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La chiamavano ripresa

agosto 7, 2016 Pier Giacomo Gherardini

La favola del governo si infrange sugli ultimi dati Istat che segnalano un aumento della povertà assoluta soprattutto tra le famiglie giovani del nord Italia. E il rischio diventa maggiore per chi ha il coraggio di fare figli

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Lo scorso 14 luglio l’Istat ha diffuso gli aggiornamenti statistici sulla povertà, secondo i quali, nel 2015 in Italia si rilevano 4 milioni 598 mila persone in povertà assoluta e 8 milioni 307 mila in povertà relativa, con un’incidenza sulla popolazione residente pari rispettivamente al 7,6 e al 13,7 per cento: si tratta di un record storico di povertà, sia che si applichi la misura di «povertà assoluta», che guarda – si badi bene – alla povertà più estrema (classifica le famiglie come povere/non povere in base alla loro incapacità ad acquisire un insieme di beni e servizi volti a soddisfare fabbisogni essenziali), o quella di «povertà relativa» (fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi ed individua le famiglie povere tra quelle che presentano il peggiore svantaggio).

La vera cifra del disastro – perché di questo si tratta – sta però nella crescita numerica dei poveri intervenuta fra il 2014 e il 2015: poco meno di mezzo milione in più, sia che si guardi agli individui in condizione di povertà assoluta, cresciuti di 496 mila unità, sia che si considerino quelli in povertà relativa, per i quali si è registrato un incremento pressoché identico (491 mila unità). Il punto è che un aumento così rilevante della massa dei poveri non si rilevava dal 2012, quando, per effetto della crisi dei debiti sovrani scoppiata nel 2011 e delle susseguenti politiche di austerity, si produsse un epocale incremento dei disoccupati (pari a 630 mila persone): ciò fece sì che, fra il 2011 e il 2012, gli individui in condizione di povertà assoluta aumentassero di 900 mila unità e quelli in povertà relativa di 1 milione 32 mila. Ma, lo sottolineiamo, nel 2012 eravamo a un vero e proprio punto di rottura nella storia sociale della nostra comunità, dove numerosissime situazioni di povertà o di esclusione sociale furono provocate – si pensi alla triste vicenda degli esodati – o aggravate dalle politiche di austerity messe in atto dal governo nazionale, in risposta alle perentorie richieste di riduzione della spesa pubblica e di tagli alla spesa sociale della Troika (grafico a sinistra).

Ma come si spiega allora questo mezzo milione di poveri in più nel 2015, l’anno della ripresa e, soprattutto, dei progressi occupazionali così tanto pubblicizzati dal governo? La risposta sta proprio nella modestia della ripresa del mercato del lavoro: ad oggi, se si intende valutare l’impatto del Jobs Act e della assai generosa decontribuzione scritta nella legge di stabilità 2015, raffrontando i dati Istat più recenti (maggio 2016) con quelli anteriori alla riforma (dicembre 2014), si ottiene che la rimonta occupazionale, al netto dei fenomeni di stagionalità, assomma a non più di 287 mila nuovi occupati, dato che sintetizza un incremento dei dipendenti permanenti di 315 mila unità e di quelli a termine di 92 mila e un decremento degli indipendenti di 121 mila, mentre il parallelo decremento delle persone in cerca di occupazione si quantifica solo in 185 mila unità, con l’aggravante che la disoccupazione non si schioda dalla soglia dei 3 milioni di unità, lascito della crisi e dell’austerity.

Famiglie in povertà estrema
Ma come impatta la povertà sulle famiglie? In questa sede vogliamo limitare la nostra analisi delle informazioni scientifiche prodotte dall’Istat alla forma più estrema della povertà, quella assoluta (tavola 1, a pagina 25). Nel 2015 sono in condizione di povertà assoluta 1 milione 582 mila famiglie su 25 milioni 789 mila: l’incidenza media della povertà sulle famiglie è quindi pari al 6,1 per cento, in crescita rispetto al 2014 (5,7 per cento). L’incidenza della povertà sulle famiglie varia non solo in ragione del dualismo che oppone il Nord e il Centro al Mezzogiorno, ma a seconda della condizione e posizione professionale, dell’età e della cittadinanza del capofamiglia e dei componenti, e non di meno, della tipologia e della dimensione familiare, arrivando a tratteggiare una «mappa di rischio» ove si presentano talvolta fenomeni scarsamente noti e dinamiche apparentemente controintuitive. Fra il 2014 e il 2015, ad esempio, il peso della povertà assoluta sulle famiglie è cresciuto molto di più al Nord (dal 4,2 al 5 per cento) che nel Mezzogiorno (dall’8,6 al 9,1 per cento), mentre pare diminuito solo nel Centro (dal 4,8 al 4,2 per cento). Naturalmente il Mezzogiorno rimane il bacino più vasto di disoccupazione e povertà nel paese, ma se il Nord industrializzato una volta mitigava la gravità del dato medio nazionale, tremendamente simile alla proverbiale media dei polli di Trilussa, più di recente tende invece a convergere su quella media. E questa non è affatto una buona notizia perché mostra una progressione della povertà in quella parte d’Italia dove si trovava, da sempre, quello che veniva considerato l’antidoto sicuro alla povertà: il lavoro. Lo sgretolamento progressivo di questo minimum di sicurezza sociale rappresenta la più preoccupante aporia per gli anni a venire.

La mappa del rischio
Il primo aspetto riguarda il rapporto fra povertà della famiglia e lavoro. In Italia l’incidenza della povertà sulle famiglie se il capofamiglia è disoccupato arriva al 19,8 per cento: si tratta di un rischio di povertà che è più del triplo dell’incidenza media generale, pari, come si è visto, al 6,1 per cento. Ma all’impatto della crisi occorre aggiungere l’esito di medio-lungo periodo delle trasformazioni strutturali e istituzionali subite dal mercato del lavoro italiano negli ultimi vent’anni: un mercato tuttora «liquido» per effetto delle continue riforme e contro-riforme dei suoi istituti regolativi e privo di correttivi agli eccessi derivanti dalla precarietà del lavoro e dalla riduzione delle tutele. L’essere occupati non frappone più un diaframma rispetto alla minaccia della povertà: le famiglie con capofamiglia occupato registrano un rischio di povertà identico alla media (6,1 per cento). Ciò dipende dal fatto che l’11,7 per cento delle famiglie dove il capofamiglia è un operaio (o una figura professionale assimilabile) si trova in condizione di povertà. È sempre più evidente la formazione di una nuova classe di working poors, di «occupati poveri», fra le famiglie italiane, la cui incidenza è cresciuta assai significativamente (dal 5,2 al 6,1 per cento) fra il 2014 e il 2015.

I luoghi comuni mediatici additano la crescita della povertà fra i lavoratori pagati con i voucher, ma si tratta, al di là di evidenti eccessi – numerosissimi e deprecabili –, della ricerca di un comodo capro espiatorio: per costituire l’attuale esercito di lavoratori poveri non bastano i voucher ma occorre il «collasso» dell’intera struttura delle retribuzioni, mettendo nei guai tutti i lavoratori dipendenti – l’incidenza della povertà è cresciuta (dall’1,6 all’1,9 per cento) persino per le famiglie dei «colletti bianchi» – e ovviamente, più di tutti, quelli schiacciati alla base della piramide delle professioni non qualificate. Occorre un vasto «dumping salariale» consentito da un sistematico squilibrio fra domanda e offerta. Occorre un «esercito di lavoro di riserva» che nell’Italia della crisi demografica è fatto di immigrati.

La straordinaria differenza di incidenza della povertà fra le famiglie composte da soli stranieri (28,3 per cento) e quelle composte da soli italiani (4,4 per cento) – e dalle ancora rare famiglie miste (14,1 per cento) – quantifica le note condizioni di svantaggio dei cittadini stranieri residenti, pur in via di lenta integrazione – e, si badi bene, da tali statistiche restano esclusi gli altri migranti non residenti (profughi, rifugiati, richiedenti asilo, migranti in situazioni di irregolarità giuridica) che insistono però sul territorio e che sperimentano, notoriamente, condizioni di bisogno dal profilo ancora più emergenziale. Fra il 2014 e il 2015 la povertà delle famiglie degli stranieri residenti è cresciuta di 4,9 punti percentuali: si tratta dell’incremento statisticamente più significativo e dalle implicazioni più preoccupanti.

Vietato procreare
L’attuale evidenza statistica suggerisce che, in aggiunta alle cause sopra evidenziate, ciò che può far la differenza nel portare una famiglia sotto la soglia di povertà sta nelle difficoltà di formazione e crescita dei nuovi nuclei familiari con figli. La progressione inesorabile con cui cresce l’incidenza della povertà sulla famiglia al crescere del numero dei suoi componenti parla da sola. Se la famiglia non è «di carta» (monocomponente), se non raccoglie semplicemente una diade formata da adulti, l’incidenza di povertà supera la media alla semplice comparsa dei figli minori: già una famiglia con almeno un figlio minore ha il 9,3 per cento di probabilità di povertà assoluta contro la media del 6,1 per cento; le famiglie una volta considerate «normali» (con due figli minori) – per lo meno ai fini della mera sostituzione demografica – sperimentano oggi un rischio di povertà quasi doppio rispetto alla media (11,2 per cento); quelle con tre figli minori sono povere in 18,3 casi su 100. Non si può più nascondere come la diminuzione «di ritorno» del tasso di fecondità totale dall’inizio della crisi a oggi (diminuito da 1,45 a 1,37 figli per donna dal 2008 al 2014), e il crollo della nuzialità (il quoziente è diminuito dal 4,2 al 3,1 per mille nello stesso periodo) denunci un aggravamento delle condizioni del sistema socioeconomico dove, a parità delle restanti variabili culturali e sociali al contorno, l’ipotesi di mera «riproduzione sociale» comporta rischi di povertà una volta impensabili: siamo al neomaltusiano «inverno demografico» denunciato con sofferenza dal cardinale Bagnasco.

La povertà è sempre più una prerogativa dei giovani. Le famiglie che hanno un capofamiglia fra i 18 e i 34 anni sono in povertà assoluta nel 10,2 per cento dei casi, con un aumento preoccupante rispetto al dato del 2014 (8,3 per cento). In questo quadro si salva solo chi ha messo fieno in cascina negli anni d’oro: le famiglie con capofamiglia ritirato dal lavoro o anziano appaiono infatti più al riparo dalla povertà rispetto alla media. Il livello delle odierne prestazioni previdenziali fa sì che solo il 3,8 per cento delle famiglie di ritirati dal lavoro sia in condizioni di povertà e bassa incidenza di povertà (4 per cento) si rileva per le famiglie ove il capofamiglia appartenga alla classe di età superiore (65 anni e oltre). Probabilmente non durerà per molto, come ci mandano a dire dall’Inps. Ma non si contano i casi in cui la pensione dei nonni abbia costituito l’unico ammortizzatore sociale disponibile durante la crisi.

Implosione sociale
Questi dati di povertà rottamano definitivamente la narrazione governativa della ripresa. La povertà è destinata ancora ad aumentare perché già nel 2016 si abbatterà il determinante stimolo fiscale che ha portato al recente recupero degli occupati e perché la crescita economica, con il nuovo scenario che si prospetta a livello europeo, sarà decisamente inferiore alle previsioni. C’è chi continua a fare affidamento sull’addormentamento e sulla ignavia estrema degli italiani che non si ribellano mai. È questa arroganza che potrebbe trasformare l’attuale «implosione» in una «esplosione» sociale.

Foto Ansa

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9 Commenti

  1. Sebastiano scrive:

    Vabbè, i dati sono questi e certificano che gli attuali economisti graditi al governo, visto quanto ci hanno azzeccato con le previsioni, sono equiparabili a fattucchieri della fiera del paesello.
    Il problema però è che chi oggi li critica ferocemente, a suo tempo aveva fatto simili se non peggiori giullarate. Occorre pure ricordarsi i ritornelli de “la crisi è ormai alle spalle”, “stiamo vedendo la luce in fondo al tunnel”, “la crisi è solamente percepita ma non è reale” e “dicono che c’è la crisi ma i ristoranti sono pieni”.
    Che a fustigare gli indovini di oggi siano i ciarlatani di ieri non fa un bell’effetto (*).

    (*) “Verità” in greco antico si traduce “aletheia”, che pare sia composta dall’alfa privativo (negazione di ciò che segue) e da una radice del verbo “lanthano” (che significa nascondere). Ergo: verità esige non nascondere, non obliterare, non far finta, ecc. ecc.
    Di questi tempi pare tutta roba a cui la politica (e non solo) è idiosincraticamente allergica.

  2. Sebastiano scrive:

    mah…

    • Sebastiano scrive:

      Guarda che io esponevo la mia perplessità sull’ennesima ibernazione del mio commento…

      • Bostich scrive:

        “Ribellione “….”esplosione sociale”.
        ..ma vi sembra il momento di usare questa terminologia !? Sarebbe già tanto se lo Stato iniziasse a perseguire la corruzione delle lobby cattoliche.

        • Sebastiano scrive:

          “…vi sembra il momento di usare questa terminologia !?…”

          E perché, il padrone del vapore non vuole?

  3. Filippo81 scrive:

    Grazie al centrosinistra succube della troika !

  4. soldo scrive:

    Inutile aspettarsi miglioramenti:

    le fabbriche che producono vanno dove il costo del lavoro è basso (Polonia, Serbia, Cina, Vietnam, Tunisia, ecc.)
    Un debito di 2.300 miliardi di Euro si mangia 70-80 miliardi all’anno di interessi (tutti soldi che sono sottratti agli investimenti).
    Idee efficaci non esistono ne a destra ne a sinistra.

    Eppure non c’è stata un’epoca della storia con così tanta abbondanza di beni e possibilità di ogni tipo. Perchè tutti piangono sempre?

    • Sebastiano scrive:

      “…le fabbriche che producono vanno dove il costo del lavoro è basso…”
      Quando poi sono nei casini, però, e c’è da mettere in cassa integrazione o fare la “ristrutturazione industriale” (modo elegante per dire che devono licenziare), chiedono i soldini a mamma Italia, mica all’estero.
      E ci sarebbe tanto da dire su aziende che per decenni hanno usufruito di agevolazioni pubbliche (con il noto meccanismo di privatizzare i guadagni e socializzare le perdite) e poi fanno la sede legale fiscale in un altro stato e quella fiscale in un altro ancora. Chissà perché…

      • Filippo81 scrive:

        Infatti Sebastiano,certi imprenditori fanno i liberisti ortodossi solo quando conviene , e tanti li giustificano!

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