Più Putin di Putin, praticamente Trump

Articolo tratto dal numero di Tempi inĀ edicolaĀ (vai alla pagina degli abbonamenti) ā Con grande coerenza, Trump ha cambiato idea. Dāaltra parte non cāĆØ niente di più trumpiano di una svolta improvvisa. Lāattacco in Siria fa vacillare la fede degli adepti europei, da Salvini alla Le Pen, ma rimette lāAmerica sul binario tradizionale della contrapposizione con Mosca. Negli Stati Uniti la russofobia non ĆØ tramontata, nonostante un presidente che in campagna elettorale ĆØ arrivato a definire Vladimir Putin un leader ben più capace del pavido Obama (pavido lāho aggiunto io, ma ĆØ unāinvenzione verosimile). Uomini vicini al presidente, come Rudolph Giuliani e Newt Gingrich, sono da sempre schietti oppositori di Mosca, per non parlare di pezzi grossi del partito repubblicano apertamente contrari a Trump: McCain, per esempio. Nel settore della difesa, poi, la contrapposizione con la Russia continua ad essere economicamente proficua.
Nate Smith, direttore esecutivo del Texas Nationalist Movement, mi rispose con freddezza il giorno in cui, lo scorso novembre, gli chiesi se gli indipendentisti texani fossero sponsorizzati, come si vociferava, dal Cremlino: Ā«Noi non cāentriamo niente con PutinĀ». Eravamo davanti a Fort Alamo, a San Antonio, una versione in calcare dello spirito statunitense: turisti, bandiere e pezzi di storia. Per me era soprattutto il luogo in cui John Wayne si accascia colpito dal nemico, soffrendo lāagonia breve e incruenta che segnava il trapasso nei film di una volta. Se sei americano, davanti a Fort Alamo lo sei ancora di più.
Ecco, forse, perchĆ© Smith ha usato un tono tanto secco nel rispondermi. Alto, biondo, spalle larghe e cappello da cowboy, si ĆØ presentato allāappuntamento a bordo di uno skateboard. Un vero texano, e i texani sono americani allāennesima potenza. Difficile per lui sbottonarsi su un tema cosƬ sensibile. Mosca conserva ancora lāallure del nemico e fatica a strofinarsela via (ammesso che voglia farlo). Eppure, almeno fino a poco tempo fa, le cose sembravano sul punto di cambiare. Secondo un sondaggio commissionato dalla Nbc poco dopo le presidenziali (solo) il 31 per cento degli americani riteneva che i rapporti fra Trump e Putin fossero troppo amichevoli.
Lāinvidia della p
Nei cittadini statunitensi la radicata diffidenza nei confronti del presidente russo (chiunque egli sia) convive con lāammirazione per i metodi dellāuomo forte. Non tanto Putin, dunque, quanto il putinismo, un atteggiamento che Trump promette di coltivare (lo stesso raid in Siria ĆØ un esercizio di putinismo). Viviamo unāepoca di fregole populiste, avventata e nevrotica, in cui la retorica del judoka che atterra e atterrisce gode di inevitabile fortuna. Credo cāentri anche il nome: Putin, affilato come una lama nella labiale assertivitĆ di quella p. Chi non lo vorrebbe un leader del genere? Un presidente che mostra i muscoli allāIsis, che snobba la comunitĆ internazionale, che governa un paese dove il cittadino medio si sente più ricco e ottimista di qualche anno fa? Gli americani lo vorrebbero e Trump se ne rende conto. Il putinismo di Trump ĆØ una strategia che mira a sedurre, ma che a questo punto prescinde dal culto del leader eponimo. Come potrebbero gli americani fidarsi di un ex agente del Kgb? E la guerra fredda? E Ā«ich bin ein BerlinerĀ»? E Rocky che picchia Ivan Drago?

americano non si esibisce in Russia senza subire danni di immagine
La rivalitĆ tra Stati Uniti e Russia resiste dal secondo Dopoguerra, cibandosi di film, rock e pregiudizi. Lāillusione di una Russia post sovietica disposta ad accettare il dominio planetario dellāiperpotenza superstite ĆØ tramontata ben presto, giĆ negli anni Novanta, lasciando il posto a rapporti altalenanti fatti di caute aperture e contrapposizioni palesi. CāĆØ stata unāepoca in cui Putin ha cercato di accreditarsi oltre confine anche ricorrendo a metodi pop (alla Obama, per intenderci).
Poche stelle, molti denari
Nel 2010 il presidente russo ha messo insieme una platea di vip per un evento umanitario organizzato a San Pietroburgo, cogliendo lāoccasione per esibirsi scravattato e gigione in unāimperdibile esecuzione di Blueberry Hill: cercatela su YouTube, ne vale la pena. Mentre il presidente sāimprovvisava crooner, le telecamere mostravano generosamente gli applausi di Sharon Stone, Kevin Costner, Goldie Hawn, seduti in platea con altri attori dello stesso calibro. Oggi sarebbe difficile per un artista americano esibirsi in Russia senza pagare un prezzo in termini di immagine. In mezzo cāĆØ stata lāannessione della Crimea da parte di Mosca, con inevitabili ripercussioni umanitarie e altrettanto inevitabili tensioni (e sanzioni) internazionali.
Ormai solo Steven Seagal si fa vedere dalle parti di Mosca, o addirittura a Sebastopoli, dove ha celebrato la ānuovaā Crimea in una visita che gli ha attirato critiche virulente. Mickey Rourke considera Putin un Ā«galantuomoĀ» e James Woods sembra sempre e comunque dalla parte di Trump, a prescindere da dove Trump sia. Sono casi isolati, però. La veritĆ ĆØ che, se esiste, il partito russo persegue i suoi interessi nellāombra, lontano dal luccichio delle celebrities.
Ć il partito degli affari e delle strette di mano, quello che ha sfiorato o addirittura coinvolto Trump. Ā«Vediamo arrivare un mucchio di soldi dalla RussiaĀ», ha detto il figlio del presidente a un giornale moscovita, parlando degli affari di famiglia. Nella versione originale i soldi āpiovonoā e il verbo usato ĆØ pouring, che fa pensare allo scrosciare dei dobloni nel deposito di Paperone. Fin qui tante parole e poco più, ĆØ vero. Veniamo ai fatti allora. Il cosƬ detto Russiagate si articola in una serie di scandali, diversi e intrecciati.
Punto primo. A ridosso delle presidenziali Wikileaks pubblica documenti riservati del partito democratico. Ć il momento più basso nei rapporti tra Obama e Putin. Le informazioni sarebbero state fornite a Julian Assange da hacker russi, e il sospetto ĆØ che uomini vicini a Trump fossero a conoscenza delle intrusioni. In campagna elettorale, peraltro, il futuro presidente si era augurato pubblicamente che gli hacker prendessero di mira lāavversaria Hillary Clinton.
E pazienza per il terremoto
Punto secondo. Ad agosto si fa luce sugli affari di Paul Manafort, campaign manager di Trump e fino a poco prima lobbista strapagato da uomini vicini alla leadership russa. Manafort si dimette. A febbraio viene allontanato anche il generale Michael Flynn: il consigliere per la sicurezza nazionale aveva taciuto i propri rapporti politici e finanziari con la Russia, peraltro violando la regola che vieta agli ex militari di accettare compensi da governi stranieri senza lāautorizzazione del Congresso.
Punto terzo: Jeff Sessions. Lāattorney general dichiara in Senato di non aver avuto colloqui con rappresentanti del governo russo durante la campagna elettorale. Mente: ha parlato almeno due volte con lāambasciatore di Mosca.
Le rivelazioni sembrano solo allāinizio, ma dopo il raid di venerdƬ 7 aprile attaccare lāamministrazione sul Russiagate potrebbe sembrare fuori fuoco. Trump ha messo i democratici in offside, almeno per il momento. Secondo il presidente sarebbe stato impossibile voltare la testa dopo la morte atroce di tanti bambini. E allora via, si cambia, e pazienza se questo significa abbandonare lāipotesi di usare Assad (e i suoi metodi) per combattere lāIsis, pazienza per il terremoto internazionale che lāattacco potrebbe provocare, pazienza anche e soprattutto per le dichiarazioni fatte in passato, contrarie a un intervento militare in Siria. Puro trumpismo, altro che putinismo: prendere di petto Assad a costo di irritare Putin. Lāamico del mio amico ĆØ il mio nemico. Succede anche questo, a volte.
Foto Ansa
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