1942, convoglio per la Libia. A bordo un allievo nocchiero di anni 16. Mio padre

Un giorno, a babordo una nave stracarica di alpini tedeschi sussulta, il tonfo del siluro, subito sovrastato dal barrito dello svergolamento del metallo della nave

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ricordo, nel 2011, le belle annunciatrici di Cbs, Cnbc e Sky che davano la notizia dei primi bombardamenti sulla Libia, raggianti come se annunciassero il ballo delle debuttanti. Anche Renzi, pochi giorni fa, ha parlato di partir in guerra per la Libia, da un salotto tv.

Mio padre, allievo nocchiero di anni sedici, nel 1942, partiva in guerra per la Libia ogni settimana, imbarcato su un cacciatorpediniere di scorta ai convogli di rinforzo a Rommel. I convogli si formavano a Napoli, mettevano la prua sulla punta occidentale della Sicilia e, doppiate Marettimo e Levanzo, piegavano verso la Tunisia per volgere poi a oriente solo in prossimità di Tripoli, per star più lontano possibile dal raggio d’azione della Raf di base a Malta.

Un giorno, all’altezza di Pantelleria, al crepuscolo, a babordo una motonave stracarica di truppe da montagna tedesche sussulta, il tonfo del siluro, subito sovrastato dal barrito disumano dello svergolamento del metallo della nave che imbarca acqua a diciotto nodi e si rovescia. Come il coro di delusione per un gol mancato allo stadio, si leva un oh! dei soldati che, a centinaia, equipaggiati di tutto punto, vengono pigramente rovesciati in mare e risucchiati dal bastimento che si inabissa. Ne ripescano con la gaffa uno, stralunato. Porta ancora il suo cappello da Alpenjäger. Incredulo un marinaio glielo strappa via, lo afferra per i baveri del pastrano e gli urla gesticolando che santa Rosalia non si sta così per mare, che guardasse come stanno accomodati loro, i marinai italiani, nudi fatti, boxer bianchi, scarpe da ginnastica senza lacci, giubbotto di salvataggio allacciato, elmetto slacciato. Il tedesco implora kameraden, kameraden. I nostri, abituati a vederne, trattengono a stento lacrime di rabbia. Poi uno lo abbraccia per fargli coraggio.

Scende finalmente la notte e persino i sommergibili della 10ª flottiglia di Malta, che tutto sanno perché a Bletchley Park hanno decrittato il cifrato della marina, non possono più nulla, benché siano lì, a fiutarci nell’oscurità. Mio padre veglia, al posto di combattimento, al pezzo antiaereo da 37/54 mm. Ed ecco una visione irreale. Una luce, a trenta piedi dalla superficie nera del mare, un aereo sorvola come un cieco il convoglio, la luce fioca nell’abitacolo scontorna la silhouette delle ali a pianta ellittica: è uno Spitfire, magnifico. E mio padre vide, per la prima volta, il volto del nemico: da liceale, pallido come una ragazza, intento e perso su una mappa. Trascinato su un binario invisibile dal Rolls-Royce Merlin che tossisce scintille azzurrine, si dirige dove non c’è terra d’uomini e nessuna madre o sorella può portarti soccorso.