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Il Giappone raccontato dalle cose

luglio 19, 2017 Marcello De Angelis

Il viaggio di Mario Vattani attraverso cento storie di uomini eccezionali e delle loro imprese. E di oggetti straordinari che prendono vita: spade, sommergibili, aeroplani, motori

epa05486232 A Japanese right-wing group member holding a Rising Sun Flag offers a moment of silence for the war dead on the grounds of the Yasukuni Shrine in Tokyo, Japan, 15 August 2016. Japan marks the 71st anniversary of the end of the World War II on 15 August. About 3.1 million Japanese soldiers and people were killed during the war, almost 2.5 million of whom are enshrined at Yasukuni, including convicted WWII war criminals.  EPA/CHRISTOPHER JUE

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Un amico che organizza mostre di pittura, mi ha spiegato anni fa che da quando, negli anni Sessanta, i soliti ignoti, per vizio ideologico e interesse commerciale, hanno deciso che non esistono canoni oggettivi di valutazione dei prodotti artistici, non si può più parlare di “opera d’arte”, bensì di “opera d’artista”. La formula significa che non sono più l’estetica o la tecnica a permettere di valutare se un prodotto “vale”, bensì l’identità di chi firma il quadro e la narrazione che il suo agente riesce a tessergli attorno. Si tratta, per capirci, del meccanismo delle griffe nell’abbigliamento, che permettono al “mercato” di farti pagare centocinquanta euro una maglia prodotta al costo di cinque dollari, solo perché sopra c’è un animaletto che rimanda ad una nota marca. Il mercato funziona così in tutti i settori, il che permette al suddetto anonimo monopolista di decidere arbitrariamente cosa vale dieci euro e cosa vale dieci milioni.

Succede così anche nel settore dell’editoria. Ci sono i premi letterari che sono controllati da due o tre major che scelgono, seduti al tavolino di un bar tra uno spritz e un Campari, chi sarà l’esordiente dell’anno o chi il big che avrà la riconferma. E ci si distribuisce tra case editrici i vari premi: “Questo lo vince uno tuo e poi tu mi appoggi quello mio al premio numero due”… Questo preambolo per giustificare il fatto che, per recensire un libro, sia giusto e doveroso ormai presentarne prima l’autore. La cosa di per sé non mi piace, sarebbe bello che i libri fossero anonimi e venissero apprezzati “per sé”, ma così non funziona, se dietro non c’è una casa di prestigio e una macchina di promozione il lettore non lo viene nemmeno a sapere che quel tal libro è stato scritto e siamo rimasti in pochi a navigare a vista nelle librerie e comprare un volume perché colpiti dalla copertina o dal titolo, senza nemmeno leggere il nome dell’autore.

Parliamo, dunque, di Mario Vattani. Un personaggio dai molti talenti, poliedrico come un eroe rinascimentale e quindi dobbiamo specificare in questo caso che parliamo di lui nella veste di scrittore e non in quella di musicista, pittore o diplomatico. Per quanto, leggendolo, anche tutte le altre sue “forme” appaiono come elementi fondanti. Quando lo scorso anno Mondadori ha pubblicato il suo “romanzo di ambientazione giapponese” Doromizu, mi sono precipitato a leggerlo. E l’ho trovato ottimo: nello stile, nel ritmo, nelle atmosfere. L’ho presentato e l’ho consigliato. Ma c’era qualcosa che “non c’era”. E non capivo cosa fosse. Conoscendo Vattani da trent’anni, vedevo tra le righe molto di lui, ma percepivo anche un’assenza di lui.

Quando mia moglie – esperta di letteratura davvero e non semplice appassionata di lettura come me – mi ha detto che era stata delusa dalla lettura di Doromizu e io le ho chiesto perché, mi ha risposto che si trattava di un libro commercialmente impeccabile, ma che poteva essere stato scritto anche da un Ammaniti o un Will Ferguson (e non a caso quasi in contemporanea la macchina dell’editoria commerciale e radical-chic l’ha impallato con Tokyo transit di Fabrizio Patriarca); se leggi un libro di Vattani ti aspetti qualcosa di diverso, ti aspetti “più Vattani”. E il Giappone di Vattani – e il Vattani che scrive del Giappone – è finalmente arrivato, con il “diario di viaggio” intitolato La via del Sol Levante. Inutile dire che il fatto che ci sia scritto “la Via” e non, ad esempio, “le vie”, ha un significato, soprattutto se si parla del Giappone. Si tratta del Do che si trova in parole come Ken-do, Kyu-do o Aiki-do e non delle “strade” che Vattani percorre in motocicletta in questo Viaggio (anche questo non nel senso banale del termine) dentro e verso il Sol Levante.

vattani-libro-giapponeSamurai, pittori e piloti di caccia
A pubblicare questo libro in cui c’è tutto Vattani – ma anche il Giappone che non trovi nei libri che parlano della vita frenetica di Tokyo, del sushi e delle geishe per turisti – non è stata una major dell’editoria, bensì una di quelle “case” eroiche che non si rassegnano al monopolio e alla mercificazione. Un editore corsaro dal nome suggestivo: Idrovolante edizioni. Non credo che quando si recensisce un libro si debba fare un breve sunto della trama, come fanno in tanti. Per quello ci sono le quarte di copertina e ormai, se si va su internet, un buon riassunto lo si trova senza problemi.

Vorrei dire, per quel che vale, cosa in questo libro ho trovato io. Il viaggiatore di questa storia è Mario Vattani, ma in realtà si capisce subito che l’autore utilizza se stesso solo come “cucitura” di cento altre storie straordinarie di uomini eccezionali e delle loro imprese. Ma anche di straordinari oggetti, che nella sua prosa prendono vita: spade, sommergibili, aeroplani, motori. In un innesto tra il lirismo di D’Annunzio e il futurismo di Marinetti. Non faccio due nomi a caso, in questa storia di storie ci sono anche loro, come Yukio Mishima, Salgàri, Giuseppe Tucci, Mario Appelius, assieme a samurai, principesse, imperatori, poeti, pittori e piloti di caccia.
Alla fine della splendida presentazione del suo libro fatta con Giordano Bruno Guerri al circolo degli esteri, ho detto a Vattani che ero stato colpito, nella lettura di questo libro, dalla sua capacità quasi taumaturgica di dare vita agli oggetti inanimati. Mi ha guardato perplesso, senza capire a cosa mi riferissi e inconsapevole di questa sua magia.

I due “fratelli d’armi”
Mi spiego. Verso la fine del libro si narra la vicenda della “rottamazione”, all’indomani della sconfitta delle forze dell’Asse, di due sommergibili italiani in Giappone. I sommergibili hanno nomi “umani”, si chiamano Cappellini e Torelli. E muoiono martirizzati a guerra finita, come due “fratelli d’armi” che restano fianco a fianco fino all’ultimo istante.

«Dietro di loro, trainati dai cavi, il Cappellini e il Torelli si accostano a loro volta, per fare insieme l’ultimo viaggio».

E sembra di vedere due giovani ufficiali, legati tra loro col filo spinato, rassegnati e fieri dinanzi al tuffo che li spingerà insieme nel ventre di una foiba. Sembra di sentire l’odore di salsedine sulla loro pelle e vedere i capelli e i maglioni di lana a collo alto agitati dal vento. Sembra di vedere i loro occhi che brillano.

«Due scie parallele si disegnano debolmente sul mare. La prima a perdere lucentezza è la scia della poppa del Torelli… il sottomarino avanza a fatica, è ormai piegato sul fianco… All’improvviso, una raffica di sei colpi sordi scuote dall’interno lo scafo del Torelli. Il sommergibile si raddrizza, come svegliato da un torpore, come se con uno sforzo si fosse messo sull’attenti per un’ultima missione… Un eroe ritto dinanzi al plotone d’esecuzione… All’interno del Cappellini tutto tace. Risuona forte, a momenti, la lamentosa vibrazione dei cavi d’acciaio che l’hanno trainato fino qui. La lunga creatura d’acciaio si prepara per la sua ultima immersione, quella verso la profondità dei morti».

Non avrei mai pensato di poter piangere per la morte di un sottomarino.

Foto Ansa

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