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Molinari (La Stampa): Dopo Obama, nel 2016, toccherà a Hillary Clinton

settembre 10, 2012 Benedetta Frigerio

L’inviato della Stampa analizza con tempi.it la convention democratica di Charlotte: «Se Obama sarà rieletto, avremo Hillary fra i candidati nel 2016. Se perderà, lo scenario rimarrà simile»

Obama durante la convention di Charlotte ha cercato di accontentare tutte le anime del suo partito, gay, minoranze etniche, ebrei, religiosi. C’è chi parla di posizione debole: si accontentano tutti non accontentando nessuno. Per Maurizio Molinari, inviato della Stampa, è così che «Obama punta a creare una coalizione capace di vincere. Ed è così che un partito prova a prevalere nelle presidenziali». Obama sta cercando di rendere la sua coalizione «diversa rispetto a quella del 2008», dice Molinari a tempi.it. «Il presidente punta ad ottenere ben oltre il 67 per cento del voto ispanico, come fece già nel 2008, in modo da tamponare la fuga degli scontenti. In più mira a includere le famiglie militari, che in genere votano conservatore, grazie al fatto che sulla sicurezza nazionale ha un gradimento superiore rispetto all’economia. Se a ispanici e famiglie militari si aggiungono i pilastri del 2008, donne e giovani, si ha un’idea di come Obama voglia battere Romney».

ISRAELE. Il rapporto con gli ebrei pare in crisi e ciò potrebbe costare a Obama la fiducia di un elettorato generalmente fedele al partito. «L’attenzione per la sicurezza di Israele è stata ribadita, proprio per confermare il legame con l’elettorato ebraico, che dagli anni Venti vota in maggioranza per i democratici, indipendentemente dal nome del candidato e in ragione del fatto che identifica il partito democratico come il garante del rispetto dei diritti civili».

BILL E HILLARY. Per Molinari è significativo il fatto che il partito abbia dato molto spazio a Bill Clinton: «È la dimostrazione che lui è l’alleato più importante di Obama. E ciò significa che, se Obama sarà rieletto, avremo Hillary fra i candidati alla nomination del 2016. Se invece Obama dovesse perdere, lo scenario sarebbe assai simile perché Hillary resta il volto più popolare dei democratici, assieme a Bill e a Michelle Obama. L’intervento di Clinton ha poi risposto agli attacchi dei repubblicani, consentendo a Obama di dedicare il proprio discorso alla presentazione dell’agenda dei prossimi quattro anni».

LA SCELTA RADICALE. Per quanto riguarda la percezione dell’elettorato democratico resta «il grande scontento nella base liberal del partito. Dovuta in gran parte al fatto che Obama non ha mantenuto la promessa di sconfiggere la disoccupazione e migliorare il tenore di vita del ceto medio. Altri motivi di disappunto dell’ala liberal del partito sono la mancata chiusura del carcere di Guantanamo, l’uso dei droni per eliminare i terroristi e la perdurante guerra in Afghanistan. Dalla sua, invece, il fatto che quando si tratterà di scegliere alle urne è assai difficile che un liberal preferisca Romney. Potrebbero però restare a casa, indebolendo Obama». Per questo il presidente ha scelto di sposare posizioni radicali sui temi eticamente sensibili? «La strategia di puntare su temi molto “di sinistra” – ragiona Molinari – è stata visibile alla convention di Charlotte: dal diritto all’aborto, alle nozze gay, fino alla riforma della sanità».

Mentre sui temi etici i democratici sono più frammentati, nel partito repubblicano i valori come la vita e la famiglia restano indiscussi, anche se per l’establishment contano poco. Una debolezza? «Per il partito repubblicano di Romney tali temi contano poco perché tutta l’attenzione è concentrata sull’economia. Questa scelta rischia di alienare a Romney il sostegno degli evangelici, che lo vorrebbero più schierato contro l’aborto e le nozze gay. Ma Romney non ha alcuna intenzione di farlo perché è convinto che cavalcare qualsiasi tema diverso dall’economia non farebbe che giovare a Obama».

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