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Intercettazioni e custodia cautelare, il processo è cambiato: «Si è adattato alle sue patologie»

gennaio 30, 2012 Chiara Rizzo

Parla il penalista conduttore della rubrica di Radio radicale, Riccardo Arena: «È un ossimoro, ma è così: finisci in carcere per aver violato la legge, e vai in istituti dello Stato dove viene regolarmente violata la legge. Il presidente Lupo nel suo discorso ha giustamente rinviato l’azione al legislatore»

Non ce lo si aspettava forse, eppure all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il primo presidente di Cassazione, Ernesto Lupo, ha esordito proprio parlando delle condizioni delle carceri italiane, e citando la preoccupazione espressa a luglio scorso da Giorgio Napolitano: «Una condizione che ci umilia in Europa e ci allarma per la situazione quotidiana». Non c’è stata la contrapposizione tra toghe e la politica, al centro dell’analisi di Lupo, ma il dramma del sovraffollamento. «Stipare 68 mila detenuti in condizioni logistiche adeguate a 45 mila persone – ha aggiunto il presidente della Corte suprema di Cassazione – è palesemente incompatibile con la nostra Costituzione». Lupo ha puntato l’attenzione anche sull’eccessivo ricorso alle misure cautelari e sulla abnorme durata dei processi. Riccardo Arena, penalista e conduttore di Radio carcere, spiega a tempi.it l’importanza di questo messaggio e i suoi possibili risvolti per il nostro sistema Giustizia.

Perché esordire proprio parlando di carcere? Può cambiare qualcosa dopo questo intervento?
Quelle di Lupo sono parole importanti non tanto per il ruolo che ricopre, ma perché a dirle è stato uno dei magistrati più autorevoli e stimati in Italia. Lupo le aveva già usate anche il 28 luglio scorso, nel convegno al Senato sull’emergenza carceri, e d’altra parte da lui ci si aspetta quest’onestà intellettuale. Dice le cose come stanno perché oggi è chiaro agli occhi di tutti, tranne a quelli dei parlamentari, che il sistema giustizia e carceri è al collasso, sia sul fronte del processo che su quello della pena. Il processo ha perso qualsiasi efficacia, perché non è in grado di dare risposte in tempi ragionevoli. Dall’altra parte abbiamo un sistema carcerario che è collassato fino a rendere la detenzione illegittima. Le custodie cautelari o le condanne, pur quando giustissime e ben motivate, si realizzano sempre in un’esecuzione contra legem. È un ossimoro, ma è così: finisci in carcere per aver violato la legge, e vai in istituti dello Stato dove viene regolarmente violata la legge. Il presidente Lupo nel suo discorso ha giustamente rinviato l’azione al legislatore: Lupo, in quanto magistrato, è chiamato ad applicare la legge, ma non può né deve fare altro. Adesso tocca al Parlamento.

Lupo ha caldamente invitato i magistrati «da un lato a ridurre il ricorso alla pena carceraria e alla custodia cautelare e, dall’altro, ad aumentare le misure alternative al carcere». Cosa comporterà il riconoscimento dell’abuso di questi strumenti?
Il presidente Lupo si è soffermato sull’abuso della custodia cautelare in carcere perché c’è un dato evidente: nelle carceri ci sono oggi più di 14 mila persone in attesa del primo giudizio. Sono i presunti non colpevoli puri, che attendono per mesi e mesi una prima sentenza. In questo contesto, Lupo ha fotografato anzitutto una patologia del processo penale. L’abuso della custodia cautelare infatti è la conseguenza della durata ingiusta del processo, perché i magistrati, sapendo che poi la sentenza arriverà con tempi incerti e assai lunghi, tendono ad anticipare la pena. Ma Lupo fa poi anche un chiaro richiamo ai magistrati chiedendo di osservare la legge nonostante la patologia del sistema. Dice chiaramente di attenersi alla verifica della sussistenza delle esigenze di custodia cautelare, i “pericula”. È un richiamo a ricordare che la fase centrale resta il dibattimento, e le indagini sono propedeutiche a questo. Secondo il codice, la prova stessa si forma al dibattimento, mentre nei fatti oggi questa fase diventa futura, incerta ed eventuale negli esiti. Di conseguenza assistiamo alla metamorfosi del processo, con la tendenza ad anticipare tutto nelle indagini preliminari. L’istruttoria dibattimentale è sostituita dalle intercettazioni telefoniche, la condanna è anticipata dalle misure cautelari. Il sistema processuale ha dovuto adattarsi alle sue patologie, e di conseguenza è cambiato.

Come evitare allora le condanne prima della sentenza?
Per uscire da questo pantano, a mio modesto parere, occorre riformare in maniera rigorosa il processo penale, incentrandolo sul giudizio di primo grado. Vorrebbe dire che è essenzialmente il giudice di primo grado a diventare il dominus. Gip, Gup e Tribunale diventano coloro la cui decisione ha un’importanza superiore a quella di tutti gli altri magistrati, ma questa riforma dovrebbe però passare anche da una formazione professionale più seria dei magistrati.

Ma oggi nella fase delle indagini e in primo grado, con una forte pressione mediatica, si possono facilmente commettere errori, che però vengono rivalutati nei successivi gradi. Eliminarli non aumenterebbe i casi di mala giustizia?
Il punto secondo me è ripensare il ruolo dei magistrati. Solo i migliori, non appena perché vincono un concorso ma dopo attentissime e ferree valutazioni, dovrebbero andare a ricoprire i ruoli di giudici per le indagini e le udienze preliminari, o di tribunale di primo grado. E con maggiori responsabilità. Al primo errore, dovrebbero tornare a fare i pm: perché i pm dovrebbero contare di meno e rappresentare solo una delle parti del processo. Questo si dovrebbe fare, ancora prima della separazione delle carriere: ridare centralità al giudice di primo grado. Oggi invece il pm ha acquistato eccessiva importanza perché c’è uno squilibrio del sistema. Ci sono dei Gip o Gup che hanno un atteggiamento remissivo verso i pm, e danno loro sempre ragione. Ma è pacifico che è il giudice a dover decidere sulla correttezza delle richieste del pm. Se manca questo controllo è altrettanto pacifico che il sistema salti. La giustizia è un motore fondamentale del paese, questa centralità farebbe girare il sistema. Lupo nel suo intervento ha anche sottolineato che si perde troppo tempo tra la sentenza di primo grado e le impugnazioni: a mio parere è proprio un richiamo a snellire i successivi due gradi di giudizio. Il tribunale di primo grado oggi è di tipo accusatorio, con parità di ruolo tra accusa e difesa, e formazione della prova nel dibattito tra le parti. L’appello, invece, funziona ancora con il rito inquisitorio. Perché dovrebbe ricoprire dunque un ruolo più importante? Il ricorso in appello dovrebbe essere rigidamente controllato per legge come avviene già per quello in Cassazione.

Il Guardasigilli Paola Severino, all’invito di Lupo sul carcere, ha risposto che «il governo sarà rispettoso della volontà del Parlamento» su un’amnistia. Pensa che davvero si farà qualcosa in questa direzione?
Risponderei al ministro con un “Ma va?”. Siamo in una repubblica parlamentare, non governativa. Ovvio che il ministro non possa dire no ad una legge votata dal Parlamento. Questa risposta di Severino rende ancora più evidente che la priorità di questo governo è il risanamento economico. Non si possono permettere il lusso di “cadere” sul tema giustizia. Ma vorrei porre una domanda: che senso ha, un domani, avere un paese economicamente risanato ma profondamente ingiusto? L’atteggiamento del ministro stupisce non solo perché è ovvia la risposta che ha dato, ma perché da un ministro autorevole e stimato ci si aspetterebbe più coraggio. Potrebbe creare le condizioni politiche perché questo Parlamento indifferente ai problemi del paese si occupasse seriamente del collasso in cui versa un potere sovrano dello Stato, ovvero la giustizia. La Severino ha detto, in visita a Sollicciano, che il carcere è una tortura. Ora ha due alternative: o interrompere questa tortura con una seria riforma e dicendo chiaramente in Parlamento che serve l’amnistia, o dimettersi. Altrimenti non le resta che rimanere come ministro della Giustizia e della tortura.

Il ministro Severino rivendica il decreto svuota carceri. Può servire secondo lei?
Il provvedimento non serve al carcere, ma al ministero. Evita semplicemente di arrivare a quota 70 mila detenuti, quando non ci sarebbe più posto nemmeno per il peggiore criminale. Perciò la discussione in atto in Parlamento è la misura della decadenza di questa politica. È come se la casa stesse crollando e il Parlamento, anziché discutere di come ristrutturarla, litigasse sulle stoffe dei divani. Servono provvedimenti d’emergenza. Anzitutto amnistia e indulto, insieme a una riforma della giustizia. Poi, solo in terzo luogo, bisogna intervenire anche sulle strutture detentive. Dobbiamo fornire al giudice di primo grado pene diversificate a seconda della persona che ha di fronte. Per la detenzione non bisogna pensare a carceri nuove, visto che tanto i fondi non ci sono, ma a strutture modellate sulle persone. “Alberghi sicuri” per chi è in attesa di giudizio, strutture sorvegliate ma al tempo stesso il meno possibile lesive delle dignità, oppure carceri-fabbriche, dove chi vuole essere “rieducato” può scegliere un cambiamento attraverso lavoro o studio. Strutture curative per i tossicodipendenti: capisco l’allarme sociale per il piccolo spacciatore, ma che senso ha metterlo a Marassi, Regina Coeli o San Vittore, dove quello si rifà l’agenda dei contatti con i grossi spacciatori? Esempi di carceri già funzionanti e meno costosi ci sono: l’isola di Gorgona o Bollate. Perché ciò che funziona rimane esperimento anziché essere messo a regime?

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