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Intervista esclusiva a Chen Guangcheng, l’eroe cinese cieco che svelò al mondo gli aborti forzati del regime comunista

maggio 17, 2015 Leone Grotti

L’avvocato autodidatta, nemico pubblico di Pechino, a Tempi: «Il partito comunista ha instaurato una dittatura e in una dittatura non può esistere una vera legge»

(汉语型式) Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sono passati esattamente tre anni da quando Chen Guangcheng ha innescato una delle più gravi crisi diplomatiche tra Cina e Stati Uniti degli ultimi vent’anni. Era il 22 aprile 2012. L’avvocato, segregato in casa ingiustamente dal regime comunista, è scappato scavalcando cinque muri, evitando le decine e decine di guardie che lo controllavano a vista e raggiungendo dopo una fuga di 17 ore (e 640 chilometri percorsi) la capitale Pechino, dove si è rifugiato nell’ambasciata americana. Tutto questo senza l’ausilio della vista, perché Chen è cieco. Come ci è riuscito? Questa è l’unica domanda a cui non risponde nel suo libro appena pubblicato in America, The Barefoot Lawyer, l’avvocato a piedi nudi. Non ne parla volontariamente, per proteggere tutte quelle persone che hanno aiutato lui e la sua famiglia a espatriare negli Stati Uniti, sfuggendo alle vendette del partito comunista cinese.

Che cosa aveva fatto Chen per meritare agli occhi del regime oltre quattro anni di carcere e più di 19 mesi di arresti domiciliari (illegali), senza poter mai uscire, controllato 24 ore su 24 da sette telecamere e centinaia di persone, dalle quali è stato più volte picchiato a sangue, derubato e umiliato? Aveva difeso da avvocato autodidatta i diritti dei disabili e aveva svelato al mondo, con l’aiuto del Washington Post, il dramma delle sterilizzazioni e degli aborti forzati in Cina, a cui tutte le donne che generavano “illegalmente” più di un figlio venivano sottoposte salvo rare eccezioni, come previsto dalla legge sul figlio unico introdotta nel 1979. Il regime, che si vanta di avere impedito la nascita di 400 milioni di bambini, ha da poco allentato le maglie della legge, consentendo in diversi casi di avere due figli e favorendo le pene pecuniarie rispetto alle sevizie, che però si verificano ancora.

Nel suo libro, Chen non risparmia critiche a Hillary Clinton, che oggi corre per la Casa Bianca, accusandola di «aver ceduto al governo che mi ha torturato e detenuto per anni». L’allora segretario di Stato durante il primo mandato di Barack Obama ha giocato un ruolo chiave nella trattativa con Pechino per permettere a Chen e alla sua famiglia di lasciare la Cina. Nonostante il partito comunista abbia infranto molte delle promesse fatte durante i colloqui, Chen è potuto partire con la moglie e i due figli alla volta degli Stati Uniti. Oggi, a 43 anni, vive a Washington, da dove ha concesso a Tempi un’intervista.

Signor Chen, lei è diventato cieco a soli cinque mesi a causa di una febbre non curata nel caos della Rivoluzione culturale. Racconta di avere avuto un’infanzia felice ma anche difficile, perché i suoi compagni la prendevano in giro. Quanto ha influito su quello che poi è diventato?
Ha influito molto. Quand’ero piccolo, nonostante non potessi andare a scuola come gli altri bambini della mia età, i miei genitori mi portavano all’aperto, in mezzo alla natura. Questo avveniva ogni giorno e così ho imparato le sue leggi, sviluppando la parte più positiva della mia personalità. Sono stato poco influenzato dalla vita mondana, dal comportamento della gente. Allo stesso tempo, ho conosciuto l’aspetto malvagio dell’animo umano, quando i miei amici si prendevano gioco di me perché ero cieco. La purezza della natura e la complessità dell’animo umano hanno inciso, ognuna a suo modo, sulla mia visione del mondo.

Ha cominciato a rivendicare i suoi diritti e il rispetto della legge fin da giovane, nel suo villaggio di 500 abitanti nello Shandong. La sua vocazione si è rivelata molto presto. Che cosa l’ha spinta su questa strada?
Quand’ero piccolo, mio padre mi raccontava sempre delle storie e mi leggeva dei romanzi sulla cavalleria cinese. Questo senza dubbio ha fatto sì che, fin da subito, il mio carattere venisse formato per ricercare la giustizia e rifiutare i sentimenti malvagi. Di conseguenza, crescendo, quando vedevo che venivano violati dei diritti e che la legge veniva calpestata, avevo una reazione spontanea. È come quando vieni bastonato da qualcuno: cerchi subito di nasconderti o di evitare i colpi. Promuovere la giustizia e disprezzare i soprusi dovrebbe essere una responsabilità di tutti.

Ha condotto una battaglia ammirevole per i diritti dei disabili in Cina. C’è un caso di cui si è occupato che le è rimasto particolarmente impresso?
Ricordo benissimo ogni singolo caso, soprattutto quello di un mio vicino di casa, che aveva solo un anno in più di me. Aveva dei problemi mentali e viveva chiuso da otto anni in una piccola stanza, dove mangiava ed espletava i suoi bisogni. Secondo la legge statale, chi non può lavorare perché disabile e abita in campagna ha diritto a non pagare le tasse. Ma nonostante la legge fosse stata introdotta da anni, il partito comunista cinese continuava a chiedergli soldi. Per pagare le tasse del figlio, il padre doveva andare in città a lavorare. Non solo il governo non dava a queste persone alcun sussidio, né alcuna assistenza, ma sobbarcava la famiglia di spese ancora più ingenti del dovuto, così da farla sentire ancora più discriminata. Quando nel 2001 l’impiegato statale si è recato a casa loro per chiedergli di pagare le imposte, io l’ho fronteggiato e ho lottato molto per loro, fino a quando non se ne sono andati senza le tasse. I miei primi casi sono cominciati da lì: dalla lotta per quei disabili a cui il governo illegalmente continuava a chiedere soldi.

Una volta un funzionario del governo le disse: «Sappiamo che i ciechi sono esentati dalle tasse, ma noi non rispettiamo la legge. Credi di poter fare qualcosa per impedircelo?». Perché il partito comunista vede i disabili come un peso per la società?
Non lo so perché, ma il partito è molto pragmatico e credo che consideri queste persone come non produttive. E quindi inutili.

Perché ha cominciato ad occuparsi anche degli aborti forzati?
Perché queste cose terribili sono successe ai miei vicini di casa, che mi hanno raccontato le loro storie e mi hanno chiesto di aiutarli, visto che si fidavano di me. Davanti alle loro grida e ai loro pianti, non potevo non fare qualcosa per loro.

Durante le sue ricerche, è venuto a conoscenza di 130 mila donne sterilizzate e oltre 520 mila persone perseguitate. In tutto, sono stati sterilizzati almeno 196 milioni tra uomini e donne in 30 anni. Quali sono le conseguenze di questa politica?
Il partito comunista, imponendo gli aborti forzati in Cina, ha fatto smarrire lentamente la propria umanità alla gente, che doveva rinunciare completamente al giudizio sul valore della vita umana. Questa non valeva più per se stessa, ma dipendeva dalla volontà del partito comunista. Che però non considera quello che vuole il popolo cinese.

Come funziona la legge sul figlio unico, oggi in parte allentata?
Il partito comunista pensa che ci siano troppe persone in Cina, quindi il governo non permette a una famiglia di avere più di un figlio. Se una donna resta incinta senza il permesso del partito, gli impiegati statali la prendono con la forza e la obbligano a firmare (con l’impronta digitale) il documento che autorizza l’aborto. Se la donna si rifiuta, l’impiegato le prende la mano e la preme a forza sul documento per la firma, poi esegue l’aborto senza il suo consenso. Se di giorno non trovano la donna, ingaggiano dei delinquenti per andarla a prendere di notte e costringerla. Se questa si nasconde, allora prendono i suoi parenti, i suoi amici, i suoi vicini e così via. Questi vengono arrestati e rinchiusi in una specie di prigione, torturati ogni giorno e costretti pure a pagare una tassa, che chiamano “per lo studio”. Questi mezzi vengono usati per costringere le persone a rivelare dove si è nascosta la donna incinta. Così le donne vengono costrette ad abortire anche se sono al nono mese di gravidanza. Ogni volta che mi sono trovato ad affrontare un caso simile, mi faceva male il cuore. Per saperne di più sulle tecniche dell’ufficio di pianificazione familiare, basta consultare le storie raccolte dal sito Boxun.com (dove si parla di donne pubblicamente umiliate e legate in strada, bambini strangolati subito dopo la nascita perché “illegali”, familiari di una donna che non voleva abortire picchiati e torturati, a volte persino scuoiati, ndr).

Nel libro scrive che il partito ha presto cominciato a odiarla «a morte». È stato minacciato e lusingato a fasi alterne, sempre con lo scopo di convincerla a mollare tutto. Perché non l’ha fatto?

È vero, il governo ha provato in molti modi a farmi smettere. I dirigenti locali mi hanno detto che se avessi fatto perdere loro il posto, prima avrebbero ucciso la mia famiglia, poi anche mio fratello e la sua famiglia. In seguito, quando hanno visto che ancora non scendevo a compromessi, mi hanno promesso dei benefici: un appartamento, una macchina, un lavoro, e anche un sacco di soldi tra le altre cose. Ma i soldi non possono comprare la giustizia. Il governo può stampare tutti i soldi che vuole e se stampando banconote potrà continuare a corrompere la gente e compiere reati, allora questa società sprofonderà nel più buio degli abissi. Ma per me la coscienza non ha un prezzo.

Dopo essere stato rinchiuso in casa per 197 giorni, nel 2006 è stato condannato a quattro anni e tre mesi di carcere per aver «riunito una folla per intralciare il traffico». Cosa ricorda della prigione?
Il governo non permetteva a nessuno in carcere di parlare con me. A chi lo faceva, veniva aumentata la pena, quindi tutti se ne guardavano. Non potevo avere alcun tipo di notizia dall’esterno. Poi il governo ha spinto dei delinquenti, miei compagni di cella, a picchiarmi. Allo stesso tempo, contro la legge, impedivano ai miei familiari di venirmi a trovare e usavano modi criminali per tenerli sotto custodia. Ma non voglio parlare molto della prigione, perché è una realtà di sola violenza, c’è poco da dire, fa venir fuori quanto c’è di peggio nella natura umana. Ad ogni modo, questa esperienza mi è servita per rendermi conto pienamente degli abusi che avvengono anche in carcere. Da fuori non avrei potuto conoscerli.

L’ingiustizia più grande però l’ha subita una volta uscito di prigione: a pena scontata, è stato segregato in casa per altri 19 mesi senza motivo. Qual è stato il momento più difficile, e quale la privazione più dura da sopportare?
Quando sono uscito di prigione, mi hanno confinato in casa 24 ore al giorno, non potevo uscire né parlare con nessuno. Contro ogni legge, il partito comunista ha assoldato 70-80 persone per entrare in casa mia senza preavviso e derubarmi di tutto e picchiare me e i miei cari. Sono stati due i momenti più duri. Il primo, quando alcuni uomini hanno fatto irruzione e hanno picchiato mia moglie dopo averle coperto il volto. Il secondo, quando hanno impedito anche a mia madre anziana di uscire di casa. Una volta l’hanno spinta per terra, facendole sbattere la testa contro la porta. In quel momento mi sono sentito tristissimo, non potevo tollerare tutto questo.

Lei non vuole parlare dei dettagli della sua fuga, però sappiamo che si è rotto una caviglia scappando. Che cosa ha pensato in quel momento in cui il destino sembrava accanirsi in modo spietato contro di lei?
Ho dovuto scavalcare cinque muri. Superando il quinto mi sono fratturato tre ossa del piede destro, ho sentito un dolore fortissimo e mi sono scoraggiato. Mi sono chiesto perché il destino mi avesse dato questa opportunità di scappare per poi farmi soffrire una frattura così grave. La mia fuga diventava così ancora più difficile: senza il dono della vista, dovevo evitare le guardie che stazionavano nel villaggio e la via oltre il muro presentava altri ostacoli ancora più difficili da superare. Ma più di tutto io volevo andarmene e riavere la mia libertà.

L’ambasciata americana l’ha accolta molto bene, stando a quanto scrive. Poi però aggiunge anche che ha subìto enormi pressioni per andarsene.
Mi hanno accolto benissimo, con il cuore, secondo i valori americani, che io ho sempre apprezzato moltissimo. Hanno tutta la mia gratitudine. Ma quando si sono consultati con la Casa Bianca hanno cominciato a farmi enormi pressioni perché me ne andassi dall’ambasciata: stavo rovinando le loro relazioni con il partito comunista.

La sua famiglia in Cina è ancora perseguitata?
Sì, mio nipote Chen Kegui è stato messo in carcere ed è ancora dentro. Niente di ciò che il partito comunista cinese mi aveva promesso è stato mantenuto.

Quanto è stata importante sua moglie per affrontare quello che ha passato?
Weijing è la luce dei miei occhi e il mio sostegno. L’ho conosciuta via radio. Senza di lei, difficilmente oggi sarei qui.

Come si trova a Washington?
Bene, io e la mia famiglia siamo finalmente liberi. Ho anche cominciato a studiare l’inglese.

È difficile restare lontani dalla Cina?
Sicuramente vorrei tornare, ma la libertà di muovermi è più importante. Quand’ero in Cina ero isolato, non potevo uscire di casa e non potevo più parlare con nessuno. Paradossalmente, ero più distante prima dai miei compaesani, dai miei amici e dai miei parenti di quanto lo sia ora: posso infatti contattarli liberamente e di frequente.

In questi tre anni è riuscito a lottare dagli Stati Uniti per la Cina?
Sì. All’epoca di internet, con tutte le informazioni che ci sono, la distanza non è un grande problema. Infatti, dovunque tu sia, tutto è possibile, se c’è la volontà di agire. Se invece non c’è questa volontà, anche se il problema è davanti a te, non cambia niente. La distanza non è più il fattore che determina la possibilità di risolvere un problema o meno.

La sua storia è costellata di soprusi da parte del partito comunista. Perché non rispettano le leggi che loro stessi hanno approvato?
Perché il partito comunista ha instaurato una dittatura e in una dittatura non può esistere una vera legge.

Le cose potranno cambiare con il nuovo presidente Xi Jinping? Che cosa pensa del suo “sogno cinese”?
Senza un sistema di controlli e garanzie, per il popolo cinese il sogno di Xi Jinping resterà un incubo. Il paese è ricco, ma il popolo è povero e vige la legge della giungla.

Qual è il suo “sogno cinese”?
Io non ho un sogno cinese e penso che sia meglio non averlo. Bisogna affrontare la realtà, porre fine al regime autoritario del partito comunista, fondare lo stato di diritto, un sistema democratico, costituzionale e civile. La legge deve essere esercitata sotto la supervisione trasparente della società civile.

Come ha fatto a sopportare tutto quello che ha patito in questi anni?
Da quando sono piccolo, ho un’idea chiara: la giustizia vince sempre sul male. Se mi hanno fatto patire tutto questo è stato per impedirmi di dire tutto il male che loro hanno compiuto. Quando vedo un atto di giustizia nel mondo, divento più forte e fiducioso. Chi fa il bene non può che finire bene e viceversa. Io sono certo che il partito comunista cinese non continuerà ancora a lungo a commettere le sue nefandezze.

È arrabbiato con la Cina o con il partito comunista?
Certo che sono arrabbiato con il partito e voglio ribadire che loro non sono identificabili con la Cina.

Prova odio o ha perdonato?
Non posso perdonare chi ha fatto violenza e perseguitato me, la mia famiglia e i miei amici. Questo non significa che io voglia vendicarmi, il partito però deve assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto. Prima di perdonare, bisogna parlare e far sapere a tutto il popolo quello che è successo. Se perdoniamo in modo amorale le persone che hanno compiuto un crimine, è come se condonassimo il male che hanno fatto.
Ha collaborato alla traduzione dal cinese Liu Di

Foto Ansa


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2 Commenti

  1. giuliano scrive:

    ecco un uomo coraggioso, ma se provasse a venire a vivere in Italia si troverebbe in guai simili a causa della persecuzione che gli farebbero i Centri Sociali e/o gli antagonisti, dal momento che questi farabutti sono tutti comunisti

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