In Italia ci sono 180 comuni con i conti disastrati. Se fossero aziende private, 63 sarebbero giĆ  falliti

Di Redazione
21 Luglio 2014
Devastante il quadro tracciato da Repubblica. Alessandria e Caserta, con debiti per 200 milioni e neanche 100 mila abitanti, sono costrette a tagli drastici. Roma è messa anche peggio, eppure ha "diritto" a un piano di rientro più soft

In Italia ci sono 180 comuni con i conti fuori controllo. Lo scrive oggi Federico Fubini in un inquietante articolo su Repubblica, dividendo gli enti in crisi in due categorie: quelli ufficialmente in dissesto e quelli in pre-dissesto. Lo scenario ĆØ devastante.

CASAL DI PRINCIPE. Quanto ai Ā«comuni ufficialmente in dissestoĀ», informa in giornalista, Ā«nel 2009 erano due, l’anno dopo erano otto, a metĆ  di quest’anno erano saliti a 63. Fra questi si contano casi di parziali, pilotati e concordati default verso i creditori per molte centinaia di milioni di euroĀ». Un esempio ĆØ Casal di Principe, in provincia di Caserta, cheĀ ha 20 mila abitanti e Ā«debiti per 16 milioniĀ» che Ā«costringono l’amministrazione a comportarsi come un’impresa in procedura fallimentareĀ». Il sindaco infatti, dopo avero portato i bilanci al ministero dell’Interno Ā«come si fa con i libri d’impresa in tribunaleĀ», si trova a dover Ā«tagliare le spese all’osso, alzare le entrate e vendere i beni in fretta per liquidare i creditori a una frazione del valore teorico dei debitiĀ».

TUTTO FERMO, NIENTE SOLDI. C’ĆØ però una differenza rispetto al destino delle aziende in crisi: Ā«Un’impresa fallita – ricorda Fubini – di solito smette di esistere, mentre un Comune deve continuare a garantire la sicurezza nelle strade, il servizio idrico o gli aiuti alle famiglie in difficoltĆ Ā».Ā Risultato? Ā«700 domande di assegni familiari restano in un cassetto perchĆ© in Comune non ci sono più assistenti sociali in grado di leggerle, e il sindaco non può assumerne altri. A oltre metĆ  della popolazione non arriva l’acqua corrente e nessuna scuola ottiene il certificato di agibilitĆ  sanitaria, ma mancano i soldi e gli uomini per fare le bonifiche. (…) Nel frattempo, un commissario del ministero dell’Interno paga i creditori e aiuta a fare chiarezza in un bilancio in cui figuravano come poste all’attivo delle bollette dell’acqua neppure mai emesseĀ».

ALESSANDRIA E CASERTA. Altro esempio ĆØ Alessandria, 93 mila abitanti e Ā«debiti per 200 milioni di euro su un bilancio di 90Ā», obbligata dalla Corte dei Conti a dichiarare il dissesto. Debiti per 200 milioni (più Ā«un deficit annuale di altri 24Ā»)Ā anche a Caserta, che di abitanti ne ha 77 mila. Ā«Questi e altri Comuni come Terracina, Latina, Velletri e decine di altri – aggiunge Repubblica – stanno liquidando i fornitori con somme fra il 40% e il 60% di quanto scritto nelle fattureĀ». Cosa che tra l’altro, stando nonĀ Non che fare default sui creditori degli enti locali sia sempre un’ingiustizia: i dati del Tesoro mostrano che le forniture di beni e servizi in molti casi si sono fatte a prezzi più che doppi rispetto alla norma.

LA FORTUNA DI ESSERE ROMA. Poi ci sono i circa 120 comuni in ā€œpre-dissestoā€. Per questi i piani di rientro sono meno sanguinosi, anche se in alcuni casi hanno Ā«miliardi di debiti e milioni di elettoriĀ»: nella categoria infatti sono comprese grandi cittĆ  come Ā«Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria, FrosinoneĀ».
In questo enorme disastro, infine, c’ĆØ anche un’altra ingiustizia oltre a quella “contabile”, e cioĆØ la disparitĆ  del trattamento subƬto dai diversi municipi. Mentre Ā«Alessandria, Caserta, Casal di Principe e decine di altri enti più piccoli sono stati costretti ad alzare le tariffe e le tasse comunali al massimo, consolidare i debiti delle societĆ  partecipate, mettere in cassa integrazione molti dipendenti, bloccare gli investimentiĀ», scrive Repubblica riprendendo le rivendicazioni di Maria Rita Rossa, sindaco Pd di Alessandria,Ā Ā«i debiti del comune di Roma sono stati spostati in “una bad company” e Roma Capitale ĆØ potuta ripartire senza dissestoĀ». Insomma Ā«a Napoli e soprattutto a Roma, grandi fonti di debiti e di voti, non vengono richiesti pari sacrifici. Il piano per Roma non prevede gli stessi interventi drastici sulle partecipate del Comune, come l’Ama o l’AceaĀ».

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3 commenti

  1. Jens

    Qualcuno mi spiega perchĆ© Roma e Napoli fanno sempre quello che vogliono loro? La secessione sarebbe utile se non altro perchĆ© cosƬ noialtri del Nord smettiamo di pagare i loro debiti. Non c’ĆØ bisogno di essere leghisti per volere la secessione.

  2. Efrem

    Prima di mandarli a casa gli farei pagare di tasca loro il conto dei debiti che hanno lasciato dietro di loro…

  3. francesco taddei

    comuni falliti da uomini politici falliti (che rubano grazie a una cosa chiamata elezione democratica). tutti a casa! con la forza!

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