La legge del più isterico

Di Chiara Rizzo
22 Luglio 2011
Bimbi tolti ai genitori per accuse infondate, perizie approssimative. Il caso di Basiglio ĆØ solo l’ultimo di una serie di orrori giudiziari

Miriam (la chiameremo cosƬ), ha solo tre anni quando la sua folle avventura inizia. Miriam ĆØ paffutella, allegra, vivace. Abita in un appartamento nel centro di Milano, dove la mamma lavora come portinaia, mentre il papĆ , Marino V., fa il tassista. Ha un fratellino più grande, che ha un grave handicap, ĆØ tetraplegico: perciò i suoi genitori sono sempre molto protettivi nei suoi confronti. SarĆ  perchĆ© ĆØ una tipetta vispa, sarĆ  per richiamare l’attenzione di mamma e papĆ , Miriam inizia a dire parolacce. Un turpiloquio da camionista più che altro buffo sulla bocca di una bimbetta. Però la mamma si preoccupa un po’, vorrebbe non trascurare quel segnale che la figlia le invia, decide di chiedere aiuto a una psicologa di un centro di aiuto ai bambini maltrattati, convenzionato col comune e vicino casa. La psicologa ascolta la storia della donna (Miriam a quel primo incontro non partecipa), poi dĆ  il suo verdetto.

Ricorda la mamma: Ā«Mi disse: ā€œSignora, le parolacce di sua figlia sono causate da abusi sessuali subiti dal padre. O denuncia subito lei suo marito, o lo faccio ioā€Ā». Sembra una storiella tragicomica. Invece ĆØ solo l’incipit di un caso giudiziario, cominciato nel 1996 e conclusosi sei anni dopo, che ha sconvolto l’opinione pubblica. Una vicenda agli atti di un tribunale. Esattamente nei termini in cui l’abbiamo ricostruita fino ad ora. Spiega a Tempi l’avvocato Luigi Vanni, difensore del papĆ  di Miriam, Marino V.: Ā«La mamma della bimba si spaventò. Non sapeva cosa fare, ma su pressione della psicologa, pur non credendo alle sue accuse, denunciò il marito. I servizi sociali e il Tribunale dei minori immediatamente tolsero la custodia della piccola non solo al papĆ , ma anche a leiĀ». Miriam viene portata in una comunitĆ  protetta. Per mesi nessuno della famiglia può vederla.

Intanto il Tribunale dispone la perizia medica: il verdetto ĆØ inequivocabile.
Ā«ā€œCompatibile con una violenza carnaleā€Ā» ricorda a memoria ancora oggi Luigi Vanni. Marino V. ĆØ senza appello il mostro: non potrĆ  rivedere più la figlia. Per permettere che Miriam torni almeno a vivere con la madre, i due genitori, pur amandosi ancora, sono costretti a separarsi. Marino V. si autoesilia a Bergamo. La difesa si batte per una contro-perizia, per tre lunghi anni, inutilmente. Alla fine il Tribunale accoglie l’istanza. Il ginecologo che visita Miriam non ha dubbi. La bambina non ha subito alcuna violenza, senza ombra di dubbio: la visita specialistica mostra che ha solo una piccola malformazione congenita. E il primo medico allora? Ā«Controllammo il suo operatoĀ» ricorda Vanni. Ā«Emerse un particolare incredibile. Aveva fatto 359 perizie per il Tribunale. Tutte identiche. Tutte con quella medesima formula: ā€œCompatibile con la violenza carnaleā€Ā». Come se un meccanismo di indagine si fosse inceppato. Non il solo, in realtĆ . Man mano, emergono dubbi anche sulle accuse della prima psicologa.

Infine la sentenza definitiva. Nel dicembre 2000 il pm Tiziana Siciliano proscioglie da tutte le accuse Marino V. e denunzia il Ā«meccanismo infernaleĀ» dell’indagine, fondato su Ā«assistenti sociali, periti e poliziottiĀ» di Ā«un’incompetenza che rasenta lo scandaloĀ». Qualche mese dopo il tassista può finalmente tornare insieme alla moglie. La bimba rientrerĆ  definitivamente a casa con i genitori solo nel maggio del 2002. Sei anni dopo la separazione Miriam, a 9 anni, porta sulla sua pelle le cicatrici della malagiustizia. Ā«Per anni ha creduto fosse per colpa sua se non poteva più stare con la sua mamma e il suo papĆ Ā», prosegue l’avvocato Vanni. Ā«La giustizia minorile si mostrò minorata – prosegue Vanni – e minorata mi sembra ancora oggi, con la vicenda di BasiglioĀ». A Basiglio, da 54 giorni, Giorgia e Giovanni, 9 e 12 anni, sono stati separati dai genitori. Messi in una comunitĆ  protetta per un disegno ā€œosĆ©ā€ attribuito a Giorgia: le maestre della bimba e i servizi sociali hanno richiesto procedure d’urgenza, per togliere i minori dalla potestĆ  dei genitori. Senza neanche avvertirli delle accuse che muovevano nei loro confronti. Intanto da Basiglio emergono particolari inquietanti.

Dopo i pettegolezzi
Ā«Una mammaĀ», spiega l’avvocato Antonello Martinez, che difende i genitori di Giorgia e Giovanni, Ā«ha riferito di aver parlato con le maestre, prima che queste denunciassero il caso di Giorgia agli assistenti sociali. E aveva detto a chiare lettere che il disegno lo aveva sicuramente fatto sua figlia. Ma, non si capisce bene perchĆ©, nĆ© le insegnanti, nĆ© i servizi sociali del comune le hanno dato retta. Uno scandaloĀ». Uno scandalo che ricorda la vicenda di Marino V., il cui avvocato, Luigi Vanni, nutre nuovi e pesanti dubbi sull’operato del Tribunale dei minori. Ā«La vicenda di Basiglio mi pare inverosimile. Quando ci sono di mezzo i bambini sembra che magistrati e psicologi perdano completamente la testa. In questi procedimenti saltano completamente tutti i paletti che normalmente regolano la giustizia. Il punto ĆØ che poi ci vogliono anni prima che il Tribunale dei minori ammetta di aver sbagliato. Ad oggi ĆØ sempre più un luogo dove la giustizia sembra esclusaĀ».

Sono numerosi i casi in cui quest’istituzione interviene ogni anno sulla potestĆ  dei genitori. Nel 2000 se ne contavano 10.903. Nel 2005, sempre in tutt’Italia, si parla di 14.114 casi, secondo i dati più recenti raccolti da Istat-ministero della Giustizia. Impossibile, ovviamente, stabilire quante di queste vicende siano basate su fatti reali, e quante siano il triste ripetersi dei meccanismi di indagine poco chiari della storia di Basiglio o del tassista milanese. Certo ĆØ che le segnalazioni di vicende iniziate con accuse mostruose, poi sgonfiatesi come bolle di sapone, non mancano.
Dalla Lombardia al Friuli, al Lazio, alla Sicilia: la malagiustizia ĆØ un nervo scoperto che attraversa tutta la Penisola. Siamo nel 1994, a Pordenone. Qui abitano i coniugi G., Anna e Jim (i nomi sono ancora una volta di fantasia) e i loro due figli. La famiglia non ĆØ abbiente, vive nelle case popolari, a volte il lavoro manca. La signora G., in seguito ad una depressione, chiede aiuto ai vicini. Questi denunciano il caso ai servizi sociali. Ā«I figli vennero sottratti ai genitori. L’accusa era che il maggiore era obeso, quindi voleva dire che non era abbastanza curatoĀ» ricorda Annalisa Del Col, avvocato dei G., che subito fanno ricorso al Tribunale. Ā«Erano una famiglia con problemi economici, che non nascondeva le proprie difficoltĆ . Ma non c’erano storie di violenze, abusi o abbandono. Si potevano sostenere i G., anzichĆ© strappare loro i bambiniĀ», prosegue Del Col. La tesi dell’avvocato convince il Tribunale dei minori.

A tutto svantaggio dei figli
I bambini tornano a casa, ma solo quattro anni dopo. Ovviamente l’inserimento in famiglia non ĆØ semplice. Di conseguenza, i servizi sociali li tolgono una seconda volta ai genitori e nel 2000 li danno in affido ad una coppia di Trieste. Nel 2004, appena diventato maggiorenne, il più grande dei fratelli ritorna a casa. Il fratellino, andato via dalla casa naturale per la prima volta all’etĆ  di due anni, non capisce più chi sia la sua vera mamma. Prosegue Del Col: Ā«Il Tribunale dei minori ĆØ un tribunale speciale, agisce per sua natura con sistemi poco democratici. Manca il rito del contraddittorio, il diritto alla difesa. Nei procedimenti ĆØ previsto che si ascoltino i genitori, prima di prendere iniziativa. Ma questa norma, con la scusa di provvedimenti speciali, non viene mai applicata. Da avvocato che segue sempre casi del genere, dico che si lavora male. La cosa più difficile ĆØ far cambiare idea ai giudici. Passano mesi, prima che vengano revocati provvedimenti. C’è un attaccamento pregiudiziale alle proprie tesi, incredibile. Tutto ai danni dei bambini: alla famiglia non viene dato alcun aiuto, spessoĀ».

In sostegno a genitori che vivono casi del genere ĆØ nata Gesef, l’associazione dei Genitori separati dai figli, composta esclusivamente da volontari. Ha spesso lavorato a fianco di genitori, ottenendo alcune vittorie importanti. Ā«Eclatante il caso di un bimbo romano, che chiamerò AndreaĀ» ricorda il presidente di Gesef, Vincenzo Spavone. Ā«Venne tolto ai genitori, che affrontavano delle oggettive difficoltĆ . Il papĆ  era in carcere, la mamma spaventata di non riuscire a mantenere il piccolo. Poco dopo che Andrea venne portato in una comunitĆ  protetta, suo papĆ  venne liberato per buona condotta. Per mesi i genitori si impegnarono: non mancavano una visita al figlio, rimisero in piedi le proprie attivitĆ  economiche. Ma i servizi sociali scrissero al giudice che Andrea si rifiutava di vederli. Siamo dovuti andare a riprendere quegli incontri con una telecamera. Il bambino, appena vedeva la mamma e il papĆ , si divincolava dalle braccia degli assistenti sociali per correre incontro ai genitoriĀ». Il giudice ne ha preso atto. Nella sentenza del 2002 – quattro anni dopo l’inizio della vicenda – con cui si stabiliva il ritorno di Andrea a casa, il Presidente del Tribunale dei minori di Roma, Magda Brienza, segnala che  Ā«certamente non vi fu sostegno nei confronti della coppia genitoriale, ma solo atteggiamenti oppositiviĀ». Inoltre il giudice, scrive a proposito dei problemi di Andrea a incontrare la famiglia, segnalati dai servizi sociali: ā€œAppare di difficile lettura quanto riferito (…), considerato anche il non facile contesto di svolgimento degli incontriā€. Ā«Credo – denuncia Spavone – che dietro certe leggerezze commesse dai servizi sociali e avallate dal Tribunale dei minori, ci sia il terrore di reali abusi, ma ĆØ finita che lo Stato si ĆØ completamente sostituito alla famiglia. E gli assistenti sociali sono diventati una sorta di poliziotti di quartiereĀ».

Il tempo non si restituisce

Di questo stato di terrore che vive da anni la famiglia italiana ĆØ esemplare un recente caso di cronaca, che, pur non avendo nulla a che fare con abusi e violenze familiari, fa comprendere la mentalitĆ  delle istituzioni che dovrebbero avere cura dei minori. Lo scorso aprile, a Messina, la mamma di una sedicenne che frequenta l’istituto Tecnico Jaci della cittĆ , si ĆØ rivolta al preside della scuola, per chiedere aiuto. La figlia si rifiutava di andare a lezione, perchĆ© vittima di episodi di bullismo. Il preside, per tutta risposta, sconvolto dal vociare della mamma, si ĆØ limitato a denunciarla per interruzione di pubblico servizio. In seguito alla vicenda di Miriam, sul tavolo della Procura di Milano, arrivarono nel 2000 diverse lettere, di genitori che avevano subito ingiuste accuse. Una su tutte. Ā«Caro signor procuratore, mi chiamo Corrado L. Sono stato ingiustamente accusato di abusi verso le mie figlie. Le allego la sentenza di assoluzione del Tribunale. Non dimentico ancora i cinque rambo in divisa che hanno perquisito la mia casa e interrogato le mie figlie. PerchĆ© infierire per quattro anni su un padre e su due bambine, per poi archiviare tutto? Chi ci rimborserĆ  dei danni, delle spese legali, del tempo rubato, delle notti insonni, delle sofferenze inflitteci?Ā». All’epoca quelle denunce fecero scalpore, poi sul Tribunale dei minori ĆØ caduto il silenzio. Fino alla vicenda di Basiglio.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.