Attivi testimoni
La parola fine sostituita dalla parola inizio. Il Meeting che racconta in molteplici esperienze un ininterrotto esodo dal deserto di esistenze solitarie e spesso disgregate alla terra promessa di giorni carichi di senso e operosità, ha rivelato che anche il tempo della vecchiaia è un tempo di vita. Un popolo di nonni, appartenente a diverse aggregazioni, ha infatti riscoperto e consolidato l’intuizione approfondita da Romano Guardini nel libro Le età della vita dove, in controtendenza con la percezione oggi prevalente, chiarisce che la vita, pur nell’ultima fase segnata dall’affievolirsi delle forze, «non indica soltanto l’esaurirsi di una sorgente dalla quale non sgorga più nulla… bensì essa stessa è vita con una propria configurazione e con un proprio valore».
Questa convinzione, consolidata da tempo in un impegno concreto, recentemente arricchita dai contenuti offerti dal cardinale Angelo Scola nel libro Nell’attesa di un nuovo inizio (Libreria Editrice Vaticana), ha suscitato un racconto a più voci nello spazio che la rivista Tracce ha destinato a “Storie di gente che vive”.
Impegno pubblico
Tratto comune fra storie diverse è la concretezza di esperienze originate da un fatto, da qualcosa che segnala un approccio diverso all’esistenza che pur tra travagli e inquietudini risveglia una novità da custodire e incrementare. L’associazione “Cari nonni di Rimini”, costituita da un anno, è frutto di un’esperienza legata a Vittoria Maioli Sanese che, secondo la testimonianza della presidente Franca Canini, «ha vissuto gli ultimi tempi della malattia come l’anticipo di un abbraccio definitivo», in una dimensione di compagnia dove la sofferenza era sostenuta da un amore sperimentabile e al tempo stesso carico di promessa.
Un’esperienza profondamente positiva che ha lasciato un segno portando al naturale coinvolgimento di altri fino all’espressione di un impegno sociale e pubblico teso non solo a garantire assistenza, ma a incrementare una cultura più umana promuovendo un modo di vivere la vecchiaia come un tempo fecondo che può irradiare il bene.

Colonne portanti
«Nel mondo in cui viviamo i nonni, custodi della memoria, sono più che mai chiamati a essere attivi testimoni delle virtù e delle esperienze che alla prova del tempo e della vita, si sono dimostrate utili e valide per affrontare le sfide personali e sociali del tempo presente»: così Giuseppe Zola presidente di Nonni 2.0 ha condensato la mission che da dieci anni verifica una presenza attiva sul fronte educativo e culturale soprattutto mettendo in guardia i nipoti, quindi le nuove generazioni, dalle pressioni del pensiero unico sempre più pervasivo e dominante. La responsabilità dell’essere nonni, vissuta a livello personale, ha assunto una valenza sociale: «I nonni costituiscono un fattore che tiene insieme l’intera società, molti di loro sono al servizio permanente ed effettivo dei nipoti che spesso finiscono con aiutare anche economicamente» ha affermato Zola accennando a una delle proposte rivolte alle istituzioni proprio riguardo alla possibilità di sottrarre dalle imposte le somme che i nonni sborsano per l’attività scolastica e sportiva dei nipoti. Solo un esempio, che segnala una accresciuta consapevolezza circa il ruolo imprescindibile dei nonni che «costituiscono una delle colonne portanti dell’intero welfare del nostro Paese».
Nel fermento di innumerevoli iniziative messe in atto, spicca il concorso nazionale rivolto agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, organizzato insieme alla Cisl Pensionati, che ha confermato uno spaccato dell’attuale società, così come i bambini e i ragazzi di ogni età l’hanno dipinta, cioè fortemente ancorata agli affetti familiari e a una “saggezza” che lega le generazioni, secondo una rappresentazione agli antipodi di quella ufficialmente divulgata dalla cultura dominante.
Ritorno a Palermo
Fra le numerose suggestioni emerse dal libro di Scola, è stata messa luce la folgorante definizione riguardo all’esperienza del “centuplo” in ogni circostanza vissuta alla sequela di Cristo: «Possiamo allora dire che il centuplo, strutturalmente connesso con l’aldilà, è l’irruzione dell’eterno nel quotidiano» ha notato il cardinale, introducendo una prospettiva di continuità fra i giorni terreni connotati dal limite e l’oltre misterioso, carico di un’attesa certa del compimento.
La promessa di una novità vitale, di una speranza credibile che si rinnova grazie al significativo legame fra le generazioni, è stata infine descritta da don Carmelo Vicari rettore della chiesa di Sant’Orsola a Palermo, che ha parlato del suo rapporto profondo e decisivo con i nonni siciliani di origine contadina. «Mi hanno trasmesso un senso di stabilità e di certezza, una visione umanitaria, uno sguardo totale sulla vita senza la paura di introdurmi nei suoi aspetti più drammatici», ha raccontato mettendo a fuoco un patrimonio di valori solidi che pure non gli risparmiarono le difficoltà e il dolore immenso di fronte al dissolversi di quella civiltà destinata all’estinzione.
«Trapiantato con i genitori in Lombardia mi sono disfatto» ha proseguito evocando il Sessantotto e lo smarrimento provato mentre neppure i genitori erano in grado di accompagnare la sua esistenza. L’incontro con don Luigi Giussani segnò una nuova svolta: il recupero di una visione unitaria e convincente nella fede riconosciuta ma risvegliata in uno sguardo nuovo e positivo fu per lui una rinascita che lo portò ad accogliere la proposta di un ritorno a Palermo. «Non fu facile affrontare il pandemonio nel contesto ripetutamente insanguinato», ha ricordato il sacerdote citando fatti tragici fra i quali l’uccisione del presidente della regione Piersanti Mattarella e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che non lo fecero arretrare dalla decisione di restare occupandosi per vent’anni del problema della mafia.
Domande per entrare in Paradiso
«Non c’è una pastorale anti-mafia, ma una pastorale di proposta di bellezza di vita nuova per conquistare i cuori e le menti»: così don Vicari ha indicato un metodo di presenza umana e sociale che oggi lo vede protagonista di una nuova avventura sul fronte degli anziani che ai nostri giorni rischiano sopravvivere da emarginati, mentre in realtà – così si è espresso – «sono il segno evidente della fede cristiana, sono i compagni di Gesù, il segno sacramentale in tutte le problematiche che bisogna affrontare». «Non esistono barriere fra vecchi e giovani, sani o malati… siamo tutti uno in Cristo», ha sostenuto definendosi «un colonnello dell’esercito in cui ognuno è al suo posto per la vittoria che farà risplendere l’umano nella sua integralità». «L’unica cosa da fare è incrementare questa storia» ha insistito citando iniziative varie fra le quali la realizzazione di «un’università informatica per la terza età» frequentata con entusiasmo da signore intristite dall’isolamento che hanno superato la loro frustrazione.
Attualmente impegnato a livello educativo in una confraternita che si interessa del cimitero, don Carmelo ha iniziato a parlare dei novissimi, ovvero morte, giudizio, inferno, paradiso… «Solo chi non fa la domanda non entra in paradiso» ha assicurato. E a chi chiede come ci si deve preparare, risponde che «chi porta i morti al cimitero deve tornare a casa con un volto gioioso». «Ecco, noi vorremmo nel mondo di oggi, nel deserto di oggi, costruire con mattoni nuovi un nuovo inizio con vecchi, adulti, giovani, infanti, malati e sani, atleti e sciancati – ha concluso – e questa è una bella avventura e quindi ne vale la pena».
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