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La punta di diamante degli intellettuali “rossi” scopre che l’idea di dialogo della sinistra è fallita

dicembre 8, 2013 Giovanni Maddalena

“Il dialogo delle civiltà. Un mito contemporaneo” di Régis Debray è una rivoluzione: per dialogare davvero serve uno “scontro di idee”

Régis Debray rappresenta la quintessenza dell’intellettuale francese. Ècole Normale Superieure, intellettuale impegnato a Cuba, combattente con Che Guevara in Bolivia dove è rimasto in prigione 3 anni (ma era condannato a 30 e fu liberato per la pressione internazionale), consigliere speciale di Mitterrand, studioso di media, capo di commissioni internazionali per lo studio della laicità e delle religioni. Debray è stato tutto quello che un intellettuale può essere e, forse per questo, le sue pagine hanno il gusto dell’esperienza reale.

Provenendo da un intellettuale di sinistra di lungo corso, il libretto appena pubblicato da Marietti, Il dialogo delle civiltà. Un mito contemporaneo, risulta ancora più eclatante. Si tratta di una conferenza che è esito di anni di lavoro di una commissione internazionale che ha provato a svolgere un reale dialogo tra culture diverse, islamiche, cristiane, ebraiche, occidentalmente laiche e agnostiche. Il risultato, ben espresso da Debray, è che il dialogo culturale è spesso e volentieri un mito delle élite liberali d’Europa e del Nord America, una specie di foglia di fico per coprire la cattiva coscienza di una gestione del potere non tanto dissimile da tutti i suoi precedenti storici.

Il dialogo delle civiltà è il mito di una cultura omologante e finta, afflitta da quello che lui chiama l’effetto jogging. Quando inventarono le auto si temeva che l’uomo avrebbe perso la capacità di camminare e, invece, ora tutti corrono fanaticamente; così, nell’era della globalizzazione della tecnica tutti tendono ad asserragliarsi, alle volte fanaticamente, nelle proprie culture di origine. Debray giudica questo paradosso come una forma di resistenza umana contro il predominio della tecnica.
In fondo, il vero errore è stato quello di far coincidere la cultura con un sapere positivistico che si è poi tramutato in tecnica e che ci ha lasciato in un’alternativa tragica: o lasciarsi omologare da una globalizzazione tecnica dove si perdono le domande essenziali della vita o resistere lottando contro l’intero impianto globalizzante.

Per Debray una soluzione alternativa consiste nel ripartire da una concezione diversa di dialogo e di cultura. Senza falsità e nel rispetto delle esperienze, occorre accettare che il dialogo, per essere reale, debba essere uno “scontro di idee”: per dialogare davvero c’è bisogno di mettere in campo le differenze e le identità. E tale scontro di idee sarà davvero culturale solo se ciascuno assumerà consapevolmente e approfondirà la propria identità.

L’ipocrisia intellettuale
Sia sull’analisi che sulla soluzione si potrebbe discutere. L’analisi risente del classico impianto dell’ermeneutica novecentesca che alla fine oppone tecnica e sapere autentico. Pur condividendo l’osservazione sul paradossale effetto jogging, penso che i problemi della tecnica e dell’omologazione dipendano dall’ideologizzazione. La tecnica è diventata un idolo proprio per la mancanza di assunzione di identità e diventa omologante quando trova non un soggetto consapevole ma un individuo solo e sperduto (come diceva Arendt dell’uomo che è rimasto preda del nazismo). Parte dell’effetto jogging è dovuto alla necessità di trovare un gruppo di appartenenza perché l’uomo è radicalmente un animale relazionale.

Quando la tecnica è utilizzata da persone consapevoli di sé e non isolate, essa può favorire e non nascondere le identità. Inoltre, perché un dialogo – in cui si accettano le differenze – sia vero, non bastano le parole. Ci vogliono gesti più completi e profondamente culturali come il mangiare insieme, l’ascoltare la musica, il giocare, il curare eccetera. Forse un dialogo partecipato, fatto di azioni più che di parole, potrebbe evitare che lo scontro di idee sia semplicemente un esercizio dialettico.
Tuttavia, Debray, nel suo linguaggio semplice ed efficace, strappa il velo dell’ipocrisia degli intellettuali e riporta la questione dell’appartenenza e dell’identità al centro della concezione del dialogo. Non è poco ed è, a suo modo, rivoluzionario.

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1 Commenti

  1. francesco taddei says:

    bisognerebbe applicarla in provincia di bolzano.

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