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Pollari ribadisce: «Renato Farina non è l’agente Betulla»

giugno 23, 2015 Gianluca Salmaso

Il generale Nicolò Pollari ribadisce a Tgcom quanto va ripetendo da anni inascoltato: il giornalista non è mai stato l’agente segreto identificato come “Betulla”

Una spy story che, se non fosse italianissima, sembrerebbe uscita da un romanzo di John le Carré che la materia la conosce bene essendo stato una spia di quelle vere.
Il caso Abu Omar è un groviglio di fili la cui matassa non accenna a districarsi. A distanza di anni, ciclicamente, si susseguono indiscrezioni, rivelazioni e processi tutti indistintamente risolutivi e poi sovvertiti di punto in bianco da un nuovo filone, una nuova pista.

L’ultima in ordine di tempo è quella originatasi dal libro di Gabriele Polo Il mese più lungo dove, nel ricostruire la tragica vicenda del funzionario dei servizi segreti italiani, la medaglia d’oro Nicola Calipari, morto durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, viene detto come lo stesso funzionario si sentisse spiato da alcuni colleghi non propriamente affidabili. Come in tutte le spy story che si rispettino, anche in questo caso gli spioni hanno una base logistica tutta loro. La “casa Russia” del nostro caso è l’appartamento di via Veneto, o forse via Nazionale, non è chiaro, che lo stesso Calipari frequenta una volta preso il comando del gruppo a cui appartenevano le spie che pedinavano già da diverso tempo l’imam di Milano, al tempo del predecessore del generale Pollari alla guida dei servizi segreti, e cioè l’ammiraglio Battelli.

Nella trama del romanzo, come nelle migliori sceneggiature, nulla è come appare. E a ribaltare il tavolo delle verità apparenti è il generale Nicolò Pollari allora, come detto, a capo del Sismi e poi imbrigliato nei processi successivi allo scandalo che, in numerose interviste (ultima quella del 22 giugno 2015 da Paolo Liguori a tgcom24) ribadisce la sua posizione: lui e i servizi sotto la sua guida sono estranei al rapimento di Abu Omar, se di rapimento si è trattato. Ciò che è successo prima e dopo la sua direzione non gli compete, e se non fosse per il segreto di stato che vincola tutti al silenzio, si sarebbero difesi più compiutamente a processo e chi, come il giornalista Renato Farina, nel corso del processo ha patteggiato una sanzione pecuniaria l’ha fatto proprio scontando quest’impossibilità a difendersi. Non solo, ma lo stesso Farina (e questa non è una novità, visto che lo va ripetendo inascoltato dal 2010) non è il fantomatico “agente Betulla”, certo ha collaborato per ragioni umanitarie,  richiesto dallo stesso governo in questioni legate alla sicurezza dello Stato, ma non è l’agente stipendiato come risulta da Wikipedia. E avrebbe perciò subito una persecuzione incredibile. Ma più di tutto, dice Pollari «il dottor Marco Mancini che ha subito il pregiudizio della galera», mentre i colpevoli non farebbero parte del “Sismi italiano”, quasi supponendo ce ne sia uno eterodiretto.

Segreti di Stato, coperture, covi e funzionari dei servizi spiati da colleghi. Per complicare definitivamente la questione mancano solo due fattori che, puntualmente, si palesano: i servizi segreti stranieri e le altre forze armate.

Come una muta di cani da caccia impegnati ad inseguire la volpe, dietro ad Abu Omar correvano diversi bracchi: i già citati servizi italiani, i pm milanesi che indagavano sulla moschea di viale Jenner e pure la Cia. Uno spiegamento di forze resosi necessario per i timori che si legavano ad una figura come quella dell’imam, ritenuta da più parti contigua ad ambienti terroristici. All’ultimo però i poliziotti si sfilano dal caso, e pochi giorni dopo Abu Omar scompare per poi riapparire in Egitto.

La botta finale la dà il quotidiano romano il Tempo che, attraverso non meglio identificate “sue fonti” citate in un articolo del 26 maggio 2015, scrive testualmente: «Se le posizioni finali degli 007 sono state accertate in tribunale – conclude la fonte – non si può dire lo stesso di altri».
Ma chi sono questi altri? Sempre il Tempo lo fa dire alla sua fonte nello stesso articolo: «Le indiscrezioni che da qualche tempo circolano su questa storia sono il frutto di una guerra interna ai servizi segreti. Qualcuno vorrebbe che venisse tolto il segreto per dimostrare che le responsabilità non sarebbe dei servizi segreti ma di altre forze».

Complicato. Troppo complicato ai limiti del machiavellico. L’unica soluzione è che, se qualcosa di penalmente rilevante è emerso in questi giorni (come giustamente hanno ribadito i giornalisti del Tempo che si sono occupati della questione) sia l’autorità politica, che conosce le carte e i fatti su cui ha posto il segreto, a chiarirlo una volta per tutte.
Calipari, eroe italiano di quelli veri, l’aveva detto a gran voce: «Credo fermamente che ce la faremo ad avere un Servizio segreto di cui il Paese possa avere fiducia e rispetto». Non possiamo che augurarcelo a nostra volta.

Foto Ansa


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1 Commenti

  1. paolo says:

    e se anche lo fosse stato che male avrebbe fatto ?

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