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War comics. Super Trump vs Evil Kim

maggio 30, 2017 Federico Leoni

Ogni epoca ha le sue guerre e i suoi fumetti. E il contrasto bellico tra Washington e Pyongyang non è nuovo, nemmeno su carta

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Trovo molto seducenti i false friends. Si tratta di quelle parole straniere che suggeriscono un significato diverso da quello che in realtà hanno, come il francese salir, che significa sporcare, o déjeuner, pranzare. In inglese lurid vuol dire livido, cold freddo. A volte i falsi amici sono così subdoli da spacciarsi per sinonimi di quello che invece è il loro esatto contrario. Il mio false friend preferito è sicuramente villain. Villain significa cattivo, ma come tutti i vocaboli è circondato da un alone che ne precisa il senso e – in questo caso – gli attribuisce un surplus di malvagità. Il villain si compiace della propria perfidia e ha una folle passione per il lato oscuro. Può ispirare sentimenti di simpatia, in certi casi, per la dedizione incrollabile con cui persegue il male, quasi che la natura lo spingesse verso il crimine con una pressione irresistibile. Una malvagità così perfetta, fortunatamente, è più frequente nelle opere di invenzione che non nella realtà, ecco perché i villain abbondano in libri e film, dal Riccardo III shakespeariano a Darth Vader.

Il paradiso dei villain, tuttavia, è costituito probabilmente dal mondo dei fumetti. La lista dei peggiori furfanti nella storia dei comics, stilata da Imagine Games Network, vede sul podio Magneto, Joker e il Dottor Destino, ma per l’elenco completo dei supercriminali non basterebbe un intero numero di Tempi. Tutti condividono una caratteristica: non esistono. Esiste, invece, Kim Jong-un. Il leader nordcoreano sarebbe perfetto nel ruolo del villain: il taglio di capelli, la pinguedine, l’inquietante bonomia dei suoi sorrisi, tutto contribuisce a farlo sembrare l’arcinemico di un supereroe. Anche Trump, secondo gli avversari, è un impostore da romanzo, ma al di là di come la si pensi la grossolana americanità di certi atteggiamenti potrebbe spingere a immaginarlo come un aspirante superman biondo e imbolsito. Trump detesta Kim, ma non fino in fondo: prima lo vuole bombardare, poi spera di incontrarlo. Come nei fumetti, buono e cattivo sono legati a doppio filo. Super Trump vs Evil Kim. Suona bene, no?

La Corea, peraltro, ha già un ruolo nella storia dei fumetti. Negli anni Cinquanta il conflitto nella Penisola ha contribuito alla nascita dei war comics, i fumetti dedicati al tema della guerra. Non che negli anni precedenti le battaglie mancassero: sulla copertina del primo numero di Captain America, uscito nel marzo del 1941, Cap prende a pugni Adolf Hitler di fronte alle facce sgomente degli ufficiali nazisti. Si tratta di un fumetto talmente celebre da aver ispirato numerose parodie, alcune delle quali con Trump nei panni del Führer. La funerea liturgia del Reich ha rappresentato un ricco serbatoio per il mondo dei fumetti, sempre alla spasmodica ricerca di cattivi da sgominare, tanto che con la fine della Seconda Guerra mondiale la mancanza di avversari e la voglia di pace determinò una pesante flessione delle vendite. Jack Kirby e Joe Simon, i creatori di Captain America, finirono con il dedicarsi a battiti di cuore e cotte adolescenziali pubblicando un fumetto intitolato Young Romance. Ma fu solo una parentesi.

Semplicemente musi gialli
Nell’agosto del 1949 l’Unione Sovietica coronò il suo sogno nucleare, fornendo nuove preoccupazioni all’Occidente e un nemico di tutto rispetto da mettere in pagina. I comics di quel periodo rispecchiavano gli incubi degli americani. Titoli come Atom-age Combat e Atomic War riportavano in copertina immagini di razzi avveniristici, inquietanti funghi atomici e sottomarini nucleari a pelo d’acqua. Le potenzialità di quei disegni non sfuggirono ai sostenitori della crociata antisovietica.

La Catechetical Guild Educational Society sponsorizzò Is This Tomorrow, un fumetto che immaginava spie comuniste mettere in pratica un piano sovversivo per assicurarsi il controllo dell’America. L’albo si concludeva con i “dieci comandamenti della democrazia”, il cui messaggio era chiaro: se i lettori fossero stati sufficientemente vigili le istituzioni sarebbero rimaste al sicuro.
La nascita della Repubblica popolare cinese assegnò un volto esotico al nemico comunista e lo sconfinamento nordcoreano sotto il trentottesimo parallelo rafforzò la connotazione asiatica dei nuovi villains. Se nel corso della Seconda Guerra mondiale gli americani erano stati in grado di distinguere fra tedeschi e nazisti, con gli attuali nemici fu più difficile evitare gli stereotipi. Come i giapponesi dopo Pearl Harbor, cinesi e nordcoreani divennero semplicemente musi gialli: i fumettisti li rappresentavano con ghigni diabolici e scimmieschi, volti appuntiti, occhi sottili e minacciosi. Alcuni supereroi, come la Torcia Umana, si ritrovarono a combattere in Corea, ma i disegnatori si dedicarono soprattutto a storie di soldati comuni impelagati nella guerra.

Coraggio, redenzione e sacrificio erano quasi sempre i temi alla base dell’intreccio, ma c’erano alcune eccezioni. Negli anni Cinquanta molti lettori di fumetti erano reduci della Seconda Guerra mondiale, conoscevano gli orrori delle battaglie e non erano disposti a farsi rifilare storie poco veritiere. Albi come Frontline Combat, Two-Fisted Tales e Combat Casey risposero a questo genere di richieste proponendo storie di soldati americani stressati e titubanti, molto più occupati a salvarsi la pelle che non a difendere i princìpi cardine del sistema occidentale. I toni crudi di questi fumetti, dove interminabili combattimenti corpo a corpo culminavano in copiosi spargimenti di sangue, suscitarono l’indignazione delle autorità, in anni in cui i comics finivano sotto accusa anche per altri motivi.

Un celebre psichiatra, Fredric Wertham, notò che la maggior parte degli adolescenti problematici leggeva fumetti (gli sfuggiva il fatto che tutti gli adolescenti leggevano fumetti): ipotizzò un nesso di causalità tra le due cose e fu così il principale ispiratore del Comics Code, un codice di regolamentazione che imponeva severe norme di condotta a tutti gli editori. La mannaia calò sui fumetti più cruenti e i disegnatori furono dirottati su temi meno sensibili, come la fantascienza. Il vento critico che si era alzato, però, non poteva calare. Le ragioni della guerra, così chiare in Normandia, sembravano molto più incerte in Corea, un po’ come sarebbe accaduto in maniera ancor più evidente con il Vietnam e l’Iraq.

Hotsky Trotski e Poison Ivan
Kirby e Simon inventarono un nuovo supereroe, Fighting American, che però già al secondo numero si trasformò nella parodia del benefattore mascherato ciecamente dedito al contrasto del comunismo. I suoi nemici avevano nomi buffi come Hotsky Trotski e Poison Ivan: l’America stava cambiando e l’ironia si faceva spazio alle spalle dei comunisti e di chi gli dava la caccia. Nel 1954, anno d’esordio di Fighting American, le audizioni di McCarthy cominciarono ad essere trasmesse in televisione e gli statunitensi trovarono i toni del senatore più inquietanti dello spettro rosso. Fu l’inizio di un travagliato epilogo. Nel 1963 sarebbe nato un nuovo supereroe, Iron Man, la cui storia prende le mosse in un remoto paese asiatico: il Vietnam. Da allora in poi anche i comics non sarebbero stati più gli stessi. Ogni epoca ha le sue guerre, ogni epoca ha le sue storie e ogni epoca ha i suoi fumetti. Oggi il contrasto tra Washington e Pyongyang suscita l’apprensione di analisti e osservatori, ma è possibile che la domanda da porsi sia quella apparentemente meno seria: riuscirà Super Trump ad avere la meglio sullo spietato Evil Kim?

Foto Ansa

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