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E qui in Italia come combattiamo il terrorismo islamico? Qualche buona idea dalla lotta alla mafia

settembre 25, 2014 Alfredo Mantovano

È urgente istituire una procura nazionale antiterrorismo e insegnare l’arabo agli agenti. Stupisce che Alfano non ci abbia ancora pensato

Contrastare il terrorismo è sempre stato un lavoro complesso; ma oggi le minacce dello Stato islamico e quelle concorrenti delle articolazioni di al Qaeda esigono livelli superiori di attenzione e di raccordo fra scenari differenti.

Il fronte più significativo è certamente quello internazionale, col necessario coinvolgimento di nazioni a maggioranza islamica; altrettanto pesa l’impegno di ciascuno stato al proprio interno. L’Italia è da tempo attrezzata con le leggi e con un qualificato sistema di sicurezza; nel 2001, dopo l’11 settembre, ma soprattutto nel 2005, dopo gli attentanti di Londra e di Sharm el Sheik, essa ha adeguato le norme di prevenzione e di repressione, individuando i principali comportamenti a rischio e prevedendo per ciascuno di essi strumenti di indagine e sanzioni non lievi. Ha riconfigurato il delitto di associazione terroristica, ha delineato i profili dell’arruolamento e dell’addestramento a scopi di terrorismo, ha aumentato la pena per l’apologia e l’istigazione, ha fornito mezzi penetranti alle forze di polizia e ai servizi.

Ciò di cui oggi vi è necessità nei nostri confini non sono radicali cambiamenti di norme, ma un’azione di governo della sicurezza che elimini qualche lacuna sul piano organizzativo e dia agli operatori ulteriori indispensabili strumenti culturali e materiali.

Qualche esempio: da oltre vent’anni la criminalità mafiosa è repressa grazie anche a un coordinamento delle indagini che fa perno sulle Direzioni distrettuali antimafia (il cui territorio di competenza è la corte di appello, più ampio di quello dei tribunali) e della Direzione nazionale antimafia. Non esiste qualcosa di simile per il terrorismo: istituire una procura nazionale antiterrorismo, con sedi territoriali distrettuali, ovvero una sezione ad hoc nell’attuale sistema delle procure antimafia, otterrebbe il positivo duplice risultato di indagini meno frammentate e di professionalità più elevate; e se alla specializzazione degli inquirenti si facesse corrispondere la specializzazione dei giudicanti, con la costituzione di sezioni dedicate a queste vicende criminali, si eviterebbero fraintendimenti ed equivoci grazie alla più attenta conoscenza della realtà di fatto sottoposta al giudizio.

Si eviterebbe, per esempio, di sostenere, come è accaduto in sentenze pronunciate in Italia, che chi faceva attentati in Iraq non era terrorista ma “resistente”, o che non vi fosse la prova della natura terroristica di organizzazioni invece iscritte nelle black list dell’Onu o dell’Ue, come il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento.

Insegnare l’arabo agli agenti
A proposito dei mezzi, la conoscenza della lingua araba va estesa fra i poliziotti e i carabinieri impegnati su questo fronte, non potendosi fare affidamento esclusivo sugli interpreti: ciò sia perché questi ultimi sono sempre di meno e sempre più intimiditi, sia perché la sensibilità del professionista della sicurezza gestisce l’informazione ricavata da una intercettazione o da un sermone inserendola in un quadro di insieme che il semplice interprete non ha. Il tutto senza trascurare di mantenere i canali di collegamento con comunità islamiche presenti in Italia e non connotate da tendenze ultrafondamentaliste, spesso alla radice della “vocazione” terroristica: un lavoro in tal senso era iniziato con profitto qualche anno fa, ma non è stato proseguito.

Ascoltando il ministro dell’Interno nell’informativa resa alle Camere e leggendo un suo intervento sul Corriere, sorprende che non abbia prospettato nessuno di questi aspetti. La stima che l’Italia ha maturato contro il terrorismo va alimentata con nuovi positivi risultati: che però non sono automatici. Costano attenzione e risorse finanziarie e umane, non surrogabili né da slogan né da meri annunci.

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2 Commenti

  1. Ale says:

    Ma se noi italiani siamo negati per le lingue straniere , ed in pochi parlano un inglese corretto …come possiamo pensare di far imparare l’arabo?! Una lingua che ha addirittura un’alfabeto diverso e soprattutto agli agenti..gente che in genere ha scelto di fare questo mestiere perché non propriamente ..una scheggia… Non tutti, ma alcuni non li vedo molto portati per l’apprendimento di una lingua complessa come l’arabo, non me ne vogliano gli agenti ma viste le barzellette a bizzeffe sui carabinieri…forse un fondo di verità .. Comunque tutto può essere visto che buona parte di loro viene da laggiù e visto che il meridione e’ stato colonizzato dagli arabi.. forse forse una traccia di DNA araba e’ rimasta ..magari anche in Homer ops Alfano. Io sarei negata per imparare tale lingua.

    • roberto says:

      il problema non è non sapere l’arabo, o non fare bene le indagini o le intercettazioni.anche se i poliziotti imparassero perfettamente l’arabo,e diventassero i migliori investigatori del mondo,non riuscirebbero lo stesso a sconfiggere il terrorismo islamico.il problema è che sono troppi! in europa grazie alla disgraziatissima politica delle frontiere aperte,ci sono milioni di mussulmani liberi di girare da una nazione all’altra, con poca o nessuna voglia di integrarsi,pretendono il rispetto rigoroso della loro religione, delle loro usanze,chiedono che il crocifisso sia tolto dalle scuole e dagli altri luoghi pubblici,pretendono che nelle scuole non sia piu’ festeggiato nè il natale nè la pasqua, non si possono piu’ fare presepi nè alberi di natale, per rispetto alla loro religione.ogni volta che il terrorismo islamico colpisce qualche nazione in giro per il mondo, vedi:torri gemelle,metropolitane di londra e madrid,villaggio turistico a sharm el sheick,il regista olandese theo van gogh sbudellato ad amsterdam,i cristiani quotidianamente massacrati in iraq, siria, nigeria ecc.mai una volta che i cosiddetti mussulmani moderati scendano in piazza per protestare contro il terrorismo islamico,e a casa mia si dice chi tace acconsente.

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