Militari contro i narcos, anche all’estero. Il pugno durissimo di Trump fa scalpore

Di Rodolfo Casadei
21 Agosto 2025
Così le misure senza precedenti del governo Usa contro i cartelli “terroristi” della droga mettono in allarme osservatori e paesi vicini, a cominciare da Messico e Venezuela
Maxi operazione antidroga della Guardia nazionale e della polizia statale messicana nei pressi del Rio Bravo a Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, 24 febbraio 2025 (foto Ansa)
Maxi operazione antidroga della Guardia nazionale e della polizia statale messicana nei pressi del Rio Bravo a Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, 24 febbraio 2025 (foto Ansa)

Una settimana dopo la notizia lanciata dal New York Times e confermata dal segretario di Stato Marco Rubio che gli Stati Uniti utilizzeranno anche la forza militare contro il narcotraffico e in particolare contro i cartelli sudamericani classificati come entità terroristiche, osservatori e paesi vicini trattengono il fiato in attesa di capire se la direttiva firmata segretamente si tradurrà in interventi militari americani in territorio straniero non concordati coi governi locali.

Il quotidiano newyorkese lo dà per scontato («L’ordine fornisce un fondamento ufficiale alla possibilità di operazioni militari dirette in mare e su suolo straniero contro i cartelli») e le parole di Rubio non smentiscono l’interpretazione: l’ordine «ci permette ora di prendere di mira le loro operazioni e di utilizzare altri elementi del potere americano, agenzie di intelligence, il dipartimento della Difesa, qualunque cosa… per colpire questi gruppi se ne abbiamo l’opportunità. […] Dobbiamo iniziare a trattarli come organizzazioni terroristiche armate, non semplicemente come organizzazioni che spacciano droga».

I cartelli dichiarati “terroristi” della droga

Fra le centinaia di ordini esecutivi firmati da Trump nel gennaio scorso all’esordio del suo secondo mandato, ce n’è stato uno che ha dato disposizione al dipartimento di Stato di qualificare i cartelli del narcotraffico come organizzazioni terroristiche. Nel seguente mese di febbraio veniva stilata una prima lista, che comprendeva Tren de Aragua (Tda), Mara Salvatrucha (Ms-13), Cártel de Sinaloa, Cártel de Jalisco Nueva Generación (Cjng), Cártel del Noreste (Cdn), La Nueva Familia Michoacana (Lnfm), Cártel de Golfo (Cdg) e Cárteles Unidos (Cu). La prima organizzazione è venezuelana, la seconda è diffusa principalmente in America centrale, ma tutte le altre organizzazioni dell’elenco hanno le loro basi in territorio messicano. Ed è sicuramente questa la ragione per cui la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha già messo le mani avanti respingendo l’idea che la presunta direttiva possa avere a che fare con incursioni dell’esercito americano in territorio messicano, e si è affrettata ad estradare negli Stati Uniti altri 26 esponenti dei cartelli detenuti in Messico che si vanno ad aggiungere ai 29 che erano stati consegnati agli americani in febbraio.

Fra la fine di aprile e l’inizio di maggio Trump si era già offerto di inviare truppe statunitensi in Messico per aiutare le autorità locali a combattere il narcotraffico, ma l’offerta era stata decisamente respinta dalla Sheinbaum, che in una conferenza stampa aveva usato toni molto forti («il nostro territorio è inviolabile, la nostra sovranità è inviolabile, la nostra sovranità non è in vendita; non accetteremo mai la presenza dell’esercito degli Stati Uniti nel nostro territorio»). Trump aveva reagito dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero intrapreso un’azione militare unilaterale se il Messico non fosse riuscito a smantellare i cartelli del narcotraffico.

Precedenti e aspetti controversi dell’ordine esecutivo di Trump

Il dibattito sulla legalità di interventi di polizia affidati alle forze armate in operazioni all’estero senza il consenso del governo dello Stato in cui si interviene è forte anche negli Stati Uniti. I contrari citano una vecchia legge del 1878 (Posse Comitatus Act) che vieta l’uso delle forze armate per compiti di polizia, mentre i favorevoli citano i precedenti rappresentati dalla spedizione di 20 mila truppe a Panama per ordine di George H.W. Bush nel 1989 per catturare il presidente Manuel Noriega, accusato di narcotraffico, e dall’uccisione di Osama Bin Laden e delle persone che erano con lui in Pakistan da parte dei Navy Seals nel 2011 su ordine di Barack Obama.

Donald Trump alla Casa Bianca con il suo segretario di Stato Marco Rubio (foto Ansa)
Donald Trump alla Casa Bianca con il suo segretario di Stato Marco Rubio (foto Ansa)

La controreplica è che la legalità dell’operazione di Panama non è mai stata accettata a livello internazionale e che l’operazione di Abbottabad, così come tutte quelle contro esponenti di Al Qaeda all’estero, erano state approvate precedentemente e puntualmente dal Congresso. Nessun voto è stato finora richiesto per quanto riguarda i narcos qualificati dall’esecutivo come entità terroristiche: tale qualifica permette di bloccare i beni e i movimenti delle persone affiliate a tali entità, ma non consentirebbe automaticamente all’esecutivo di ordinare la loro uccisione. Trump però potrebbe dichiarare, dopo aver ordinato un attacco all’estero, di aver agito nella forma di un atto di autodifesa della nazione, autorità riconosciutagli dalla Costituzione, una volta qualificata l’”epidemia” di overdose da fentanyl negli Usa come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Attualmente la cooperazione fra Usa e Messico nella lotta al narcotraffico comprende fra le altre cose il sorvolo del territorio messicano da parte di droni della Cia che poi trasmettono alle autorità messicane eventuali informazioni raccolte su laboratori e movimenti legati al traffico di droga. Altri droni, appartenenti al Comando settentrionale delle forze armate Usa, insieme ad aerei da ricognizione sorvolano il confine fra i due paesi senza violare lo spazio aereo messicano per controlli di ogni tipo (armi, droga, migranti clandestini). I militari americani hanno partecipato in passato a esercitazioni e ad addestramento per operazioni contro trafficanti di droga insieme a militari messicani (e colombiani).

Maduro nel mirino

Un altro fattore che sta rendendo problematica la collaborazione fra Messico e Stati Uniti in materia di lotta contro il narcotraffico è rappresentato dalle accuse americane contro il presidente di fatto del Venezuela Nicolás Maduro, considerato da Washington un leader di spicco di uno dei cartelli del narcotraffico. Alla fine di luglio il ministero del Tesoro degli Usa ha deciso sanzioni contro i membri del Cártel de los Soles, narcotrafficanti venezuelani accusati di collaborare materialmente con Tren de Aragua e con il Cártel de Sinaloa, due cartelli qualificati come organizzazioni terroristiche.

Pochi giorni dopo Marco Rubio rilasciava una dichiarazione che definiva Maduro «capo della designata organizzazione narco-terrorista Cártel de los Soles, e responsabile di traffici di droga verso gli Stati Uniti e verso l’Europa. Maduro, attualmente incriminato nella nostra nazione, ha corrotto le istituzioni del Venezuela per fornire assistenza allo schema criminale di narcotraffico del cartello negli Stati Uniti». Rubio aveva pure ricordato che gli Usa non riconoscono Maduro come legittimo presidente del Venezuela, in quanto avrebbe falsato il voto che lo ha rieletto l’anno scorso.

Il Messico “neutrale”

Il successore di Hugo Chávez è stato incriminato per narcotraffico da una corte di Manhattan nel 2020, e l’amministrazione Biden aveva istituito una taglia da 25 milioni di dollari per chi avesse reso possibile il suo arresto. L’8 agosto scorso il procuratore generale Pam Bondi ha annunciato che la taglia è stata raddoppiata a 50 milioni di dollari, e che il dipartimento di Giustizia aveva sequestrato più di 700 milioni di beni collegati a Maduro, compresi due jet e quasi 7 tonnellate di cocaina a lui riconducibili. «Sotto la guida del presidente Trump, Maduro non sfuggirà alla giustizia e dovrà rispondere dei suoi crimini spregevoli», ha detto la Bondi.

Di tutt’altro tono, invece, il commento della presidente del Messico: «È la prima volta che lo sentiamo e non c’è in Messico nessuna indagine che abbia a che fare con questo», ha dichiarato la Sheinbaum. «Come diciamo sempre: se hanno qualche prova, la mostrino, noi non abbiamo alcuna prova correlata a questo». Il Messico si dichiara “neutrale” rispetto alle accuse di brogli nelle elezioni del 2024 che hanno consentito a Maduro di iniziare il suo terzo mandato presidenziale.

@RodolfoCasadei

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