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Io, vittima della malagiustizia, e tutti gli altri come me

aprile 19, 2016 Daniele Guarneri

Una giornata con Mario Caizzone che ha creato, dopo 20 anni di battaglia in tribunale, un’associazione che si occupa di migliaia di casi come il suo

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Arriva un momento in cui non ce la fai più. Quando hai dato tutto, quando hai perso tutto e sei rimasto solo, rischi di prendere la decisione peggiore: ti spari. Così metti fine a processi, carte, udienze, denunce, debiti, minacce. Mario Caizzone ci ha pensato: «Un colpo alla testa ed è fatta». Messinese classe 1958, Caizzone si trasferisce a Milano negli anni Ottanta per cominciare la sua attività da commercialista che in breve tempo riscuote un discreto successo permettendogli di aprire un ufficio anche a Roma. Tutto bene fino al 5 febbraio 1993. Da quel momento parte per il giovane commercialista una querelle giudiziaria che lo porterà a perdere tutto: lavoro, soldi, fidanzata, amici. L’incubo dura 21 anni, fino al 28 marzo 2014, giorno in cui Caizzone riesce a riavere il certificato penale immacolato.

Partendo da questa odissea Caizzone ha deciso di fare qualcosa di importante per chi, come lui, ha sofferto in questo modo. Così è nata l’Associazione italiana vittime della malagiustizia (Aivm), perché «non tutti hanno la possibilità e la forza di parlare. In tanti si ostinano a continuare un percorso giudiziario che non ha vie d’uscita e che può portare, se va bene, a dilapidare il conto in banca. Se va peggio ti porta al suicidio. Io voglio aiutarli, dando loro almeno un sostegno morale», dice a Tempi.

Un passo indietro. Nel febbraio 1993 Caizzone, nel pieno della carriera, è consulente di alcune importanti società italiane. Una di queste viene sottoposta a verifica fiscale e al commercialista viene chiesto di seguire le pratiche con i finanzieri. «È successo che questi signori mi hanno formulato una richiesta in denaro per “addomesticare la verifica”. Si chiama concussione, che io naturalmente ho denunciato. Risultato: la verifica della Guardia di finanza è proseguita, i miei clienti sono stati arrestati, io messo ai domiciliari perché indicato come sindaco della società. Non solo, sono stato anche accusato di calunnia dagli agenti che avevano tentato di farsi corrompere. Da questa vicenda sono stato assolto solo in appello. Per quella che invece mi ha portato agli arresti domiciliari le cose sono andate molto più per le lunghe».

Sin dal principio la difesa di Caizzone ha in mano una prova che dovrebbe scagionare l’assistito: una semplice quanto banale visura della Camera di commercio che attesta come il commercialista non abbia alcun incarico nella società inquisita. Eppure nel 2005 l’accusa chiede per lui cinque anni di carcere, che il giudice riduce a tre. Condanna confermata anche in appello. Nel frattempo si va verso la prescrizione, «ma io rinuncio. Sembrerà folle, ma credo nella giustizia: il sito della mia associazione (www.aivm.it) apre con il versetto dell’evangelista Matteo: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati”. E alla fine ho avuto ragione: la Cassazione ha rimandato in appello il procedimento e a marzo 2014 sono stato assolto da tutto. Ho atteso 21 anni per avere la fedina penale pulita, eppure il mistero del perché sono finito in questo groviglio giudiziario è rimasto».

Quando la resa ti salva la vita
Entrando nei dettagli della vicenda di Caizzone o di quella di tanti uomini e donne che si rivolgono alla sua associazione, c’è da avere paura della giustizia, altro che «fame e sete». E non sono pochi i casi che dal 2012 Aivm ha seguito. Caizzone ne conta «oltre tremila». La malagiustizia, dice, «è un problema reale, diffuso, ma nascosto». Nella sede di piazza Luigi di Savoia a Milano, lavorano tutti gratuitamente. Caizzone guida un nutrito gruppo di giovani laureandi e laureati in giurisprudenza, economia, comunicazione: «Qui impariamo nel concreto gli aspetti della nostra futura professione. Ci rendiamo conto che un nostro errore, una nostra negligenza, rischia di fare davvero del male a una persona. Stando qui, ascoltando le storie di tutti quelli che chiamano, lo abbiamo capito», spiega a Tempi uno dei ragazzi.

Loro sono i primi a ricevere email e telefonate dai toni disperati. «Aivm offre gratuitamente sostegno alle persone che si ritengono vittime di malagiustizia. Penale, civile, amministrativa o tributaria che sia. Questo è un centro di ascolto che prima di tutto dà un supporto morale». Una volta lette le carte del singolo caso, l’associazione si avvale di una squadra di avvocati e docenti universitari che, sempre in maniera volontaria, aiuta l’assistito a prendere coscienza di come stanno le cose. Ma soprattutto «non lasciamo mai che si senta solo davanti a una macchina complessa che raramente ammette di avere sbagliato. E così, insieme, partendo dalla semplice lettura delle carte, si decide se procedere o meno, indicando le vie per provare a ottenere la revisione della sentenza, la riabilitazione o un risarcimento».

Questa è la fase più importante secondo Caizzone. Una persona deve essere in grado di dire basta, deve capire quando non ha più senso andare avanti, accettare un giudizio anche se sbagliato. «Fermarsi potrebbe significare salvarsi la vita. Spesso gli avvocati se ne approfittano, spingono i clienti a proseguire nelle cause per continuare a spillare denaro, e magari non svolgono nemmeno bene il lavoro. A me è accaduto qualcosa del genere durante il primo processo». Su questo problema Caizzone mette in guardia tutte le persone che si rivolgono a lui, e tiene molto a sottolineare a Tempi che «l’associazione non combatte una battaglia contro i magistrati. Aivm tutela e assiste tutti coloro che ritengono di essere stati danneggiati da errori che possono verificarsi in buona fede, oppure per ritardi, superficialità, interpretazioni errate, lungaggini, comportamenti arbitrari, pregiudizi che possono trasformarsi in violenza e abuso di potere posti in essere da chi amministra la giustizia. Quindi non solo magistrati. Ci sono anche avvocati, consulenti. In circa il 50 per cento dei casi che abbiamo seguito, la malagiustizia deriva dalla negligenza dell’avvocato. E non in uno di tutti questi casi l’ordine di categoria ha preso dei provvedimenti nei confronti del legale coinvolto. Io parlo per esperienza, e i casi seguiti dall’associazione lo confermano: se sei da solo rischi di andare avanti e perdere soldi, casa, famiglia, lavoro. Quando non hai più nulla se non le parcelle del tuo legale da saldare, cosa fai? Abbiamo incontrato persone che si sono messe a rubare, che hanno lavorato in nero per sfuggire alle persecuzioni di Equitalia e delle banche, per scongiurare il pignoramento del proprio stipendio, donne che si sono prostituite per riuscire a pagare i debiti».

«Siamo noi i nuovi poveri»
Il lavoro dell’associazione delle vittime di malagiustizia non si ferma al centro d’ascolto. Il secondo pilastro è il cosiddetto osservatorio dove confluiscono tutti i casi presi in carico. Una sorta di banca dati che ha già prodotto almeno un risultato statistico, il primo identikit delle vittime di malagiustizia. Caizzone snocciola i numeri a memoria: «Il 62 per cento ha tra i 40 e i 60 anni, il 53 per cento viene dal Nord, sette su dieci sono uomini, poco più della metà è separato, un quarto è disoccupato mentre un terzo ha partita Iva. Il 52 per cento ha cause penali in corso, il 42 per cento civili. Nel primo caso il 69 per cento sono ferme al processo di primo grado; nel secondo caso la percentuale diminuisce al 57».

Il problema malagiustizia non lo conosce nessuno anche perché sui giornali finiscono solo i casi che riguardano personaggi famosi. Si tende a immaginare che vicende come quella di Caizzone siano dovute al destino crudele, la sfortuna di avere incontrato persone non proprio per bene, casi veramente rari. Invece no, non è così. Sono migliaia le storie raccontate nel sito dell’associazione, migliaia di drammi che nessuno nota perché riguardano cittadini qualunque: “Il caso di Giuseppe C.”, “Il caso di Calogero P.”, “Il caso di Michele T.”, “Il caso di Luca D. S.” e via dicendo. «Sono loro i nuovi poveri: tremila persone in gravissima difficoltà economica che non hanno più punti di riferimento. Tremila persone ridotte in questo stato perché è stato negato loro il principio della presunzione di innocenza sancito dalla Costituzione».

E il risarcimento da parte dello Stato per i cittadini che vengono riconosciuti innocenti? «A chi prende contatto con l’associazione spieghiamo di non fare troppo affidamento sul risarcimento statale. Chi riesce a ottenerlo, e i casi sono rarissimi, è perché era in grado di pagarsi un buon avvocato». Lo aveva scritto anche Maurizio Tortorella, nella sua rubrica settimanale su Tempi: «Oltre che per “errore giudiziario” si può fare causa allo Stato per “irragionevole durata del processo”. Ma si tratta di casi molto circoscritti. Che danno vita a cause complicatissime e incerte, quasi sempre destinate a infrangersi contro il muro di gomma dell’amministrazione giudiziaria». E allora Caizzone chiede al ministro della Giustizia: «Come fa chi non ha la possibilità di avere una buona assistenza legale? In un paese civile, nel momento in cui viene riconosciuto un errore giudiziario, dovrebbe essere lo Stato che, in automatico, liquida la vittima senza bisogno di un ulteriore processo di quantificazione».

Alcune proposte molto concrete
Questa è solo una delle tante proposte nate dall’ultimo pilastro dell’Aivm, il centro studi che in base alle problematiche emerse dalle informazioni raccolte dal centro d’ascolto e dai dati elaborati dall’osservatorio, ha l’obiettivo, appunto, di promuovere progetti di legge. Un altro di questi riguarda le modalità con cui si dà notizia dell’arresto degli indagati, a partire dalla primissima conferenza stampa. «È da Tangentopoli che assistiamo alla stessa scena», spiega Caizzone. «Gli arresti avvengono alle prime ore del giorno, ma davanti alle abitazioni o alle aziende ci sono già schiere di giornalisti e telecamere. Subito dopo avviene la conferenza stampa dove procuratore e pm spiegano le motivazioni delle misure cautelari. Quando questo accade, in Italia sei finito, la tua vita è segnata per sempre, perché nessuno si occupa delle conseguenze di una condanna, di una carcerazione o di un sequestro preventivo inflitti a un innocente. Eppure basta un avviso di garanzia per distruggerti la vita».

Caizzone per spiegarsi fa questo paragone: «Sa come funziona la pesca a strascico? Sa cosa accade quando i pescatori raccolgono le reti e in queste si impiglia un delfino? Il più delle volte, non riuscendo a liberarlo, gli tagliano le pinne e lo ributtano in mare. E il delfino affonda. Muore. È lo stesso per le persone che finiscono nelle reti della giustizia per sbaglio: restano marchiate e da quel momento si trovano a vivere in condizioni di estremo disagio: conti bloccati, amici che si dileguano, gravi difficoltà sul posto di lavoro, nessuna possibilità di trovarne uno nuovo. Allora io propongo: finché le indagini non sono finite, tutto dovrebbe rimanere nel massimo riserbo. La conferenza stampa? Facciamola dopo. Perché rischiare di rovinare la vita di una persona, o peggio di una intera famiglia?».

E ancora. I volontari dell’Aivm chiedono la revisione delle leggi fallimentari italiane, prevedendo una moratoria per i piccoli e medi imprenditori: «In Italia chi fallisce rimane fallito per sempre perché nessuno riesce a chiedere un prestito alle banche per ripartire. Invece, come accade negli Stati Uniti, dopo un certo periodo devi poter rientrare nel circuito creditizio. Una sanatoria per poter ricominciare».

Foto Ansa


 

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1 Commenti

  1. Giovanna scrive:

    Cari amici a proposito di malagiustizia, anzi di ingiustizia, chiedo a tutti voi di pregare per l’assurda condanna di Yishai Schlissel

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