Tentar (un giudizio) non nuoce

La lezione americana

Di Raffaele Cattaneo
07 Novembre 2026
L’idea che occorra andare oltre la polarizzazione e ritornare a una politica di confronto anziché di scontro rappresenta oggi la questione centrale, e non soltanto negli Stati Uniti
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa)

Le elezioni di midterm si sono concluse con un netto successo dei democratici, per certi versi inatteso nelle sue dimensioni. L’onda blu democratica si è trasformata in uno tsunami e gli elettori hanno dato una clamorosa sberla a Donald Trump e alle sue scelte politiche. Una sconfitta pesantissima, che modifica gli equilibri politici degli Stati Uniti e apre una fase nuova per gli ultimi due anni della presidenza.

Lo si vede nelle dimensioni del risultato. Alla Camera dei rappresentanti, uno degli aggiornamenti dello scrutinio attribuiva ai democratici 253 seggi contro i 157 dei repubblicani, con un vantaggio di 96 seggi e 25 collegi ancora da assegnare. Un distacco che non va confuso con il numero dei seggi conquistati rispetto alla precedente legislatura, ma che restituisce comunque le dimensioni della sconfitta repubblicana. Anche al Senato, dove si votava soltanto per un terzo dei componenti, cioè per 35 senatori, si è verificato un ribaltamento significativo. Prima delle elezioni la maggioranza era repubblicana, con un rapporto di 53 a 47, considerando anche i due indipendenti che votavano con i democratici. Il rapporto di forza si è invertito: gli ultimi conteggi disponibili attribuiscono 54 seggi al gruppo democratico e 44 ai repubblicani, con due seggi ancora da assegnare. Il dato politico è ormai acquisito: i democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso.

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Orso ferito

Tecnicamente siamo di fronte a qualcosa che va oltre la figura dell’anatra zoppa. È l’«orso ferito», come lo ha definito Paolo Magri, cioè un presidente che si ritrova con una maggioranza contraria in entrambi i rami del Congresso americano, una maggioranza che potrà condizionarlo in gran parte delle sue scelte politiche. Trump conserva naturalmente i poteri della presidenza, compreso quello di veto, ma perde il controllo parlamentare che gli aveva consentito di sostenere la propria agenda politica.

Ci sono poi sconfitte clamorose, dal forte valore simbolico, soprattutto in un’elezione caratterizzata da una partecipazione molto elevata. Le prime stime dell’University of Florida Election Lab indicano circa 124,3 milioni di votanti, pari al 49,42 per cento degli aventi diritto.

La vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan, quella di James Talarico in Texas, i risultati ottenuti dai democratici in Stati tradizionalmente repubblicani, come il Kansas e la Carolina del Sud, sono alcuni degli aspetti più significativi. In Carolina del Sud, in particolare, la vittoria di Annie Andrews contro Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham recentemente scomparso, assume un valore emblematico. In Kansas, dove è stato eletto Adam Hamilton, i democratici hanno conquistato un seggio senatoriale che non ottenevano dal 1932. Sono risultati che assumono un significato ancora maggiore se si considera quanto alcuni di questi Stati fossero considerati solidamente repubblicani.

Il ministro della Difesa Pete Hegseth applaude il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante una visita a una base militare del Michigan
Il ministro della Difesa Pete Hegseth applaude il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante una visita a una base militare del Michigan (foto Ansa)

Maga indeboliti

Ma, andando a osservare il voto per la Camera e per il Senato, distretto per distretto e Stato per Stato, emerge un cambiamento molto profondo ed esteso. La sconfitta di Trump non può essere liquidata come una semplice oscillazione elettorale di metà mandato. Il voto segnala una perdita di consenso che investe il presidente, il suo modo di esercitare il potere e alcune delle scelte più importanti della sua amministrazione.

Che cosa significa? Significa che gli elettori hanno rigettato una politica fatta di fake news, contrapposizioni e disinformazione. Hanno respinto quell’idea che lo stesso Trump aveva espresso sostenendo che, qualunque sciocchezza avesse detto, i suoi elettori lo avrebbero votato comunque, secondo una citazione ripresa da Daniele Capezzone in un articolo pubblicato sul Tempo.

È rimasta una base Maga che voterebbe Trump in ogni circostanza, ma questa base si è indebolita. Trump ha soprattutto perso quel voto di opinione che lo aveva largamente sostenuto due anni fa, nella speranza di un cambiamento rispetto alle politiche woke, al politically correct, all’idea di un’immigrazione non regolata e alla rinuncia alla propria identità. Erano, peraltro, alcuni degli aspetti più interessanti e positivi della proposta politica di Trump.

Un messaggio chiaro

Trump non ha mantenuto le promesse, non si è occupato adeguatamente delle questioni interne, ma soprattutto, con la guerra all’Iran, sciagurata e sbagliata nel merito e nel metodo, e con il sostegno incondizionato a Netanyahu in Israele, ha mostrato un volto della propria politica estera che molti americani non hanno condiviso. A questo si aggiungono l’avvicinamento alla Russia di Putin e l’allontanamento dall’Unione Europea. Sono scelte che hanno contribuito ad allontanare una parte di quell’elettorato che aveva creduto nella promessa di un’America più attenta ai propri interessi interni e meno coinvolta nei conflitti internazionali.

Anche sul fronte interno arriva un messaggio chiaro. Seminare contrapposizione, arrivare addirittura a seminare odio, alla lunga non paga. Il risultato elettorale mostra quanto possa essere ampio il distacco tra una base militante, disposta a sostenere il proprio leader in ogni circostanza, e un elettorato più vasto, che giudica sulla base delle promesse, delle scelte compiute e delle loro conseguenze.

Basta tifoserie

E questa sarà oggi anche la sfida per i democratici. Che cosa ci aspetta? I democratici sono divisi al loro interno, un po’ come i repubblicani, tra un’ala radicale, molto a sinistra e fortemente allineata alla cultura woke, e un’ala più moderata, realista e, potremmo dire, di governo.

Sarà decisivo capire quale delle due anime prevarrà. Sarà decisivo comprendere se i democratici si comporteranno come Trump, semplicemente dalla parte opposta, oppure se riporteranno in auge un modo di governare che non si fondi sulla polarizzazione e sulla contrapposizione. La dimensione della vittoria consegna loro una responsabilità politica altrettanto grande: dimostrare di saper interpretare il cambiamento richiesto dagli elettori, senza riprodurre gli stessi meccanismi che hanno contribuito alla sconfitta repubblicana.

L’idea che occorra andare oltre la polarizzazione e ritornare a una politica di confronto anziché di scontro, di ascolto anziché di tifoserie, capace di trovare una sintesi fra interessi diversi, rappresenta oggi la questione centrale, e non soltanto negli Stati Uniti.

Servono i moderati

Gli Stati Uniti ci hanno dimostrato che la democrazia può prendere degli abbagli, ma prima o poi funziona. Il popolo sa scegliere ciò che va nella direzione dell’interesse generale e oggi, per perseguire quell’interesse, servono più equilibrio e più moderazione.

Oggi ci vogliono i moderati, non soltanto gli estremisti, perché abbiamo visto dove conduce la polarizzazione estrema della politica. Mai come oggi abbiamo avuto così tanti conflitti armati nel mondo, mai come oggi, nel secondo dopoguerra, abbiamo registrato così tante vittime in combattimento.

Bisogna cambiare strada e per questo serve una visione politica diversa. Servono i moderati. L’auspicio è che questo venga compreso negli Stati Uniti, ma anche che la lezione americana possa servire all’elettorato europeo e italiano in vista delle prossime scadenze elettorali.

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