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Viaggio ragionato alla Fiera del libro per ragazzi (mica solo diari per schiappe)

aprile 4, 2017 Francesca Parodi

Bologna. Annalena Valenti ci spiega le novità di quest’anno. Pop up, digitale, moda gender e cattivi non tanto “cattivi”

In mezzo alla crisi del mondo dell’editoria, una fetta che ancora resiste e traina il resto del settore è quello della letteratura per ragazzi, in particolare per i bambini più piccoli di 8 anni. «A questo successo ha contribuito anche la Fiera del libro per ragazzi a Bologna. Infatti l’aspetto più importante dell’evento non sono gli incontri o i laboratori, ma la possibilità di comprare e vendere i diritti d’autore, e attorno a questo ruota tutto il resto» spiega a tempi.it Annalena Valenti, autrice per bambini, esperta di fiabe e blogger di Mammaoca. «Nel 2001 l’Italia ha comprato 1250 diritti ne ha venduti 386. Nel 2016 ne ha comprati 1200 e ne ha venduti 2900. Si tratta di una crescita davvero notevole che testimonia l’utilità strategica di questo evento fieristico per gli editori italiani». Quest’anno la Fiera è arrivata alla sua 54esima edizione, si svolge a Bologna dal 3 al 6 aprile e coinvolge 1.200 espositori provenienti da oltre 75 paesi del mondo, compresa, per la prima volta, la Birmania.

OMOLOGAZIONE E STILE. I paesi in cui il mercato dell’editoria per ragazzi gode di migliore salute sono gli Stati Uniti e i paesi orientali, come la Cina, «perché è lì che avviene principalmente la stampa, soprattutto dei best seller». La cosa più impressionante, osserva Valenti, è che, per via della globalizzazione, «passeggiando tra i vari stand suddivisi per nazionalità, si fa fatica a capire se certi libri sono originariamente coreani o italiani. Presentano la stessa grafica e impostazione, sembrano omologati. Sono ormai pochi i paesi che conservano un loro stile caratteristico, e questi sono soprattutto quelli dell’est, come Russia, Lituani a Polonia. Si tratta di paesi che hanno una grande tradizione di illustratori».

POP UP. L’arte visiva all’interno della narrazione, spiega Valenti, sta prendendo piede in maniera sempre più sofisticata, tanto che la novità di quest’anno alla Fiera è la presenza, per la prima volta, di una grande mostra degli illustratori. Questa comprende anche i pop up, cioè quei libri dalle cui pagine, una volta sfogliate, «saltano fuori» figure di cartone, trasformando la lettura in un’esperienza in 3D, ma senza il filtro della tecnologia. «Le maestre delle scuole materne e asili nido dovrebbero utilizzare più spesso i pop up, cosa che nessuno ha ancora osato fare» sostiene Valenti. «I libri troppo “creativi” vengono solitamente tenuti lontani dai bambini, mentre invece io credo che siano molto stimolanti. Un pop up, con la sua componente visiva, incanta il bambino e suscita il lui quel senso di meraviglia che lo porterà ad innamorarsi della parola scritta e quindi della lettura». Se però le raffigurazioni sono utili per i bambini molto piccoli e per il loro primo approccio alla lettura, Valenti, così come altri grandi autori e studiosi prima di lei, ritiene che i libri per ragazzi dovrebbero esserne privi. «I libri servono a stimolare la fantasia con il solo uso delle parole. Devono permettere che un’immagine prenda forma nella mente di un ragazzo in maniera libera e soggettiva. Un’illustrazione impone la visione del disegnatore».

E I CATTIVI? Ultimamente, tra i ragazzi più grandi stanno avendo un discreto successo le graphic novel, cioè i romanzi o i racconti traslati sotto forma di fumetto. In Italia rimangono saldi i racconti seriali illustrati, come Geronimo Stilton, Diario di una schiappa o i libri di Roal Dahl (di cui, a settembre 2016, si è festeggiato il centenario di nascita), e l’intramontabile fantasy. «Poi ogni anno ha le sue mode influenzate anche dal contesto sociale e politico. Per esempio, essendo molto attuale il dibattito sul gender, è raro trovare racconti con protagonista una principessa, si prediligono donne che compiono azioni tradizionalmente attribuite agli uomini». Ma c’è anche un’altra tendenza che si sta radicando e da cui Valenti mette in guardia, cioè la giustificazione del cattivo: mentre fino a qualche anno fa, nelle fiabe la differenza tra buono e cattivo era netta, oggi l’«evil» è un personaggio più sfaccettato e complesso, persino troppo per dei bambini. «Le fiabe, per definizione, rappresentano una metafora schematizzata della realtà con delle regole precise e sono costruite apposta per far passare ai piccoli un messaggio chiaro. Rompere questi schemi e queste regole genera confusione, perché confonde “il dentro e il fuori”, cioè la realtà vera con quella fittizia della fantasia. I bambini hanno bisogno di certezze, non di zone grigie».

IL DIGITALE. Altra novità degli ultimi anni è il digitale. «Di anno in anno anche il settore dell’editoria è toccato dal progredire della tecnologia. Hanno creato dei veri e propri giochi virtuali a partire dai libri e che riscuotono grande successo alla Fiera di Bologna. In pratica, il bambino guida il personaggio nello svolgersi della storia. È senz’altro affascinante, ma anche molto dispersivo». La digitalizzazione può essere invece molto utile, secondo Valenti, nel settore della scolastica. «Può aiutare i docenti ad illustrare meglio le lezioni e a far passare i concetti, e gli studenti a comprendere e memorizzare. Senz’altro il libro rimane fondamentale, ma il digitale può rivelarsi un valido strumento di supporto».

DISEDUCAZIONE ALLA LETTURA. Dietro il successo dell’editoria per ragazzi però, sottolinea Valenti, si nasconde un paradosso: in Italia sale il numero di libri stampati, ma i dati svelano che i ragazzi leggono sempre meno man mano che crescono. I giovani lettori costituiscono il 37 per cento tra i 3-4 anni, il 23 per cento tra i 5-6 anni, il 17 per cento tra i 7-8 anni e poi sempre a calare. La colpa, secondo Valenti, è innanzitutto dovuta a una «diseducazione alla lettura»: al di là dei genitori che non danno il buon esempio o non leggono delle storie ai loro figli, la scuola non incentiva l’amore per la lettura. «Gli insegnanti si accontentano di imporre ai ragazzi una serie di libri da leggere, ma non sempre insegnano loro ad andare al di là del testo, a dare un significato alla lettura. Il leggere fino a se stesso è sterile, mentre serve cogliere l’essenza del contenuto e trarne anche un certo piacere, perché la lettura deve essere innanzitutto divertimento».

Foto Ansa

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