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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

Le mosse necessarie ma tardive di Biden in Israele

Di Lodovico Festa
19 Ottobre 2023
L'Europa debole e divisa sulla guerra a Gaza, gli errori in politica estera degli Stati Uniti negli ultimi anni, l'opposizione caciarona alla Meloni e gli slogan demagogici di Landini sulla manovra. Rassegna ragionata dal web
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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante la conferenza stampa di ieri a Tel Aviv con il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu (foto Ans)

Su Dagospia si scrive: «Solo la follia omicida di Hamas e la sete di vendetta di Netanyahu, con tutti gli sconquassi che si portano dietro, possono permettere a Giorgia Meloni di addebitare le criticità, i tagli, le promesse non mantenute a una situazione geopolitica che sta diventando sempre più preoccupante».

Sono diverse le anime in guerra a oltranza con Giorgia Meloni: c’è quella sicuramente legittima della sinistra all’opposizione che però non ha ancora un vera strategia, c’è quella un po’ qualunquista un po’ ubriaca della banda ConteGrillo, c’è quella di un establishment (con molti supporti oggi più europei che americani come nel passato) che non tollera un potere politico contendibile con il voto e quindi troppo libero da influenze, e c’è quella da caciara romanesca che ha bisogno di fare un po’ di casino antimeloniano per farsi notare e sfruttare poi questa notorietà. Al momento tutte queste anime sono divise tra la propaganda sul fallimento dei conservatori polacchi che promette di avere conseguenze sulla Meloni, e la realtà di una leader che ben lungi dall’isolarsi come il PiS, costruisce alleanze politiche e sociali nazionali sempre più solide, e soprattutto ha un crescente ruolo internazionale difficilmente contestabile: nel commento caciarone questa realtà diventa che «siccome c’è troppa guerra, i mercati non ci libereranno dalla Meloni».

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Su Linkiesta Carlo Panella scrive: «L’attacco terroristico del 7 ottobre non può e non deve essere un problema di Israele, che ne paga il prezzo di sangue. La comunità internazionale deve farsi carico del potere esercitato su Gaza in futuro. Questo ha chiaro Israele e agisce di conseguenza. Ne è consapevole pienamente l’amministrazione Biden, ma non un’Europa divisa e debole che guarda solo alle elezioni europee del 2024».

L’osservazione di Panella sul caos europeo è assai ragionevole, per fare solo qualche esempio va ricordato come nel governo Sanchez diversi ministri considerino Hamas un’encomiabile organizzazione della resistenza all’occupazione israeliana (e qualche idea di questo tipo frulla anche nella testa del “eurocommissario” Josep Borrell) e così si pensa in ampi settori della sempre più frantumata sinistra francese. Posizioni di questo tipo, seppur mascherate dalla tradizionale ipocrisia e più in generale dalla mancanza di vero pensiero, albergano tra i 5 stelle. Stiamo parlando di componenti decisive della cosiddetta maggioranza “Ursula” organizzata nel 2019 per eleggere la nuova presidente della Commissione europea.

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Su Huffington Post Italia Giulia Belardelli scrive: «Il viaggio a Tel Aviv porta sostegno militare allo Stato ebraico e aiuti umanitari a Gaza, ma anche parole accorate e forti per trattenere la rabbia israeliana e scongiurare nuove vittime civili (“Non rifate il nostro errore dopo l’11 settembre”). Accusa Hamas della strage dell’ospedale e questo rinfocola la collera del mondo arabo. Ian Bremmer ad Huffpost: “Doveva andare e ha messo pressione su entrambe le parti. Se ora è aumentata la probabilità di escalation, non è per colpa sua”».

Bremmer ha largamente ragione nel dire che le mosse di Joe Biden siano quelle necessarie. Certo che fa impressione un presidente degli Stati Uniti che deve rinunciare a due appuntamenti annunciati con il re di Giordania e con Abu Mazen. È evidente come si agisca in una situazione della massima emergenza e quindi che certi sviluppi non siano prevedibili e governabili. Forse però una qualche riflessione su come l’amministrazione Biden non sia stata molto previdente in questi anni sia rispetto a Israele, sia con Riad, sia nelle concessioni a Teheran, sia nelle conseguenze della precipitosa fuga dall’Afghanistan, sia nei rapporti con Ankara, sia nel non aiutare la Tunisia. Per non parlare del pasticcio che a Washington ha lasciato in eredità l’amministrazione Obama in Libia, Libano, Siria.

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Su Affari italiani si scrive: «La Cgil ha riunito la sua assemblea che ha dato mandato a proseguire la mobilitazione sulla manovra, aprendo anche alla possibilità di uno sciopero generale, invitando Cisl e Uil ad incontrarsi a breve. “Nell’ambito dell’Assemblea abbiamo avuto modo di discutere la proposta che la Uil ci ha sottoposto ieri. L’Assemblea generale della Cgil ha condiviso il giudizio sulla fase e la necessità di avviare un percorso di mobilitazione unitaria con manifestazioni e scioperi, per quanto ci riguarda fino allo sciopero generale”, annuncia il segretario della Cgil Maurizio Landini. Che poi si rivolge alle altre due sigle sindacali: “Siamo disponibili ad incontrarci con celerità nei prossimi giorni per definire percorso e modalità della mobilitazione”. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi torna a parlare di manovra “ragionevole”, perché con le “risorse che avevano a disposizione sono stati fatti quegli interventi prioritari che noi chiedevamo, in particolare, il taglio contributivo del cuneo fiscale. Rimane però una manovra non strutturale”. La legge di bilancio approvata in Cdm punta ad aiutare soprattutto i redditi medio bassi, tra nuova modulazione delle aliquote Irpef e conferma del taglio del cuneo fiscale per il 2024. Presenti anche delle misure a sostegno della natalità e dell’occupazione delle madri con almeno due figli. Il testo viaggia di pari passo con i primi due decreti attuativi della delega fiscale che avviano, oltre alla riforma delle aliquote Irpef, un nuovo modello di Ires per agevolare le assunzioni e la global minimum tax per le multinazionali».

Chi ha ragione nel giudicare la manovra di governo? La Cgil o la Confindustria? Al di là di tutto, di quel che si poteva o non poteva fare, di quali alternative si potevano trovare è evidente come l’analisi di Bonomi sia realistica, mentre quella di Landini sia assolutamente propagandistica: in quel che dice non c’è alcun riferimento a come i sindacati hanno accompagnato l’economia e la società italiana in questi ultimi tredici anni determinando la realtà con cui deve fare i conti Giorgia Meloni. E soprattutto manca anche un vago accenno agli orientamenti pro-austerità che consistenti ambienti, stati, partiti dell’Unione europea vogliono imporre a Roma. In questo contesto le parole del segretario del maggiore sindacato italiano appaiono solo slogan demagogici.

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