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Il più bel salto di Birger Ruud fu l’ultimo, quello dopo la prigionia nazista

gennaio 24, 2014 Emmanuele Michela

Verso Sochi 2014 – Negli anni Trenta, il norvegese dominava i trampolini assieme ai fratelli, ma la medaglia più bella la vinse a 37 anni, uscito dai campi di concentramento tedeschi. A una Olimpiade cui non doveva gareggiare

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Nei giorni in cui la neve casca abbondante sulle colline attorno a Kongsberg, il corpo bronzeo della statua di Birger Ruud sembra piegarsi sotto il peso della bianca coltre, che nasconde il celebre gesto dell’atleta norvegese. Il corpo piegato in avanti, le braccia allargate in volo, gli sci stesi per andare il più lontano possibile. È soltanto una statua, ma non gli manca la leggerezza tipica di chi si cimenta nel salto dal trampolino. Ed è l’omaggio di una terra ad uno dei suoi figli che più la resa orgogliosa, e non soltanto per quanto faceva con gli sci ai piedi, dove Birger ce la faceva sempre a piazzarsi un metro avanti agli avversari. Uno sport assurdo, che era un vero affare di famiglia visto che, a cavallo tra anni Venti e Trenta, oltre a Birger anche i suoi due fratelli Sigmund e Asbbjorn riuscivano a portare in patria vittorie e medaglie.

LE MEDAGLIE OLIMPICHE. Birger era dei tre quello che col maggior talento, premiato con l’oro nelle due Olimpiadi che lo videro protagonista: aveva 21 anni quando a Lake Placid, Stati Uniti, capitanò un terzetto tutto norvegese sul podio. Quattro anni dopo, a Garmisch, nella Baviera nazista, il risultato non cambiò, e ancora una volta si mise il metallo più pregiato al collo. Quella competizione sarebbe stata però l’ultima disputata regolarmente: la Seconda Guerra Mondiale era alle porte, e Birger ne fu direttamente interessato. Perché quella Germania che pochi anni prima lo aveva incoronato eroe nel suo sport, nel ’40 invase la Norvegia e vi insediò un governo amico.

430px-Birger_ruudGARE CLANDESTINE. Anche lo sport risentì di questi cambiamenti: chi voleva competere, doveva aderire alle organizzazioni filo-naziste. Ruud non lo fece, e quando nel ’43 assieme al fratello Sigmund partecipò ad una gara clandestina, fu scoperto ed internato per un anno nel campo di concentramento di Grini. Ne uscì nel ’44, stremato dalla prigionia ma pieno di voglia di continuare nella lotta per liberare il suo Paese partecipando alla resistenza. Il suo successo più grande però era ancora di là da venire, poiché il trampolino era pronto a restituirgli quello che aveva perso.

L’OLIMPIADE DEL ’48. Una volta ristabilita la pace, tornarono anche le Olimpiadi, che nel ’48 richiamarono i migliori sciatori del mondo a Saint Moritz. Birger Ruud aveva 36 anni, faceva parte della squadra norvegese di salto dal trampolino ma, dato che non si allenava da molto tempo, era lì solo come assistente dell’allenatore. Il gruppo che guidava era dei migliori: c’era il fratello Asbjorn, e altri tre ottimi atleti. Il giorno prima della gara, però, Birger andò sul terreno di gara per testare il trampolino: azzardò un salto, e fece quello che non sarebbe mai aspettato. Gli sci volarono leggeri, il suo corpo atterrò distante: era andato più lungo dei ragazzi che allenava. La Norvegia si accorse che l’uomo migliore che aveva non erano i tanti ventenni che si era portata dietro, ma proprio lui, Birger Ruud, con le gambe vecchie come il legno ma ancora leggere e pronte a spiccare il volo. Alle 10 di sera, ecco la decisione: fuori dalla gara Georg Thrane, dentro il “nonno” Ruud. Che il giorno dopo arrivò vicinissimo a fare l’impresa: saltò 226,2 piedi. Quindici anni prima sarebbero stati pochi per lui, ma in quell’inverno del ’48 era il massimo che poteva fare. E che gli portò al collo la medaglia di argento, alle spalle dell’amico Petter Hugsted, anche lui reduce dalla prigionia nazista.

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