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La mappa dell’Africa sconvolta dalla violenza jihadista (e dall’odio etnico)

luglio 21, 2015 Leone Grotti

Dal Kenya al Mali, l’Africa è una vera polveriera. E dove non è la follia islamista a creare terrore, è l’odio etnico a sconvolgere intere nazioni

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Il continente africano non conosce pace e la colpa non è solo di Boko Haram. In Africa orientale ci pensa al Shabaab a tenere in apprensione i cristiani e tutto il Kenya. I jihadisti somali affiliati ad al Qaeda hanno compiuto l’ultimo sanguinario attacco il 7 luglio: circa 15 terroristi hanno fatto irruzione in un villaggio nel nord-est del Kenya, vicino a Mandera, uccidendo almeno 14 minatori. Rivendicando l’attentato, il portavoce dei jihadisti ha sottolineato che le vittime erano cristiane.

Si tratta dell’attacco più grave da quello del 2 aprile, quando gli al Shabaab erano entrati nell’università di Garissa massacrando 148 studenti cristiani, separandoli accuratamente dai musulmani. Con l’attentato di Mandera, hanno mantenuto la promessa di morte fatta prima dell’inizio del Ramadan: «Daremo agli infedeli kenyani un assaggio del vero jihad». Dal 2013, gli al Shabaab hanno attaccato il Kenya 63 volte.

Mentre l’Onu cerca di mettere d’accordo i due governi della Libia, quello riconosciuto di Tobruk e quello islamista di Tripoli, il caos nel quale è sprofondato il paese favorisce l’avanzata dello Stato islamico. I tagliagole, che controllano la città di Sirte e hanno appena perso quella di Derna, attaccano spesso i cristiani per spettacolarizzare i propri crimini e farsi pubblicità. Dopo l’assassinio di 21 cristiani a febbraio, e altri 28 in aprile, a giugno l’Isis ne ha rapiti 86 di nazionalità eritrea, fuggiti dal regime di Isaias Afewerki per raggiungere l’Europa a bordo di un barcone.
Secondo Meron Estefanos, co-fondatore della Ong International Commission on Eritrean Refugees, che ha dato la notizia, «i miliziani dell’Isis hanno chiesto a tutti se erano musulmani. Ciascuno ha cominciato a dire di esserlo ma per provarlo bisogna conoscere il Corano e tanti non lo conoscevano». A un mese dal rapimento, 83 cristiani sono ancora nelle mani dei tagliagole.

Una Primavera infinita
Il terrorismo islamico rischia di mettere in ginocchio altri due paesi del Nord Africa che, al pari della Libia, stanno cercando faticosamente di smaltire i postumi della “Primavera araba”: Tunisia ed Egitto. Il presidente tunisino, Caid Essebsi, ha dichiarato il 4 luglio lo stato di emergenza e ha ordinato la costruzione di un muro di 220 chilometri lungo il confine con la Libia. La fragile democrazia si sta sfaldando sotto i colpi dello Stato islamico, che negli ultimi cinque mesi ha colpito i turisti stranieri per minare la principale fonte economica del paese. Il 18 marzo uomini legati all’Isis hanno assaltato il museo del Bardo, uccidendo 22 persone; il 26 giugno, a Sousse, sono stati massacrati 38 ospiti di due resort.

In Egitto, il capo dello Stato Abdel Fattah al Sisi ha varato una nuova legge anti-terrorismo per contrastare gli attentati dell’Isis nel Sinai e dei Fratelli Musulmani. Il recente attentato contro il consolato italiano al Cairo, l’assassinio del procuratore generale Hisham Barakat, responsabile di molte condanne a morte di Fratelli Musulmani, e l’uccisione nel Sinai da parte dell’Isis di oltre 100 persone, rischiano però di far naufragare il desiderio degli egiziani di uscire dalla fase rivoluzionaria.

Si fa preoccupante anche la situazione del Mali, Africa occidentale. Il 2 luglio, miliziani di Aqmi, al Qaeda nel Maghreb islamico, hanno attaccato con armi anti-carro due convogli della Minusma, la missione di pace dell’Onu. Sei soldati sono morti 45 chilometri a sud della capitale. L’Onu è intervenuta in soccorso della Francia, che nel 2013 ha inviato un contingente per frenare l’avanzata di al Qaeda nel nord del paese. Aqmi ha sfruttato il caos causato da un golpe militare seguito a una rivolta dei ribelli Tuareg nel nord. Dall’inizio della missione Onu, nell’aprile del 2013, 42 soldati sono stati uccisi. A giugno, i terroristi islamici di Ansar Dine, alleati di al Qaeda, hanno colpito 2 volte nel sud del paese, conquistando una città al confine con il Burkina Faso.

Anche senza la matrice fondamentalista, la violenza non manca nel Continente nero. Lo Stato più giovane di tutta l’Africa (e del mondo), che ha da poco festeggiato il suo quarto anno di vita, il Sud Sudan, è attualmente l’epicentro della crisi più grave di tutto il continente. Il terrorismo islamico in questo caso non c’entra, sono il potere e l’odio etnico a guidare un’ondata di stragi che va avanti dal dicembre 2013.
In un anno e mezzo, gli scontri tra l’esercito regolare del presidente Salva Kiir (etnia Dinka) e i ribelli guidati dal vicepresidente deposto Riek Machar (etnia Nuer) hanno causato la morte di oltre 50 mila persone. In un paese di 12 milioni di abitanti, centinaia di migliaia di persone «rischiano di morire di fame», 1,52 milioni sono sfollate, 552 mila hanno lasciato il paese dove «uccidere è diventato normale» e «crimini contro l’umanità» sono stati commessi.

La speranza del Centrafrica
Una nota positiva viene dal Centrafrica. Il paese sta lentamente uscendo da oltre due anni di guerra civile, seguita al colpo di Stato della coalizione islamista Seleka guidata da Michel Djotodia. La missione di pace Onu, Minusca, avrebbe il compito di disarmare le fazioni in lotta e garantire il ritorno alla stabilità, ma spesso questo non è avvenuto. Gli scontri a fuoco sono sensibilmente diminuiti, ma l’emergenza umanitaria è ancora alta: su una popolazione di 4,6 milioni di persone, oltre 2,7 milioni hanno bisogno di assistenza e protezione. A seguito della guerra, il governo ha perso il controllo del paese ma a ottobre si terranno nuove elezioni. Inoltre, a fine novembre, ci sarà la visita del Papa: una speranza per la riconciliazione in Centrafrica e in tutto il continente.

Foto Ansa


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