, un’intervista ricostruita con una narrazione che ferisce profondamente chi, come me, convive ogni giorno con la sclerosi multipla. Il risultato di certe copertine, come quelle di Vanity Fair o dei video de Le Iene, si legge nei commenti spietati che generano nel pubblico: «Poverino, è giusto lasciarlo andare», «Non si può far vivere così», «Si ha più pietà per i cani».
Ma dietro questa facciata di finta compassione non c’è una visione laica della vita. C’è la fede profonda in un “dio minore”: il dio del profitto e dell’utilitarismo, una divinità laica che vuole ridurre l’esistenza umana a una mera utilità funzionale. Se non produci, se soffri, se hai bisogno di aiuto, allora la tua vita perde valore.
Le domande sbagliate della propaganda
La propaganda del suicidio assistito sposta i riflettori dalle vere urgenze. Le domande che i media pongono sono totalmente sbagliate. Nessuno chiede a Domenico: “Chi ti segue?”, “Accedi a tutte le cure necessarie?”, “Hai un supporto psicologico e sociale totalmente adeguato?”.
È paradossale che persino gli algoritmi di Google, quando si cerca la parola “suicidio”, generino come primo risultato un messaggio di aiuto: «Hai un’assistenza adeguata? Chiama questo numero», mentre i grandi media preferiscano celebrare la resa. C’è un vuoto pneumatico nel racconto pubblico: l’altro non ha mai voce. Non hanno voce gli esempi di vita vera, di vita profonda, di chi decide di restare e di lottare insieme.
Cappato, fammi conoscere Domenico
Proprio per questo ho scritto a Marco Cappato per chiedergli di poter incontrare Domenico. Voglio incontrarlo da pari, come persona malata di sclerosi multipla. Vorrei invitarlo in vacanza in montagna con i miei amici, prima che compia questo gesto. Non voglio convincerlo a cambiare idea. Che una persona malata non ce la faccia più e arrivi a desiderare la morte non mi sciocca, è un dolore umano comprensibile.
Ciò che mi sciocca e mi spaventa è la reazione dei medici e della società, che definiscono quella decisione “giusta”, pronti a sostenerla, a finanziarla e a renderla il più asettica e sterile possibile, anziché accoglierne e viverne tutta la drammaticità.

Un “suicidio pagato dagli italiani”
L’ipocrisia istituzionale è evidente anche nei dettagli burocratici. Ho letto le linee guida diramate da Regione Lombardia: sul certificato di morte delle persone che ricorrono al suicidio medicalmente assistito viene indicato come causa il “suicidio per avvelenamento”.
No, bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Questo è un suicidio pagato dagli italiani.
Mentre ci apprestiamo a celebrare la Festa della Repubblica, dobbiamo fare i conti con una realtà amara: la nostra Repubblica sostiene e paga la morte di chi non ce la fa più, anziché chiedersi se per quella persona è stato fatto davvero tutto il possibile.
Io sono certa di una cosa, se la vita di Domenico fosse legata a un valore sociale riconosciuto, se la Repubblica gli dicesse: “Non farlo, anzi, diventa tu il nostro presidente”, lui non farebbe questo gesto.
Il vero problema è come si viene guardati. Il problema è se la società riconosce il valore profondo della tua vita anche quando sei vulnerabile, o se ti guarda già come un peso di cui liberarsi nel modo più pulito e indolore possibile.
*Deborah Giovanati è consigliere comunale di Forza Italia a Milano
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