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Morire di ebola alle porte dell’ospedale in Liberia. «Vederli mi spezza il cuore, ma dentro non c’è più posto»

settembre 12, 2014 Leone Grotti

Un reportage del New York Times svela la tragedia di un’epidemia che si diffonde sempre di più. Medici senza frontiere: «Muoiono tra le 10 e le 15 persone al giorno ma siamo pieni lo stesso»

Morire di Ebola alle porte dell’ospedale. Si intitola così un drammatico reportage realizzato dal New York Times a Monrovia, capitale della Liberia, uno dei paesi africani più colpiti dall’epidemia senza precedenti. Il virus ha già ucciso più di 2300 persone, su un numero di infetti superiore alle quattromila unità, e secondo uno studio realizzato da un gruppo di scienziati di Oxford, Ebola potrebbe presto raggiungere 15 paesi in Africa mettendo a rischio la vita di 70 milioni di persone.

«STO MORENDO». Fuori dall’ospedale Jfk, a Monrovia, un giovane ragazzo di vent’anni si dimena sul pavimento di terra tra baracche di lamiera gridando: «Sto morendo». Il padre, Lasana Stewoh, gli sta a fianco aspettando che l’ospedale apra la porta: «Non fa altro che vomitare e andare di corpo. Non può mangiare». Il Jfk è il più grande complesso di cura del paese ma come tanti altri non ha più neanche un letto libero.

MEDICI IMPOTENTI. «Dovunque andiamo ci dicono la stessa cosa: non c’è posto, dovete aspettare», continua il padre del ragazzo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità le misure convenzionali «non stanno avendo un impatto adeguato» e nelle prossime settimane si verificheranno migliaia di nuovi casi.
«Mi spezza il cuore a vedere» della gente che muore alle porte dell’ospedale, «ma non possiamo fare niente», dichiara Stefan Liljegren, che coordina a Monrovia l’ospedale da campo di Medici senza frontiere. «Non abbiamo spazio, non abbiamo i mezzi».

«NON C’È POSTO». «Guardatevi intorno: qui abbiamo 350 posti letto», continua Liljegren. «Non era mai accaduto prima che dovessimo rifiutare i malati. Non è un’esperienza facile ma noi siamo pieni tutti i giorni e non riusciamo a costruire altre stanze in tempo». Questo, nonostante nel campo medico muoiano «tra le 10 e le 15 persone al giorno».

LA RABBIA. Alle porte dell’ospedale Jfk un gruppo di uomini si uniscono a Lasana Stewoh per protestare. Alla fine un medico esce con la consueta tuta per non essere infettato e dichiara: «Non abbiamo posto». La gente si arrabbia: «Non sono anche loro liberiani?». Ma la risposta è sempre la stessa: «Non abbiamo più posto». Il padre del ragazzo malato di Ebola è arrabbiato: «Ti dicono in continuazione: appena scopri un caso, riportalo prima che puoi. Io lo faccio, mai poi non succede niente. Mi dicono solo: “Aspetta, aspetta, aspetta”. E io aspetto: non so cosa altro fare».

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