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L’odissea di un pakistano convertito al cristianesimo, in fuga dai parenti che lo vogliono morto. «La mia anima è libera»

giugno 24, 2014 Leone Grotti

Dopo un lungo viaggio attraverso Afghanistan, Turchia, Germania e Italia, Josef vive da un amico, segregato in una stanza di tre metri. Il cognato lo cerca per ammazzarlo, ma lui dice: «Non tornerò indietro, anche se dovessi essere ucciso»

Josef abita in una minuscola stanza di tre metri per tre nella periferia di Kabul, la capitale dell’Afghanistan. I muri sono di pietra grezza, il pavimento di terra scura. Non esce, vive segregato grazie all’aiuto offerto da un amico di infanzia. Josef, musulmano convertito al cristianesimo, si nasconde da suo cognato e dagli zii, che vogliono ucciderlo per avere commesso il reato di apostasia. Per essere diventato un cristiano. La sua storia, raccontata dal New York Times, è un lungo viaggio in cerca di libertà religiosa e di un posto dove vivere in modo dignitoso, lontano dalla guerra, attraverso Pakistan, Afghanistan, Turchia, Grecia, Germania e Italia.

LA GUERRA IN AFGHANISTAN. Josef è il nome che ha preso quest’uomo di 32 anni quando ha deciso di convertirsi, è pakistano ma ha quasi sempre vissuto in Afghanistan, studiando medicina e guidando il taxi di notte durante la guerra civile, il dominio dei talebani e l’invasione occidentale. Nel 2009, dopo aver visto un bambino ucciso in una sparatoria per futili motivi, ha capito che non poteva più vivere in quella terra e ha deciso di seguire le sue sorelle, che già da anni erano emigrate in Germania, lasciandosi dietro la moglie e un figlio di tre anni.

DALL’ITALIA ALLA GERMANIA. Per raggiungere i parenti ha attraversato il confine con la Turchia. Da lì è passato in Grecia e su un’imbarcazione clandestina è approdato in Italia. Dalle nostre coste ha raggiunto via terra la Germania, grazie a un passaporto falso. Ad Amburgo è stato soccorso dal fratello, che l’ha portato in una città vicino ad Hannover, dove abitano le sue sorelle. Qui ha cominciato a partecipare alla vita di una comunità cristiana protestante dove si parlava il farsi, la lingua pakistana.

LA CONVERSIONE. Al tempo non credeva già più nell’islam, anche se non aveva ancora abbracciato una nuova religione. «Vivevo un vuoto spirituale», ricorda. Quando chiese asilo politico in Germania, venne trasferito in un campo per rifugiati dove la monotonia delle giornate era interrotta solo dalla visita di qualche missionario. «Sono rimasto impressionato dalla figura e dalla personalità di Gesù. Il fatto che sia venuto sulla terra per prendersi sulle spalle i nostri peccati mi commuoveva. Lo ammiravo». Quando poté uscire dal centro per andare a vivere a casa di uno dei suoi familiari prese la decisione di convertirsi al cristianesimo, che venne accettata dalle sorelle.

IL RITORNO IN PAKISTAN. Quel periodo felice durò poco. Le autorità tedesche lo arrestarono per rispedirlo in Italia, il primo luogo dove era approdato e l’unico dove poteva fare legalmente richiesta di asilo in Unione Europea. Qui provò a vivere per qualche mese, aiutato dalla Chiesa per sbarcare il lunario, ma non riuscì mai a sistemarsi. Così decise di rientrare nel nord del Pakistan, dove la moglie era tornata ad abitare con il figlio nella casa di famiglia.

IL SEGRETO SCOPERTO. Josef tenne rigorosamente per sé la sua conversione al cristianesimo ma non ci volle molto perché il segreto venisse scoperto. Aveva infatti mantenuto il suo certificato di battesimo in una chiavetta Usb, che un giorno suo cognato Ibrahim prese in prestito. «Quando ho scoperto che era diventato cristiano l’ho legato mani e piedi per ucciderlo», racconta Ibrahim al New York Times. «Poi è intervenuto mio padre, dicendo che prima voleva sentire la famiglia di lui». Quella stessa notte Josef riuscì a scappare in Afghanistan, giusto il tempo di dire addio alla moglie e di prendere un autobus notturno per Kabul.

«UCCIDERÒ LUI E SUO FIGLIO». Oggi Josef vive nascosto da un amico, che sa cosa rischia a proteggere un apostata: «Quando vivevamo bene, lui è sempre stato generoso con me», afferma. «Ora lui rischia la vita e ha bisogno del mio aiuto: non potevo non darglielo». Ibrahim però è sempre sulle tracce di Josef e durante l’intervista con il quotidiano americano ha addirittura offerto 20 mila dollari al reporter per indicargli il luogo dove si nasconde. «Appena lo trovo, una volta finito con lui, ucciderò anche il figlio, perché è figlio di un bastardo, di un non musulmano».

A COSTO DELLA VITA. Chiuso nella sua stanzetta, che sembra una prigione, Josef non ha alcuna intenzione di ritornare all’islam: «La fede musulmana l’ho ereditata ma ho visto troppe cose che me l’hanno fatta abbandonare. Ora non tornerò indietro, anche se dovessi essere ucciso». Nella sua “casa” di tre metri ha solo un piccolo crocifisso e una Bibbia: «Quando ho cambiato religione è stato difficile parlarne con chiunque. Era come se vivessi in una prigione immaginaria. Ora invece il mio corpo è chiuso in questa prigione», dice guardando i muri di pietra stretti attorno a lui, «ma la mia anima è libera».

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