Gli 80 euro di Renzi? Tranquilli, la copertura c’è. E come no: pagare la Tasi per credere

Intervista a Guido Castelli, sindaco di Ascoli e delegato Anci per la finanza locale: «Così per coprire il bonus Irpef il governo costringe noi Comuni a far pagare ai cittadini altri 380 milioni di euro di tagli»

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80EUROrenzi

I gufi e gli sciacalli possono stare sereni, per dirla con un lessico caro al premier Matteo Renzi. Perché le coperture del bonus Irpef da 80 euro al mese ci sono, eccome. Soltanto che gravano, ancora una volta, sulle tasche dei contribuenti italiani. È su di loro, infatti, che i Comuni inevitabilmente scaricheranno l’effetto del taglio di 380 milioni di euro imposto dal governo agli enti locali per coprire i 6,5 miliardi di euro necessari a finanziare il bonus di Renzi negli otto mesi del 2014 in cui è stato adottato. Un costo, quello del bonus, che l’anno prossimo salirà a 10 miliardi di euro, sempre che non venga esteso anche ad altre categorie, come per esempio le famiglie numerose (richiesta avanzata in questi giorni dal Nuovo centrodestra).
A confermarlo a tempi.it è Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno e delegato per la finanza locale dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci). Castelli, in un’intervista al Sole 24 Ore, aveva già fatto notare che «i Comuni hanno conosciuto solo a inizio agosto l’entità del taglio collegata al decreto Irpef». E che il bonus da 80 euro è costato a un’amministrazione come quella di Ascoli «quasi 500 mila euro su un bilancio di 52 milioni». Motivo per cui, verosimilmente, molti dei primi cittadini che ancora non hanno deliberato le aliquote della Tasi, opteranno per quelle massime, a meno che non vogliano trovarsi con i conti in rosso. Entro settembre, infatti, i sindaci che ancora non l’hanno fatto dovranno decidere quanto far pagare di tasse sulla casa ai loro cittadini.

Ma come, il governo non doveva confermare il bonus Irpef senza introdurre nuove tasse?
Esatto, così ci è stato detto. Ma abbiamo scoperto, quando il decreto numero 66/2014 è stato convertito in legge, che una somma pari a 380 milioni di euro avrebbe dovuto essere prodotta come esito di un’ulteriore spending review a carico dei Comuni, col fine di coprire parte del costo del bonus Irpef. Peccato, però, che i sindaci, che provengono già da cinque anni di spending review a fronte di continue riduzioni dei trasferimenti dallo Stato, non possono che reperire risorse o aumentando le tariffe sui servizi pubblici comunali oppure aumentando il prelievo della Tasi e quindi le aliquote. E come se non bastasse, l’importo del taglio ci è stato comunicato soltanto il 2 agosto, quando molti Comuni avevano già approvato i bilanci. Non ci resta, dunque, che la Tasi.

Non ci sono alternative all’aumento della Tasi?
È difficile trovare alternative concrete cui poter ricorrere in tempi così brevi. Le amministrazioni comunali, infatti, di sacrifici ne hanno fatti e sempre ne faranno, qualora ci dovesse essere un reale bisogno. Ma il punto in questione adesso è un altro: al di là delle dimensioni del taglio imposto ai Comuni, che può essere più o meno rilevante (e nel caso del Comune di Ascoli le posso assicurare che è piuttosto rilevante), il fatto è che anche questo governo, come già l’esecutivo tecnico di Monti, ha assicurato che non avrebbe aumentato le tasse, ma poi l’ha fatto. Come? Scaricando sugli enti locali l’onere di tagli cui essi non possono che far fronte aumentando il prelievo con i tributi locali. Del resto, in questo modo possono continuare a dirci che abbiamo piena facoltà fiscale, ma se poi ci tagliano i trasferimenti, non ci resta che scegliere le aliquote massime della Tasi. A mio avviso è questa la questione politicamente più rilevante, e che deve essere discussa al più presto.

Con 800 miliardi di spesa pubblica, però, l’Italia da qualche parte dovrà pur tagliare.
È vero, ma i Comuni stanno per entrare nel sesto anno di spending review; una spending review pari finora a 16 miliardi di euro, dei quali circa 8 miliardi in tagli ai trasferimenti e altri 8 miliardi come contrazione degli investimenti per rispettare il patto di stabilità. In ottemperanza agli obblighi della procedura di infrazione europea per l’aumento del debito pubblico. E non dimentichiamoci che i Comuni contribuiscono solo al 7,6 per cento della spesa pubblica del sistema Paese e che il debito da loro prodotto è pari soltanto al 2,6 per cento del debito pubblico complessivo. Come può constatare da sé, è evidente che i sacrifici addossati finora ai Comuni sono già stati ingenti; anche perché, forse, sono tagli più semplici da imporre: basta chiudere un rubinetto da Roma e il gioco è fatto. Ma c’è di più.

Prego.
Si è detto anche che con il passaggio alla Tasi i Comuni avrebbero dovuto rispettare il principio dell’invarianza del gettito complessivo rispetto all’Imu. Ebbene, sa cosa è successo? Che molti Comuni, soprattutto tra quelli più grandi, avevano già adottato le aliquote massime con l’Imu, quindi passando alla Tasi non sarebbero stati in grado di assicurare l’invarianza del gettito. Ebbene, a questi lo Stato ha riconosciuto 628 milioni di euro da redistribuire in loro favore tramite specifiche assegnazioni finanziarie. Mentre a tutti i sindaci di quei Comuni che invece, come il mio, avevano adottato aliquote più basse, il ministero dell’Economia ha risposto che non c’erano più risorse e che quindi, per rispettare l’invarianza del gettito, non ci restava che aumentare le aliquote e spingerle verso quelle massime del 2,5 per mille. Capisce? Questo è uno Stato che premia chi tassa molto e induce a farlo anche chi non vorrebbe.

Di cosa c’è bisogno per uscire da questa situazione?
Noi auspichiamo, in primo luogo, maggiori spazi di manovra sul patto di stabilità, per sbloccare investimenti pronti, eppure ancora bloccati. È una cosa intollerabile. In secondo luogo, che non venga stravolto il sistema fiscale locale ogni anno, perché altrimenti dobbiamo ogni volta adeguarci a modifiche che nemmeno ci consentono di conoscere realmente le basi imponibili su cui possiamo fare affidamento. In terzo luogo, mi permetto di segnalare che dal prossimo 1° gennaio 2015 scatterà il nuovo sistema europeo della contabilità locale, che prevede l’eliminazione dei cosiddetti “residui attivi”. Si tratta di quei crediti per così dire “fasulli” che diversi Comuni, in alcune zone d’Italia in particolare, usano mettere a bilancio, anche se in realtà non sono più esigibili perché risalgono a tanti anni indietro nel tempo. È un’escamotage che serve per poter spendere qualcosa in più nel bilancio. Dall’anno prossimo, però, questo “gioco” non sarà più possibile e ciò basterà a determinare minori spese per altri 3 miliardi di euro nel 2015. Evitiamo, pertanto, ulteriori nuove forme di spending review a carico dei Comuni. Già questa sarà una forma di spending naturale.

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