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Nel Borneo lo Spirito Santo provoca così tante conversioni che i missionari non gli stanno dietro

maggio 31, 2017 Piero Gheddo

L’entusiasmo delle giovani Chiese e il ruolo dei laici dove mancano i preti. La testimonianza di padre Gheddo per la Pentecoste, festa missionaria per eccellenza

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Tratto dal blog di Piero Gheddo – Gesù aveva promesso agli Apostoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo: «Non vi lascerò soli, vi manderò lo Spirito Santo… Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi». Infatti, pochi giorni dopo l’Ascensione al Cielo, mentre gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria «per paura dei giudei», lo Spirito scende su di loro sotto forma di fiammelle di fuoco e li trasforma, li fortifica nella fede e dà loro il coraggio di annunziare che Cristo crocifisso, morto e risorto è il Figlio di Dio, il Messia atteso dal popolo ebraico, il Salvatore.

Non solo, ma quei poveri pescatori si sono divisi il mondo e sono usciti dalla Palestina per raggiungere tutti i popoli allora conosciuti. San Tommaso arriva in India. San Bartolomeo in Persia (Iran), san Filippo in Etiopia, san Paolo in Grecia e nella Roma imperiale e san Pietro lo segue. Lo Spirito Santo ha dato a tutti gli Apostoli la forza e il coraggio di andare in popoli diversi e tutti sono stati martirizzati come testimoni di Cristo. Questo il primo intervento dello Spirito, che nessuno poteva immaginare. Senza la forza di Dio, quei poveri pescatori, rifiutati dal loro mondo ebraico, come potevano suscitare comunità cristiane tra popoli nuovi e dare a loro una continuità e una unità sotto un pescatore come loro?

Ancor oggi la Chiesa è missionaria, come negli Atti degli Apostoli, perché soprattutto in Asia. ma anche in Africa, molti popoli non hanno ancora ricevuto il primo annunzio del Vangelo. E là dove la Chiesa sta nascendo, lo Spirito di Dio infiamma i cuori e rinnova la Chiesa stessa. Ecco perché anche noi, cattolici italiani, dobbiamo avere uno spirito missionario, un interesse fattivo per le giovani Chiese e le missioni, e i missionari italiani. La Chiesa non è solo quella vaticana e italiana, ma è cattolica, cioè universale, e là dove popoli nuovi entrano nell’ovile di Cristo, lo Spirito Santo compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli, che danno speranza e rinnovano la Chiesa. San Giovanni Paolo II scrive (Redemptoris Missio n. 21): «Lo Spirito è il protagonista di tutta la missione ecclesiale. La sua opera rifulge eminentemente nella missione alle genti».

«Hanno una forza che viene dallo Spirito di Dio!»
Io sono devotissimo dello Spirito Santo, perché l’ho visto in azione in tante parti del mondo non cristiano, anche nelle isole più lontane, “agli estremi confini della Fede”. La sua fiamma mi ha emozionato ed è avvampata anche in me. Nel 2004 ho visitato la Malesia e il Borneo malese, i cui vescovi chiedevano al Pime di mandare missionari, poiché l’istituto milanese ha fondato la Chiesa in Borneo nel 1856-1862, con il prefetto apostolico spagnolo, monsignor Carlos Cuarteron. Poi Propaganda Fide ci ha mandati ad Hong Kong, dove c’era urgente bisogno di missionari e Cuarteron è rimasto da solo con pochi e precari sacerdoti spagnoli. Ma le piccole comunità cristiane sono sopravvissute fino al 1880, quando Propaganda Fide manda i missionari inglesi di Mill Hill. Il piccolo cimitero cattolico nell’isola di Labuan, con le tombe dei primi fedeli, cippi antichi sbrecciati, sono importanti. Dimostrano che i missionari italiani sono giunti nel Borneo non sotto il colonialismo inglese, ma con i sultani islamici, che li avevano accolti bene. Nel 2006, nel 150esimo della missione nel Borneo malese, si è realizzata, con l’aiuto del Pime, una grande mostra storica sull’avvenimento e varie celebrazioni e pubblicazioni. Due nostri missionari hanno partecipato all’inaugurazione della mostra a Labuan, dove nel 1856 erano arrivati i missionari milanesi.

Oggi (e parlo del 2004) il movimento di conversioni è sostenuto. Ma dopo l’espulsione dei missionari inglesi nel 1982, mancano preti, suore e mezzi economici. I nativi (dayak) che vogliono entrare nell’ovile di Cristo sono tanti. Questi tribali che escono dalle foreste ed entrano nel mondo moderno hanno due scelte: cristiani o musulmani. Quasi tutti scelgono l’ovile di Cristo, l’islam è troppo lontano dalla loro cultura. Ma 40 anni fa nel Borneo malaysiano c’era un sacerdote ogni 3.000 cattolici, oggi uno ogni 8.000.

In Borneo vi sono situazioni esemplari per capire il ruolo dei laici. La parrocchia dell’isola di Labuan, da dove si va in barca a Mompracem (ricordate Salgari e Sandokan?) non ha avuto un prete residente dal 1972 al 2001: 29 anni senza sacerdote! Così è nato un forte movimento laicale. Oggi la parrocchia di Labuan ha un solo prete di 78 anni per 5.000 cattolici e 200 battesimi di adulti l’anno. Don Aloysius Tung alla domenica celebra cinque Messe, in inglese, malese e cinese. «I battezzati – dice – sono entusiasti della fede, si prestano volentieri per servire la Chiesa, accettano ministeri e collaborazioni. Dare parte del proprio denaro e del proprio tempo alla parrocchia è entrato nella vita cristiana come un impegno a cui non si può rinunciare». I credenti appartengono a comunità ecclesiali di base (Basic Christian Communities), a molti gruppi e movimenti laicali: Legione di Maria, Divine Mercy, Movimento carismatico, Neo-catecumenali, Labuan Youth Movement, Catholic Women’s League. Tutto questo è segno di vitalità della fede e della parrocchia, rimasta per trent’anni senza prete.

Il 14 febbraio 2004 da Labuan è passata una grande Croce, che visita ogni settimana una parrocchia dello stato di Sabah, per preparare la festa dei giovani. Nell’interminabile processione dal campo di pallone parrocchiale alla chiesa, dietro alla Croce lo stendardo: “We want to see Jesus” (Noi vogliamo vedere Gesù), il motto esaltante della festa di agosto a Keningau: tutto è sempre centrato su Gesù Cristo, il Salvatore. Il corteo avanza di 30 metri e poi si ferma. Cinque gruppi di otto ragazze di diverse tribù (dayak è un termine generale che le comprende tutte), con i costumi tradizionali, eseguono danze diverse davanti alla Croce, accompagnate da musiche e canti della tradizione locale. Poi vengono le insegne dei vari gruppi, associazioni e movimenti, la banda musicale e tutta la gente, fedeli e non fedeli credo, perché sono tanti. Infine la Messa, davvero eccezionale per le cerimonie, i canti, le danze, gli applausi, la gioia partecipata. Dopo Messa, nel salone della parrocchia e nel cortile cena per tutti, con altri discorsi, canti, danze. Impressiona anche il fatto che i partecipanti sono in grandissima maggioranza giovani e ragazze, di persone anziane se ne vedono poche!

Il vescovo di Kota Kinabalu, monsignor John Lee, dice: «La mia è una bella diocesi, la maggioranza dei cattolici sono giovani dayak. Quando vado a visitare le parrocchie e vedo assemblee giovanili molto numerose e fervorose, schiere di giovani che cantano, ne ringrazio il Signore. Noi abbiamo la grande responsabilità di educare questi giovani. Ma come fai se non hai preti? Le vocazioni adesso vengono dai tribali, ma ci vuol tempo per formare un prete. Ci fidiamo dello Spirito Santo». La diocesi di Kota Kinabalu ha 26 sacerdoti in attività pastorale per 220 mila fedeli e poco meno di quattromila battesimi all’anno, metà dei quali di adulti. Quello dei dayak che si convertono alla Chiesa cattolica (e alle Chiese protestanti) è un movimento massiccio, ma i parroci non sono in grado di accogliere e formare tutti i nativi che vogliono entrare nell’ovile di Cristo. Il vescovo di Kota Kinabalu mi dice: «Ci fidiamo dello Spirito Santo! Noi facciamo tutto quel che possiamo, la mia azione pastorale è tutta orientata ad istruire i cristiani ed i neofiti. Siamo severi nel dare il Battesimo, ma poi non possiamo fare di più e affidiamo questi neofiti allo Spirito Sato. La missione è sua, ci pensi Lui!».

A Keningau (Sabah), il vescovo Cornelius Piong mi dice: «La mia diocesi è giovane, ha 12 preti per più di 90 mila cattolici e dieci seminaristi. Preti e suore sono troppo pochi. Affidiamo molti compiti ai laici, alle comunità ecclesiali di base e a movimenti. I catecumeni entrano nelle comunità e vengono preparati al battesimo con la catechesi e anche con impegni di servizio alla parrocchia. Qui nel Sabah i membri della Chiesa sono in grandissima maggioranza giovani e lo Spirito Santo dà loro un entusiasmo per la fede che mi stupisce. Amano Gesù e Maria, amano la Chiesa, sono disposti a sacrificarsi per servire la comunità. Noi possiamo dare loro ben poco, hanno una forza che viene dall’alto, dallo Spirito di Dio!».

«A Kuching le suore di Clausura motore della missione fra i dayak»
Tutto questo nel Nord Borneo (Sabah). Nel Borneo del Sud ho visitato l’arcidiocesi di Kuching capitale dello stato di Sarawak, con 150.000 cattolici e 25 preti. Chiedo al vicario generale monsignor William Sebang, cosa i cristiani del Borneo possono insegnare alle Chiese d’Europa. Risponde: «I nostri battezzati si organizzano e aiutano la parrocchia, lo sentono come un impegno primario di vita cristiana: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, liturgia, assistenza ai malati e agli anziani, animazione di bambini e giovani, attività culturali e missionarie, tutto è fatto da laici: portano la parola di Dio ovunque, parlano di Gesù Cristo e del Vangelo, invitano a venire alla chiesa. Ogni parrocchia ha centinaia di battesimi di adulti, per iniziative dei fedeli, non del prete».

Con un viaggio avventuroso (la bellezza e i colori della natura, l’incontro con animali selvatici che attraversano la strada), William Sebang mi porta nella parrocchia di Serian, nel profondo delle foreste di Sarawak, lontana dalla presenza islamica, che per il momento si ferma nelle città e lungo le coste. Serian ha ottomila battezzati e ogni anno circa 500 battesimi di adulti. La parrocchia, vastissima, ha tre preti e cinque suore. Chiedo al parroco, don James Meehan, come mai tante conversioni. La sua risposta è fulminante: «Noi parliamo di Gesù Cristo e quando incontrano Cristo capiscono la bellezza della religione cristiana e si convertono». L’intervento dello Spirito Santo, protagonista della missione, è evidente e commovente.

Don John Chung, parroco di Bunan Gega (con un viceparroco), altra parrocchia in foresta, ha 300 battesimi all’anno di adulti convertiti, con una cinquantina di cappelle da curare. Questa regione forestale dei dayak, visitandola, pare che sia tutta cattolica, quasi in ogni villaggio c’è una cappella, fatta con materiale locale. Il parroco mi dice: «I tribali scelgono il cristianesimo, non l’islam, e quando incontrano Cristo sperimentano che cambia la loro vita personale, familiare e di villaggio. Loro stessi diffondono il Vangelo».

Chiedo a monsignor William Sabang, vicario generale di Kuching e rettore del seminario, cosa insegnano i cattolici del Borneo a noi cristiani d’Italia. «Quando studiavo a Roma – dice – andavo da un sacerdote che aveva tre piccole parrocchie e si lamentava perché alla domenica doveva dire cinque Messe. Gli ho detto che a Kuching noi abbiamo preti che hanno ottomila-diecimila cattolici da assistere, dispersi in venti o trenta cappelle distanti l’una dall’altra e considerano normale dover celebrare quattro-cinque Messe o anche più. I nostri cristiani, essendo pochi i preti, fin dall’inizio si sono organizzati e provvedono a molte necessità delle loro comunità: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, eccetera. S’è creata una tradizione e i cattolici sanno che debbono dare il loro tempo alla Chiesa. In Italia a volte mi stupivo di come i credenti si lamentano della parrocchia, ma fanno poco per evangelizzare, non prendono iniziative, aspettano tutto dal parroco o dal vescovo».

A Kuching ho visitato il convento delle carmelitane scalze, con due anziane suore spagnole e 23 giovani suore e novizie malesi. Sono entrato nel convento, ho avuto una lunga conversazione con queste giovani donne e ammirato l’entusiasmo con cui parlano della loro vocazione. Mi hanno fatto molte domande sulle suore di clausura in Italia e ho potuto rispondere raccontando che dal 1980 mando tutti i miei libri in omaggio (e anche altri del Pime) a circa 550 conventi di clausura e ne visito diversi, proiettando le diapositive dei miei viaggi. Poi ho parlato con le due suore spagnole (la superiora è malese) e mi dicono che l’entusiasmo di quelle giovani suore è autentico: «Quando una giovane entra in convento si chiede sempre qual è l’origine della sua vocazione e ciascuna scrive una letterina con le sue intenzioni. Una ragazza entrata l’anno scorso ha scritto che nella sua famiglia, in parrocchia e nel movimento neo-catecumenale, ha imparato ad amare Gesù e vuole consacrare la sua vita a Lui. Poi ha sentito dire che le preghiere delle carmelitane sono la benzina per il motore della missione diocesana fra i suoi fratelli e sorelle dayak».

Monsignor Sebang, al quale ho riferito questa conversazione mi dice: «Per la nostra diocesi, il convento delle carmelitane è stato provvidenziale. Ci ha spinti ad andare sempre più nel profondo del nostro vasto territorio a portare il Vangelo di Gesù e abbiamo riscontrato una rispondenza inaspettata. Quanto ha scritto quella novizia è voce comune e ha dato ai nostri preti e ai fedeli una visione missionaria della pastorale parrocchiale».

Nella “Nota pastorale” della Cei (marzo 2007) dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona, i vescovi italiani scrivevano: «Desideriamo che l’attività missionaria italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti… Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione. Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani a far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana».

Concludo con due citazioni dell’enciclica missionaria Redemptoris Missio di san Giovanni Paolo II (1990):

«È lo Spirito che spinge ad andare sempre oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di là delle barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale» (n. 25).

«Il nostro tempo, con l’umanità in movimento e in ricerca, esige un rinnovato impulso dell’attività missionaria della Chiesa. Gli orizzonti e le possibilità della missione si allargano, e noi cristiani siamo sollecitati al coraggio apostolico, fondato sulla fiducia nello Spirito. È Lui il protagonista della missione» (n. 30).

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