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P. Gheddo: «In Somalia per le Ong è pericoloso, serve l’esercito»

luglio 24, 2011 Benedetta Frigerio

L’Onu ha decretato che la Somalia è in stato di carestia. Le tribù fondamentaliste hanno riaperto le frontiere alla comunità internazionale dopo un anno e mezzo. Spiega a Tempi.it p. Piero Gheddo: «La situazione del paese è sconosciuta a tutti. Forse più che le Ong dovrebbero rientrare gli eserciti. Temo che mandare ora i civili in Somalia resti rischioso»

In assenza di un intervento immediato questa volta le «conseguenze saranno devastanti, non solo in Somalia, ma anche nei paesi vicini». Così il segretario generale Onu, Ban Ki-moon ha fatto appello ai paesi donatori per cercare di tamponare una crisi peggiore di quella che negli anni Novanta fece morire di fame migliaia di persone. La carestia, infatti, sta tornando a mietere moltissime vittime. Ma a differenza di prima, ora sul territorio non ci sono organismi internazionali che possano organizzare gli aiuti. Se fino al 2010 in Somalia erano presenti diverse Ong, dopo le minacce da parte delle tribù fondamentaliste le organizzazioni sono state costrette a ritirarsi. Ora quelle stesse tribù hanno chiesto alla comunità internazionale di rientrare nel Paese per aiutare la popolazione.

«E’ davvero difficile pensare a una strategia su come usare i soldi o sia meglio intervenire. Perché la situazione del paese è sconosciuta a tutti, visto che da un anno e mezzo nessuno sa più cosa accada», spiega a Tempi.it p. Piero Gheddo, missionario del Pime e giornalista. Forse la crisi attuale potrebbe servire a far capire alle milizie radicali islamiche di al Shabaab, che guidano l’insurrezione contro il governo ufficialmente riconosciuto, che da sole non possono guidare il paese. «L’apertura agli aiuti probabilmente è dovuta al fatto che anche gli estremisti sono alla fame. Ma è una supposizione, perché su come siano organizzate o agiscano le loro tribù sappiamo poco».

Quello che pare impossibile è che dall’epoca post coloniale fino agli anni Novanta la Somalia sia stata una nazione tutto sommato sviluppata, in cui le condizioni di vita della popolazione erano quantomeno tollerabili. Ma per p. Gheddo la responsabilità del disastro umanitario è proprio della decolonizzazione: «Noi paghiamo ancora le conseguenze di un modo di attuarla sbagliata: negli anni Quaranta la popolazione italo-etiope era molto estesa. Fino agli anni Novanta molti di noi vivevano ancora là: c’erano scuole, piccole industrie, strade per il commercio da noi costruite e dirette. Al Sud abbiamo portato un’agricoltura produttiva. E la libertà per gli occidentali rimase anche durante la dittatura iniziata nel 1969 e durata fino al 1991».

Poi la guerra che scoppiò quell’anno vide il dittatore fuggire, con diversi occidentali e cristiani uccisi e perseguitati. La guerra che seguì, sottolinea p. Gheddo, fu terribile: «Riesplosero i conflitti tribali mai risolti e tutto quello che era stato costruito dagli italiani andò distrutto in poco tempo. Sul territorio rimanevano solo gli eserciti stranieri. Si susseguirono tantissimi tentativi per portare la pace, che però fallirono. E nel 1993, dopo l’uccisione di 18 soldati statunitensi, l’America capì che ormai le bande di estremisti avevano preso il potere: l’esercito Usa si ritirò, seguito poi da quello degli altri paesi presenti e dai Caschi Blu dell’Onu». Una speranza la riapertura delle frontiere da parte delle milizie radicali? «Forse più che le Ong dovrebbero rientrare gli eserciti. Temo, infatti, che mandare ora i civili in Somalia resti rischiosissimo: potrebbero anche essere sequestrati».

E’ quindi evidente che i soldi a pioggia, anche arrivassero, non sarebbero sufficienti a risolvere la crisi ciclica se non nel breve periodo. «E’ così, ma soldi e cibo sono comunque necessari. Non possiamo certo rimanere inerti a guardare una popolazione esposta per il 20 per cento alla carenza di cibo e per il 30 malnutrita e con due decessi di adulti al giorno e quattro di bambini ogni 10 mila abitanti». La Fao il 25 luglio si riunirà a Roma per presiedere una task force internazionale e mobilitare interventi su scala globale, «anche se – conclude p. Gheddo – dovrà farlo basandosi sulle poche notizie indirette che giungono dai profughi in Kenia».

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