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Primarie Pd: «Ogni nome nuovo è un’insidia per il partito»

marzo 7, 2012 Chiara Sirianni

Intervista al direttore di Europa Stefano Menichini: «Inutile guardare al centro. L’unico modo per uscire da questa diatriba senza le ossa rotte è proseguire la linea di Monti, ampliando le politiche del governo attuale su una linea più progressista e solidaristica».

La vittoria di Fabrizio Ferrandelli che, grazie al sostegno politico del governatore Lombardo, ha sconfitto Rita Borsellino alle primarie palermitane, ha causato una tempesta nel Partito Democratico. Per i veltroniani il risultato indica che per gli elettori la foto di Vasto (quella raffigurante Bersani con Vendola e Di Pietro) è ormai superata. La sinistra di partito più vicina al segretario replica che il voto ha una valenza meramente locale. Chi ha ragione? Cosa si sta muovendo nel Pd? L’abbiamo chiesto a Stefano Menichini, direttore del quotidiano politico di area democratica Europa.

L’esito delle primarie palermitane compromette anche le primarie nazionali?
È molto probabile e sarebbe un peccato. Tutti questi casi in cui il candidato del Pd viene sconfitto possono rappresentare un’incognita. C’è il rischio che qualsiasi candidato, purché apparentemente portatore di novità, diventi insidioso per Pier Luigi Bersani. Inoltre si sta prefigurando una situazione particolare. Non sarà più richiesta un’indicazione preventiva di un candidato premier da parte del singolo partito e questo a me dispiace perché credo che le primarie siano uno strumento straordinario. Ma ho l’impressione che si vada in un’altra direzione, un accordo tra i partiti principali e un sistema che tornerà ad affidare al Parlamento e al Presidente della Repubblica sia l’aggregazione delle forze di maggioranza sia la scelta del premier.

L’appoggio al governo tecnico, per quanto indispensabile, ha reso il Pd terreno di conquista?
Agli italiani piace il governo tecnico. Apprezzano lo stile di Monti, la corrispondenza tra ciò che dice e ciò che fa. Il Pd non dovrebbe preoccuparsi di quanto può perdere appoggiando Monti, piuttosto dovrebbe occuparsi di quell’enorme bacino di elettori che, in questo momento, non si esprime a favore di nessun partito. Poi, se il populismo di Vendola e Di Pietro rosicchierà uno 0,5 per cento di voti al Pd, pazienza. È il saldo finale che conta.

La polemica tra Walter Veltroni e Nichi Vendola ha evocato una scissione: da una parte il Pd di sinistra, dall’altra il Pd di “centrodestra”. Veltroni da mesi non convoca riunioni di area né organizza iniziative. Sta pensando di sciogliere la componente Dem per avere maggior libertà di movimento?  
Una scissione sarebbe imprudente e illogica per un partito che, secondo i sondaggi, è il primo del Paese. Non conviene a nessuno. Veltroni non ha mai voluto fare il capo-corrente e credo che, in questo momento, gli convenga animare una discussione interna al partito per mettere assieme più personalità (Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Beppe Fioroni, Dario Franceschini). Si tratta di un’area potenzialmente maggioritaria che chiede a Bersani di prendere atto delle novità portate dal governo tecnico.

Emergono varie ipotesi sulla strategia delle alleanze da adottare in vista del voto del 2013. Per Fioroni occorre guardare al Terzo Polo, Rosy Bindi punta invece sull’accordo con Sel e Idv. Chi ha ragione?
L’unico modo per uscire da questa diatriba senza le ossa spaccate è puntare tutto su un Pd che prosegua la strada intrapresa da Monti ampliando le politiche del governo attuale su una linea più progressista, solidaristica, di centrosinistra. Dando una base di consenso democratico a una linea di governo che in questo momento ne è sprovvista. Se il Pd ci riesce, saranno gli altri a dover fare i conti con questa posizione. E, a quel punto, sarebbe semplice, al centro o a sinistra, vedere chi è in grado di reggere questa linea e chi no.

Rompere con Di Pietro e Vendola non mette a rischio le giunte (ad esempio Bologna, Milano, Napoli) che oggi governano col sostegno del centrosinistra?
Nessun sindaco farà operazioni da Prima Repubblica, rompendo gli equilibri locali perché a livello nazionale le cose cambiano. Ormai il locale è un’altra cosa. E i cittadini sarebbero molto severi davanti a un’amministrazione saltata solo per un dispetto politico.

Berlusconi ha detto di voler «sciogliere il Pdl» e di «tendere la mano» a Fini e Casini per dar vita a una grande coalizione aperta ai moderati del Pd. Ha fatto bene Bersani ha rispondere categoricamente “no”?
Ha fatto bene a non prendere sul serio quello che è palesemente il tentativo di uscire dal caos. Un pezzo alla volta, il Pdl si sta scomponendo. Le amministrative lo dimostreranno.

Il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, propone di puntare sul cattolicesimo sociale e sui testi di papa Ratzinger e del cardinale Angelo Bagnasco, giudicati il miglior antidoto contro il liberismo. E accenna a una Terza Repubblica che dovrà nascere «lungo l’asse del bipolarismo mite». 
L’ho trovata una mossa che risponde a una logica troppo vecchia, che poteva funzionare ai tempi del Pci, forse. Quell’idea per cui si cercano forti sintonie con un pensiero cattolico solidale e insieme ci si batte contro la società moderna e i suoi eccessi di mercato… Non c’è più nessuno, oggi, che ragiona secondo questi schemi. Il Pd ha già una presenza cattolica al suo interno, non ha bisogno di cercarla altrove.

Non si tratta forse di un corteggiamento agli elettori di Casini?
Certamente sì, ma chi pensa di farne discendere un’ipotesi politica di alleanza con i cattolici di centro si sbaglia di grosso. Gli elettori, ormai, non scelgono sulla base di questi schemi: preferiscono identificarsi in personalità che portano un po’ di aria fresca. Rincorrendo il centro, non si va da nessuna parte. 

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