16 maggio 1943. Ore 20.15. «Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia»

Settanta anni fa si concludevano gli eroici giorni dell’insurrezione e quelli orribili dello sterminio degli ebrei della città. «Si faceva fatica a trovare un metro quadro di marciapiede che non fosse ingombro di corpi»

di Andrea Possieri, articolo tratto dall’Osservatore Romano – Settant’anni fa si concludevano gli eroici giorni dell’insurrezione e quelli orribili dello sterminio del ghetto di Varsavia. Iniziata il 19 aprile del 1943, la rivolta venne considerata ufficialmente repressa dalle forze armate tedesche il 16 maggio, dopo circa due mesi di durissimi combattimenti in cui migliaia di uomini e donne tentarono, valorosamente, di ribellarsi alla violenza nazista. Il rapporto finale stilato dal Brigadeführer delle ss, Jürgen Stroop, venne intitolato con una dicitura che non lasciava spazio al dubbio: «Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia». E lo stile telegrafico e glaciale, con il quale il generale nazista centellinava, con compiacimento, i dati sull’orrore del massacro, ricordava da vicino quella «banalità del male» resa drammaticamente famosa da Hannah Arendt: «180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L’azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia. (…) Il numero totale degli ebrei eliminati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato».

La rivolta del ghetto di Varsavia fu una vicenda caratterizzata, essenzialmente, dal coraggio di giovani uomini e donne. Giovani vite che seppero testimoniare al mondo la ferma di volontà di opporsi a un ordine di Heinrich Himmler. Un ordine che nel gennaio del 1943 aveva deciso il trasferimento delle fabbriche e degli operai ebrei nel campo di concentramento di Lublino. La «piccola rivolta del ghetto» del gennaio 1943, con la quale la popolazione si oppose alle deportazioni, permise all’Organizzazione ebraica di combattimento, Żydowska Organizacja Bojowa e all’Unione combattente ebraica, Żydowski Związek Walki di prendere il controllo del territorio, ma, al tempo stesso, portarono Himmler alla decisione finale: quella di distruggere il ghetto di Varsavia.

Il 19 aprile del 1943, a resistere alla potenza di fuoco dei battaglioni di fanteria e cavalleria agli ordini del generale delle ss Jürgen Stroop, c’erano solo un migliaio di giovani ebrei. Un migliaio di giovani che cercarono di opporsi con audacia a una forza soverchiante, cercando di tenere desta la speranza in ogni abitante del ghetto. «Svegliati o popolo e lotta! Che ogni madre diventi una leonessa in difesa dei suoi piccoli! Che nessun padre veda con rassegnazione la morte dei figli!» dicevano i manifesti dattiloscritti diffusi clandestinamente.

Una vicenda paradigmatica quella del ghetto di Varsavia in cui il dramma della Shoah si sovrappone e si mescola con quella del martirio della nazione polacca. Giovanni Paolo II, nell’aprile del 1983, a quarant’anni dall’eccidio, nel sottolineare l’efferatezza del massacro e lo slancio eroico degli ebrei del ghetto, affermò che quella rivolta «fu un grido disperato per il diritto alla vita, per la libertà e per la salvezza della dignità dell’uomo».

Quell’insurrezione fu, dunque, anche una ribellione dell’anima. Un’anima piagata da una condizione di duplice prigionia. Il ghetto, infatti, era una sorta di prigione all’interno di un’altra prigione, una segreta dentro un penitenziario, un buco nero all’interno di un inferno pianificato e costruito da algidi e brutali dispensatori di morte. Una delle più originali e importanti testimonianze dirette su quelle vicende drammatiche e sul silenzio che, per decenni, scese su quei fatti, ci viene restituita dalle pagine del libro autobiografico di Jan Karski, al secolo Jan Kozielewski, La mia testimonianza davanti al mondo (Milano, Adelphi, 2013, euro 32, pagine 513). Un libro pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1944 ma, dimenticato nel dopoguerra per motivi geopolitici, e stampato in Polonia soltanto nel 1999, pochi mesi prima della morte di Karski.

Nato a Łódź nel 1914 come ottavo e ultimo figlio di un proprietario di sellerie, Jan Karski, cattolico e fervente sostenitore di Józef Piłsudski, diventò ben presto un giovane ufficiale della riserva e nel 1938 prese servizio presso il ministero degli Esteri come funzionario di primo grado. Nel 1939, al momento dell’invasione della Polonia, si unì alla resistenza, all’Armia Krajowa, l’esercito della nazione, e venne incaricato di tenere i collegamenti tra lo Stato segreto polacco, una struttura clandestina perfettamente in grado di funzionare in ogni sua ramificazione, e gli organi ufficiali del governo in esilio a Londra. Incaricato dal premier Władysław Sikorski di compiere missioni rischiosissime, riuscì a compiere un’azione eccezionale: entrare nel ghetto di Varsavia e nel campo di transito di Bełżec, riuscire a uscirne e, soprattutto, denunciare al mondo le atrocità che aveva visto.

«Oltrepassare il muro del ghetto — scrive Jan Karski — significava davvero entrare in un altro mondo, diverso da qualunque altra cosa possa mai essere stata immaginata dall’uomo. Sembrava che l’intera popolazione del ghetto vivesse per strada. Si faceva fatica a trovare un metro quadro di marciapiede o di carreggiata che non fosse ingombro di corpi». Gli orrori di cui fu testimone diretto, pochi mesi prima della rivolta dell’aprile 1943, «sarebbero andati al di là» della sua «capacità di immaginazione e di descrizione» annotava sgomento. Le «creature» che si trovava di fronte erano «macilente, spossate, affamate» e ogni persona «pareva fremere con un’intensità innaturale» come se quell’agitarsi «non fosse che un estremo, disperato tentativo di ingannare la morte imminente».

Nel voluminoso racconto autobiografico, caratterizzato, principalmente, dalla resistenza polacca contro l’invasore tedesco, le pagine sul ghetto di Varsavia occupano solo un piccolo spazio. Eppure, si tratta di uno spazio simbolicamente importantissimo, perché in quelle pagine viene narrata un’esperienza che Karski cercò poi di testimoniare, invano, a tutti i grandi della terra. Una “testimonianza al mondo” che oggi tutti riconoscono come un’opera meritoria. Un merito rilevantissimo riconosciuto anche dallo Yad Vashem che nel 1982 lo insignì della medaglia di Giusto tra le nazioni.