Squalo chi legge
Il marziano Brodskij
Questo è un articolo bicefalo. Per colpa della poesia. Che non sono mai riuscito ad amare fino in fondo. La poesia come genere, intendo. Tante, troppe volte, immagini ostiche e oscure mi hanno ributtato indietro. È come quando davanti a una disequazione capisci che la matematica non sarà mai il tuo mestiere. Così, nel modo che spero si chiarirà in seguito, ho chiesto al mio amico Mauro Grimoldi di venirmi in aiuto. Lui, il Mauro Grimoldi, non solo riesce ad amare e penetrare la poesia come e più che in quell’universo misterioso che è l’animo femminile, ma anche si piega e ara quel terreno per me sassoso e, non poche volte, ne gode i frutti.
Il problema è che, nel mio solito peregrinare alla ricerca di nuovi autori russi, spesso mi è capitato di impattare nel nome di Iosif Brodskij. Che, a poco a poco, ho scoperto essere ebreo di antica e illustre discendenza rabbinica, esule russo, naturalizzato statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1987, più volte internato in gulag e manicomi sovietici vari. L’accusa? Tra le tante quella di essere un parassita. Perché non lavorava. O meglio, credeva che scrivere poesie potesse essere un lavoro anche senza essere necessariamente iscritto all’ordine degli scrittori sovietici.
Non è stato raro trovare nei miei autori citazioni e rimandi. E sempre con una nota di referente rispetto o di ammirata partecipazione. Di nota in nota, di rimando in rimando ho incominciato a incespicare nei tratti di una personalità che mi si disegnava affascinante e mi faceva curioso. In lui, e grazie a lui, risentivo echi di cose imparate in gioventù.
Brodskij davanti al giudice
Il primo processo lo condannò a cinque anni di gulag. Una giornalista, prima di essere scoperta e allontanata, ne fece di nascosto un resoconto stenografico poi diffuso via samizdat:
«Giudice: Qual è la sua professione?
Brodskij: Poeta, poeta e traduttore.
Giudice: E chi ha riconosciuto che siete poeta? Chi vi annovera tra i poeti?
Brodskij: Nessuno. [senza sfida] E chi mi annovera nel genere umano?
Giudice: Avete studiato per questo?
Brodskij: Per cosa?
Giudice: Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l’università dove preparano… dove insegnano…
Brodskij: Non pensavo… Io non pensavo che ci si arrivasse con l’istruzione.
Giudice: E come?
Brodskij: Io penso che… [confuso] venga da Dio…
Giudice: Аvete richieste?
Brodskij: Vorrei sapere perché mi hanno arrestato.
Giudice: Questa è una domanda, non una richiesta.
Brodskij: Allora non ho richieste».
Già da queste poche righe incomincia a intravvedersi la personalità di un uomo che è da tutti ritenuto uno dei vertici della poesia del Novecento, uno dei pochi, già in vita, degno di essere annoverato tra i classici. Costretto all’esilio, non amava raccontare di privazioni, ospedali psichiatrici e carceri sovietiche. Circondato dal mondo degli esuli russi, viveva con fastidio il ruolo di vittima del regime. Insomma, man mano che leggevo note e rimandi su di lui, vedevo sorgere davanti a me l’immagine di una sorta di alieno, un idiota dostoevskiano, un marziano buttato e dimenticato qui, tra noi, da non so quale tra gli dèi.
Sentirsi buoni «un errore molto grave»
Sergej Dovlatov (leggete Dovlatov, leggetelo), anche lui esule negli Stati Uniti, gli fu amico. Gli volle bene. Molto bene:
«Con Brodskij, gli altri giovani anticonformisti sembrava che facessero un altro mestiere. Brodskij non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Non conosceva i membri del politburo. Quando sulla facciata del suo palazzo avevano montato un ritratto di sei metri di Mžavanadze [segretario del partito comunista georgiano], Brodskij aveva detto: chi è? Sembra William Blake…».
In un’intervista (a cui si piegava malvolentieri, ma i giornalisti lo rincorrevano e non sapeva come sfuggire):
«Quando arrivai negli Stati Uniti dissi a me stesso: comportati come se nulla fosse successo, in caso contrario faranno di te una vittima. L’importante è non lasciarsi andare e non diventare una vittima».
E in un’altra intervista del 1991:
«Molto spesso chi critica una malattia o un male, per il solo fatto di farlo si sente buono, si sente nel giusto. È un errore molto grave e piuttosto diffuso».
Non sapeva, allora, il marziano Brodskij (gli dèi non gli avevano concesso la divinazione), che il sentirsi buoni e giusti solo perché si addita il male altrui sarebbe diventato oggi, più che un errore, la normalità del vivere.
Sapeva però una cosa e non smetteva di ripeterla a se stesso e a tutti quelli che giocavano a fare gli esuli perseguitati:
«Un uomo liberato non è per ciò stesso un uomo libero. La liberazione è soltanto il mezzo per arrivare alla libertà e non è il suo sinonimo. Comunque, se vogliamo recitare la parte dell’uomo libero allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno».
L’orrore “umano” del manicomio
Brodskij patì molto di più la reclusione nei manicomi che non quella nel gulag:
«E in fin dei conti, cos’è comunque la prigione? È una mancanza di spazio, compensata da un eccesso di tempo. Niente di più».
Il manicomio no. Era tutt’altra cosa. Per la commistione di sani e malati criminali, per i fatti di sangue, gli omicidi, i suicidi, la privazione di ogni colloquio con i famigliari, le sevizie che potevano essere orribili. Le schifezze e le iniezioni che, ad ogni piè sospinto, erano soliti introdurgli nel corpo.
Ma anche qui, per un’ultima volta, quel marziano dell’umanità a nome Brodskij sorprende di nuovo. Sorprende, nel suo raccontare l’esperienza nei manicomi, la bestialità imprevista e imprevedibile di infermiere e infermieri, ma sorprende anche il suo ultimo piegarsi sulla bestialità di quegli aguzzini e trovare una parola, non dico di giustificazione, che suonerebbe quasi bestemmia, ma di ultima, elargita, comprensione, sì.
Gli chiedono: «Le iniezioni erano dolorose?». Brodskij:
«Di solito no, a meno che non ti iniettassero dello zolfo. E allora anche solo il movimento di un dito provocava un dolore fisico inimmaginabile. Questo veniva fatto per rallentarti, per tenerti fermo, per non permetterti di fare assolutamente nulla, per non farti muovere. Di solito lo zolfo veniva iniettato ai pazienti violenti, quando cominciavano a correre e urlare come scalmanati. E inoltre era un modo per far divertire sia le infermiere che gli infermieri. Ricordo che in questo manicomio c’erano alcuni giovani non proprio normali: in parole povere, dei mentecatti. E le infermiere avevano cominciato a provocarli. Insomma li eccitavano sessualmente. E non appena questi ragazzi cominciavano ad avere un’erezione, subito saltavano fuori gli infermieri maschi, li immobilizzavano e gli iniettavano lo zolfo. Davvero ognuno si diverte come può. E lavorare nel manicomio, alla fine, era molto noioso».
Davvero ognuno si diverte come può, in quest’umanità dolente, disgraziata, abbandonata, condannata a non poter andare oltre se stessa.
Quegli aguzzini, quegli infermieri – sembra suggerire Brodskij – in fondo erano uomini come tutti. Come noi.
* * *
E adesso Mauro Grimoldi. Che, come sempre, mi ha messo in difficoltà. Gli avevo chiesto di segnalarmi una poesia. Me ne ha mandate nove condannandomi all’imbarazzo della scelta. Ne ho scelte due, precedute da sue semplici righe di introduzione. Chiederò al direttore, tanto sono belle, di pubblicarle poi tutte e nove, accompagnate dai brevi commenti di Mauro.
Mauro: «Questo primo testo merita per l’espressione di gratitudine che contiene: riceviamo un dono prezioso; in qualunque dono brilla la dracma d’oro di Dio».
«Chinati, ti devo sussurrare…
Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra».
Mauro: «Il tema del Natale è un filo rosso nella poesia di Brodskij: ogni anno ne componeva una, la vigilia di Natale. E c’erano sempre i Magi: siamo tutti a Natale un po’ re Magi, dicono altri suoi versi. E non possiamo più dimenticare quello che abbiamo visto».
«a M.V.
Per un miracolo, quali gli ingredienti? Il vello
del pastore, un pizzico appena di presente, un briciolo
di ieri, e alla manciata del giorno che verrà aggiungi
a occhio una fetta di cielo più quell’assaggio di pura vastità.
E si compie il miracolo. Perché i miracoli,
attratti dalla terra, serbano gli indirizzi,
anelano talmente a svolgere la prescritta funzione
da giungere a destinazione perfino nel deserto.
E se vai di casa in casa – accendi, al momento
del commiato, le quattro candele di una stella
perché illumini un mondo vuoto di realtà,
mentre ti segue con lo sguardo per l’eternità».
* * *
Ps. Quando eravamo all’università, noi guardavamo con compiaciuta ammirazione a uno slogan del maggio francese: “Pour s’opposer il se pose” (per opporsi si pone). Ci sembrava un enorme passo avanti rispetto al ribellismo nichilistico del tutti contro tutti a cui si era ridotto il Sessantotto, ma un amico ci spiegò che ad altro noi dovevamo la nostra ammirazione: non “per opporsi si pone”, ma “per porsi si oppone”. “Pour se poser il s’oppose”. E diceva questo nostro amico che la differenza era grande come una casa: dal principiare di un’ideologia all’annunciarsi di una presenza. Come in Brodskij. Brodskij è morto nel 1996.

Iosif Brodskij, Poesie di Natale, Adelphi 2004, 104 pagine, 16 euro.

Iosif Brodskij, Poesie italiane, Adelphi 1996, 128 pagine, 18 euro.
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