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«Mi ordinavano di sparare sulla gente. Hitler è morto in Germania, ma è rinato in Siria»

febbraio 2, 2012 Redazione

Ammar Cheikh Omar, siriano 29enne e soldato dell’esercito di Assad, racconta al New York Times come è riuscito a disertare e scappare in Turchia e che cosa è stato costretto a fare nel suo paese: «Ero orgoglioso di essere siriano e invece sono diventato un soldato per un regime che voleva uccidere il suo stesso popolo».

Ammar Cheikh Omar si ricorda della prima volta che gli hanno ordinato di sparare in mezzo alla folla di dimostranti in Siria: ha puntato il suo AK-47 appena sopra le loro teste, ha pregato Dio di non fare di lui un assassino e ha premuto il grilletto. «Ero orgoglioso di essere siriano e invece sono diventato un soldato per un regime che voleva uccidere il suo stesso popolo» racconta al New York Times Omar, studente islamico sunnita e figlio 29enne di genitori siriani emigrati in Germania, tornato in Siria per vivere tra la sua gente e scappato in Turchia dopo essere riuscito a disertare l’esercito. «Ringrazio Dio tutti i giorni perché sono ancora vivo». Secondo l’Onu, nelle rivolte che vanno avanti in Siria da 11 mesi contro il regime di Assad sono morte più di 5 mila persone e migliaia di soldati hanno già disertato l’esercito, compresi alcuni generali di alto rango.

Nel 2004 Omar torna in Siria, ad Aleppo, per riscoprire le sue radici, studiare legge, migliorare il suo arabo e trovare moglie. Quando nel 2010 viene chiamato nell’esercito è riuscito a realizzare questi sogni, rimanendo vicino ai genitori, anch’essi rientrati ad Aleppo dalla Germania. «Ci dicevano che il nostro compito era di difendere il popolo e la nazione da Israele» racconta Omar. «Ma quando le proteste sono scoppiate ci hanno detto che per le strade erano tutti “terroristi”, “bande armate” fomentate da paesi esteri da fermare». Omar fu inviato inizialmente a Dara’a, dove la sua unità di 350 soldati doveva fermare le dimostrazioni sempre più intense e partecipate. «Mi hanno ordinato di arrestare e sparare a dozzine di persone. Era davvero brutale ma quando c’è un ufficiale del Mukhabarat [i servizi di sicurezza siriani, ndr] non hai altra scelta che sparare».

In quei giorni decise di disertare, ma prima di poter scappare fu inviato nella capitale Damasco in un’unità di sicurezza con il compito di interrogare i detenuti. Doveva trascrivere le confessioni degli arrestati mentre altri soldati, per estorcerle, li legavano e li picchiavano, anche con bastoni elettrici, urinando su di loro. «Volevano sapere perché andavano in strada a protestare» continua. «All’inizio non riuscivo più a dormire, poi mi sono abituato anche a questo. Ma se fossi rimasto non avrei più potuto continuare a vivere con me stesso».

In estate viene inviato ad Hama e qui, il 26 luglio, insieme a due commilitoni scappa attraverso il confine turco. Il 30 luglio riescono a raggiungere illegalmente la provincia turca di Hatay. «Non potrò mai dimenticare i corpi morti dei giovani e dei bambini. Hitler è morto in Germania ma è rinato in Siria». Ora, in Turchia, è entrato a fare parte dell’Esercito libero siriano, aiuta i disertori che scappano dal suo paese ma teme per la sua famiglia, che è rimasta in Siria. Anche se non ha rimpianti: «La mia famiglia sa che ho fatto la scelta giusta».

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