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L’Ilva tra l’incudine dell’Aia e il martello della procura. Parla Murgino (Confidustria Taranto)

novembre 8, 2012 Chiara Rizzo

Intervista al direttore dell’associazione: «L’Aia impone delle tempistiche alla bonifica, la magistratura chiede la chiusura. In mezzo sta un’acciaieria, che vuole sapere solo che strada seguire»

In poche ore la situazione dell’Ilva di Taranto è tornata scottante per una serie di fatti.
1) La decisione di mettere in cassa integrazione 2 mila operai.
2) Una lettera dalla direzione dell’azienda al ministro Corrado Clini, per spiegare che risulterebbe impossibile mettere in atto le disposizioni della nuova Aia, e l’immediata replica del ministro che ha convocato i vertici dell’acciaieria a Roma domani («L’Ilva sbaglia se si illude di continuare a produrre senza aggiornare le tecnologie» ha fatto sapere Clini).
3) Una nuova lettera dell’azienda alla magistratura di Taranto per chiedere un provvedimento di dissequestro dell’area a caldo: non avendo stillato ancora un cronoprogramma delle bonifiche, l’acciaieria ritiene che sia proprio il dissequestro a porterle permettere di elaborare un piano industriale.
In pochi giorni si sono già sommati una serie di avvenimenti che tornano a rendere la matassa Ilva ingarbugliata: l’ultimo fatto risale a poche ore fa, quando i custodi giudiziari hanno impedito all’acciaieria di scaricare quantitativi di minerali oltre le 15 mila tonnellate. Va da sé che la produzione in questo modo sarebbe razionata. «Il problema è che l’Ilva si trova a dover sottostare a richieste diverse, tra la magistratura e il Governo» dice a tempi.it Francesco Murgino, direttore di Confindustria Taranto.

Gli ultimi eventi sono collegati?
No. Solo arrivano tutti nello stesso momento, è l’epilogo di una vicenda intricata. La cassa integrazione è una decisione “last minute” dell’Ilva che però ha a che vedere con la crisi internazionale ed è collegata con le esigenze produttive. È acclarato a livello nazionale un calo del 7 per cento della produzione nell’acciaio. Per quanto riguarda invece la risposta sull’Aia, l’Ilva aveva dieci giorni di tempo per formulare una nota di risposta al ministero e ora l’ha consegnata: l’azienda mette in rilievo le difficoltà nell’attuare i provvedimenti visto che non ha disponibilità dei beni, sottoposti a sequestro e non gestiti dall’Ilva. È evidente che si trova nell’impossibilità di formulare un piano industriale. Clini ha dunque risposto convocando una riunione a Roma. L’Ilva si trova, da una parte, un provvedimento come l’Aia che le impone l’adeguamento degli impianti secondo certe tempistiche, dall’altro, un provvedimento di sequestro che ne prevede altre. Si trova tra l’incudine e il martello.

Clini ha invitato l’acciaieria a «raccogliere la sfida del risanamento». L’Ilva sta cercando di ritardare gli investimenti?
Non è così. Si può pensare forse di bloccare tutto e poi dopo cinque anni rimettersi sul mercato, come se l’Ilva fosse una salumeria? Non si può, e il punto è proprio questo. Il provvedimento della magistratura prevede che l’Ilva si fermi subito, risani e, solo dopo, riprenda a produrre, tra l’altro con il rischio che se le cose non funzionassero bene si ripartirebbe di nuovo con il blocco. L’Aia invece fissa un cronoprogramma che permetterebbe di continuare la produzione. L’azienda si trova in mezzo a queste due richieste. C’è una strada comune ai due provvedimenti, l’eliminazione delle fonti di inquinamento. Per il resto, come si suol dire, la magistratura la vuole cotta e il governo la vuole cruda. L’Ilva sta solo chiedendo di capire cosa fare, perché qualunque decisione dell’azienda dovrà passare dal vaglio dei commissari, che hanno in mano il provvedimento della magistratura ed intendono eseguirlo con la chiusura.

Lo spegnimento degli altiforni è stato solo minacciato dai custodi, ma non ancora attuato: nemmeno la magistratura sembra volere la chiusura dello stabilimento.
La magistratura ha preso tempo e tentenna, ma il provvedimento del Gip esiste e prevede proprio la chiusura immediata: se l’Ilva non facesse quello che è richiesto, è già stata indicata anche una società che si occuperebbe dello spegnimento. Ripeto: non è vero che l’Ilva non voglia fare nulla, ma chiede di seguire un percorso ben delineato, mentre al momento c’è una totale confusione tra due provvedimenti che prevedono tempistiche radicalmente diverse per le bonifiche.

E quale dei due avrà più peso, quello della magistratura o l’Aia?
Si arriverà ad un conflitto di competenza: bisogna decidere se un provvedimento della magistratura può, in presenza di un reato, chiudere uno stabilimento, la cui attività però rientra nella competenza delle politiche industriali di un governo. Noi tutti abbiamo la necessità di arrivare a una decisione al più presto, perché tutto quello che può succedere può essere solo negativo. Più si va avanti, più è possibile che l’azienda finisca per chiudere definitivamente.

Che cosa dicono gli altri industriali tarantini?
Temono l’effetto domino, l’Ilva è un’industria determinante. La Cementir, per esempio, usa come materia prima prodotti che arrivano dall’Ilva. Il porto ha il 70 per cento della movimentazione nei commerci del siderurgico. Se si perdessero 20 mila posti di lavoro sarebbe un tracollo pure per il commercio locale. Abbiamo calcolato che se chiudesse l’Ilva si perderebbero 500 milioni di euro all’anno, solo in stipendi.

Non è che l’Ilva usa il suo peso sull’economia locale per chiedere allo Stato di pagarle le bonifiche, dopo anni in cui non le ha fatte?
No. Perché l’Ilva non è un’azienda che prende i profitti e li reinveste, non scarica gli oneri. L’Ilva anche in tempi di crisi ha fatto solo 13 settimane di cassa integrazione. Non è come altre grandi aziende, che al primo segno di perdite negli affari scaricano tutto sulla collettività. Ci troviamo davanti alla situazione attuale, anzi, proprio per la grande patrimonialità dell’Ilva. Qualsiasi altra azienda sarebbe fallita lavorando al 30 per cento delle capacità produttive e tenendo la stessa forza lavoro, come invece avviene qui. Il giochino di rinviare non fa parte del dna di questa società: se arriverà a dismettere è per la mancanza di chiarezza sui provvedimenti. Chi è che investe da 1 a 5 miliardi di euro senza avere la disponibilità del “bene” da bonificare? È questo che accade. Senza dubbio in passato ci sono state situazioni drammatiche, ci sono state delle morti, ed è giustissimo che si sia arrivati all’esigenza delle bonifiche: ma è altrettanto giusto che venga fissata solo una strada come condizione alla produzione.

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