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Qual è la regione preferita dagli italiani per farsi curare? La Lombardia di Formigoni

luglio 19, 2012 Chiara Rizzo

Sono 850 mila i pazienti che si muovono verso altre regioni in cerca di maggiori speranze di guarigione: un flusso che corrisponde a 3 miliardi di euro di rimborsi. Il Sud reagisce importando le eccellenze nel suo territorio

Li chiamano i migranti della salute. Sono oltre 850 mila i pazienti che ogni anno si spostano dalla propria regione ad altre in cerca di cure mediche più efficaci: un fenomeno che denuncia la scarsa fiducia nei sistemi sanitari delle proprie zone di residenza, a cui corrisponde un notevole flusso di denaro in uscita da una regione all’altra. A livello nazionale, infatti, i ricoveri in altre regioni nel 2011 sono equivalsi a rimborsi per 3 miliardi di euro: e il saldo tra questi attivi e passivi è proprio quello che serve ad indicare i bilanci delle famose “regioni in rosso” per la sanità.

Le regioni che vantano più crediti sono Lombardia, Emilia Romagna e Toscana: ci sono poi i casi particolari dell’ospedale pediatrico privato Bambino Gesù di Roma, che da solo vanta crediti per oltre 165 milioni di euro, e il caso della regione Molise. Sono queste in particolare le regioni ritenute mete di speranza per chi deve curarsi, mentre la maggior parte dei pazienti parte da Sicilia, Calabria, Puglia e Campania.

Più in dettaglio ecco cosa accade. Secondo l’ultimo rapporto annuale del ministero della Salute sull’attività di ricovero ospedaliero, nel 2010 ad esempio, dalla Sicilia sono andate in Lombardia più di 12 mila persone (13 mila nel 2009), 6 mila in Emilia Romagna (6 mila), 4 mila in Toscana (3.700), 4 mila in Lazio (4.800) 3 mila in Veneto (3.700), 2 mila in Liguria (1900). Dalla Calabria sono partite per la Lombardia circa 7.800 persone (8.300), per il Lazio 8.200 (8.600), per l’Emilia Romagna 5.100 (5.300), 3.800 per la Toscana (3 mila) e poi 3 mila persone verso la confinante Puglia (2.700), e 4 mila verso la Sicilia (5.400). Dalla Puglia circa 8.100 pazienti sono andati in Lombardia (8.400), 7.500 in Emilia (7.400), 5.400 in Lazio (6.200), 3.200 in Toscana (3 mila),1.100 in Liguria (1.100). Dalla Campania, infine, più di 6.900 pazienti sono andati in Lombardia (7.500), 6.400 in Toscana (6.500), 5.400 in Emilia (5.300), 2.200 in Veneto (2.200), 1.300 in Liguria (1.200), e ben 15.700 in Lazio (17.200). Il Molise è un caso particolare, perché pur essendo una piccolissima regione del Sud, da sola ha attirato, nel 2010, 2.400 pazienti dalla Puglia (2.500) e 6.200 dalla Campania (5.400).

Calcolando i ricoveri complessivi, si scopre così che la Lombardia è al top della classifica, con oltre 1 milione e 200 mila ricoveri erogati nel 2010; mentre il Lazio ne ha erogati 680 mila, l’Emilia Romagna 583 mila, il Veneto 521 mila, la Toscana 453 mila, la Liguria 190 mila. La mobilità attiva, cioè l’insieme dei pazienti che arrivano a curarsi da altre regioni è stato nel 2010 del 8,5 per cento in Lombardia, del 13,6 per cento in Emilia Romagna, del 10,5 per cento in Toscana, del 10,5 per cento in Liguria, e di ben il 26,7 per cento in Molise.

Questi flussi di migrazione sanitaria, secondo la tabella approvata dalla Conferenza delle Regioni lo scorso 14 marzo, nel 2011 ha creato un debito per le Asl che rimborsano i pazienti migranti in Campania e verso altre regioni di 385 milioni di euro (contro un credito di 86 milioni di euro, e un passivo quindi di 298 milioni di euro); in Calabria di 264 milioni di euro (e un credito di 27 milioni di euro; con un passivo di 236 milioni di euro); in Sicilia di oltre 258 milioni di euro un credito vantato di 57 milioni, e un passivo quindi di 200 milioni di euro); in Puglia di 278 milioni di euro (un credito di 104 milioni di euro, e un passivo di 173 milioni). Viceversa, la Lombardia vanta rimborsi dalle Asl di altre regioni per 768 milioni di euro (rispetto a debiti per 317 milioni di euro, con un saldo in attivo di 450 mila euro), l’Emilia Romagna per 555 milioni di euro (debiti per 211 milioni e un saldo attivo di 343 milioni), la Toscana crediti per 285 milioni di euro (e debiti per 165 milioni, con un saldo positivo di 120 milioni di euro). Il “caso” Molise, con crediti verso altre regioni per 84 milioni di euro e debiti per 52 milioni, chiude con un attivo di 32 milioni di euro.

È significativo notare, comunque, come dalle stesse regioni “meta” ci sia una migrazione sanitaria verso altre regioni. Ad esempio, nel 2010, dalla Lombardia sono andate a curarsi in Emilia Romagna 10.800 persone, dall’Emilia verso la Lombardia 13.600 pazienti, dalla Lombardia al Veneto 8.600 persone, dal Veneto alla Lombardia 6.900 persone.

Quanto è efficace il trasferimento per le cure, da una regione all’altra? È più facile guarire, andando da Sud verso Nord? Al quesito ha cercato di dare una risposta il quaderno Monitor 2012 dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, dedicato proprio alla mobilità sanitaria. Il quaderno ha usato i dati del Programma nazionale esiti del 2009, in particolare riferiti ai tassi di mortalità dopo un mese dall’intervento per tre operazioni: bypass aorto coronarico, valvuloplastica, tumore maligno al polmone. «I pazienti che si muovono alla ricerca di assistenza sanitaria – si legge – lontano dalla propria regione traggono un concreto beneficio di spostamento ma solo per i problemi di salute che è possibile trattare in modo efficace con le cure disponibili. Come l’intervento di bypass e la valvuloplastica, interventi di provata efficacia: i malati che si spostano su lunghi percorsi, soprattutto dalle regioni del Mezzogiorno, hanno risultati di sopravvivenza significativamente migliori dei pazienti che rimangono in strutture nella propria residenza. Quando invece si analizzano gli effetti della mobilità sulle malattie per le quali il trattamento non riesce ad apportare un rilevante beneficio in termini di sopravvivenza, come il tumore del polmone, non emerge alcuna differenza. Queste eccezioni, se ben valutate, potrebbero rendere superflui gli spostamenti tra il sud e il nord».

Dai dati sui ricoveri e sui rimborsi si ricava tuttavia anche una diminuzione dei pazienti “migranti”: in particolare, tra il 2010 e il 2011 sono passati da 331 a 300 milioni di euro i rimborsi campani per i ricoveri in altre regioni, e da 208 a 205 milioni quelli in Sicilia. Quest’ultima regione è anche quella che nell’ultimo anno ha fatto di più per tamponare l’emorragia di pazienti all’esterno, stringendo accordi con strutture sanitarie d’eccellenza di altre regioni. Ecco così che a Bagheria, nella villa Santa Teresa confiscata a Michele Aiello, nel 2011 ha aperto il dipartimento siciliano dell’ospedale Rizzoli di Bologna (che richiama circa 1000 siciliani ogni anno), e a Trapani nel 2012 si avvia il Centro di medicina fisica e riabilitativa gestito dall’Ospedale di Ferrara, mentre l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha aperto a Taormina il Centro cardiologico pediatrico del Mediterraneo, e la clinica Humanitas di Milano ha un suo centro oncologico a Catania.

Si tratta di accordi presi per la maggiorparte dall’attuale assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, in uno dei pochi rari casi di risorse risparmiate o recuperate dalla giunta Lombardo: un esempio che le altre regioni del meridione stanno seguendo. Il 16 luglio è stato firmata a Catanzaro l’intesa per l’apertura del nuovo centro pediatrico calabrese del Bambin Gesù di Roma. La Puglia invece, secondo l’assessore regionale alla Sanità Ettore Attalini, deve la diminuzione dei ricoveri oncologici in altre regioni (-9 per cento) all’investimento, fatto a partire dal 2007, per l’implemento di una rete Pet/Tac pubblica (inesistente fino al 2006), che ha portato le prestazioni erogate in Puglia nel settore da 308 del 2006 a 10.200 del 2010 (contro le 4.200 dei pugliesi in altre regioni).

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