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Il caso di padre Douglas Al-Bazi. Se le sue parole furiose dicono molto più di noi che di lui

settembre 6, 2015 Rodolfo Casadei

Il prete iracheno è scampato alle armi e alle torture dell’Isis, ma non alla stigmatizzazione dei buoni cattolici. La sua colpa? Islamofobia. Eppure…

Fino a qualche giorno prima era un eroico prete iracheno dalla fede incrollabile, che non aveva paura di perdere la vita per Cristo e aveva perdonato i suoi crudeli rapitori. Ma all’indomani del suo intervento al Meeting di Rimini è diventato un intoccabile, le citazioni delle sue parole presentano larghi “omissis” e più nessuno vuole farsi vedere in sua compagnia. Il curioso destino di Douglas Al-Bazi, parroco caldeo a Erbil scampato a bombe e torture ma non alla stigmatizzazione dei buoni cattolici dialoganti che lo hanno idealmente collocato in una black list, merita un approfondimento.

La sua colpa è di avere detto che «l’Isis rappresenta l’islam al 100 per cento» e che «i cristiani in Iraq sono l’unico gruppo ad aver visto il volto del male: l’islam». Due generalizzazioni che falsano la realtà: dire che l’Isis rappresenta l’islam al 100 per cento è come dire che l’Inquisizione spagnola rappresenta il cristianesimo al 100 per cento; di nessuna religione si può dire che è “il male”, perché una religione non è dottrina, ma è il corpo vivo dei credenti che ad essa si richiamano: in loro il bene e il male sono mescolati.

Però quando ci si trova davanti a una personalità come padre Al-Bazi, uno che dice con ragione «il nome della nostra Chiesa è chiesa dei martiri», prendere le distanze da giudizi errati non esaurisce il discorso. Si è moralmente obbligati a chiedersi da cosa nascono quelle parole. I più comprensivi fra i presenti a Rimini hanno detto: è un uomo che ha sofferto tanto e che vede tanta gente soffrire, bisogna capirlo. Non basta, c’è molto di più.

Quante voci inascoltate
C’è la realtà dei 120 mila cristiani che l’anno scorso, al culmine di un decennio di persecuzioni seguite alla caduta del regime di Saddam Hussein, sono stati scacciati dalle loro case dall’Isis e ancora oggi vivono in prefabbricati arroventati dal sole o nei bui e polverosi corridoi di palazzi in costruzione nel Kurdistan, senza nessuna prospettiva di tornare alla loro vita. In migliaia sono già emigrati.

C’è la voce inascoltata di vescovi e patriarchi di tutte le Chiese irachene, che hanno chiesto a più riprese un intervento internazionale in difesa delle minoranze religiose e per ristabilire il loro buon diritto, visto che le autorità locali (il governo di Baghdad e quello regionale curdo di Erbil) non sono in grado di far rispettare i diritti fondamentali dei cittadini.

C’è lo scandalo delle nostre coscienze di cristiani e non cristiani occidentali che non sembrano interrogate dall’ingiustizia di cui sono vittima i cristiani iracheni e le altre minoranze: quando il problema si chiamava Saddam, l’Occidente trovava la forza politica e militare per intervenire, ma adesso che si tratta solo di rendere giustizia a cristiani e yazidi innocenti che non possono contare sullo Stato iracheno per vedere rispettati i loro diritti più elementari, un intervento di polizia internazionale non viene nemmeno preso in considerazione. Raccogliamo e inviamo aiuti umanitari alle vittime, esprimiamo loro tutta la nostra ammirazione per la loro fedeltà a Cristo e l’indisponibilità all’abiura che metterebbe fine alla persecuzione, ci commuoviamo per la loro capacità di perdonare i persecutori. Ma non ci poniamo nemmeno in via teorica la questione di come rendere giustizia alle vittime di violenze e soprusi jihadisti, punire gli autori dei misfatti e metterli in condizione di non nuocere più, mettere in pratica il principio di sussidiarietà relativamente al diritto alla vita e alla sicurezza degli esseri umani (se non ce la fa lo Stato di cui sono cittadini, entra in gioco il dovere della comunità internazionale).

Se capitasse a noi?
È questo atteggiamento un po’ astratto dei cristiani occidentali nei confronti delle loro sofferenze che esaspera i cristiani del Vicino Oriente. Nel dibattito seguito alla proiezione dei filmati di Gian Micalessin e Ferdinando De Haro sui cristiani perseguitati in Siria e Iraq la sera stessa del giorno dell’incontro con padre Al-Bazi, il sacerdote è sbottato: «O ci aiutate a restare, o ci aiutate ad andarcene; o ci fate vivere tutti, o ci fate morire tutti». Che significa: se non volete o potete intervenire con la forza legittima per ristabilire il diritto alla vita e alla sicurezza dei cristiani e delle altre minoranze perseguitate in Iraq, permetteteci di emigrare in massa nei vostri paesi. Oggi l’Occidente assiste gli sfollati iracheni sul piano umanitario e sparacchia sull’Isis quel tanto che basta perché non allarghi l’area dei territori sotto il suo controllo. Ma non abbastanza da farlo retrocedere. Il risultato è che 300 mila cristiani e yazidi languono sotto le tende o nei prefabbricati da un anno, senza nessuna prospettiva di vita normale. Molti allora decidono di emigrare, esperienza che si trasforma in una via crucis: devono attraversare da clandestini il confine con la Turchia, dichiararsi perseguitati religiosi e aspettare per anni che l’agenzia Onu per i rifugiati li riconosca e sistemi all’estero, oppure proseguire il viaggio verso l’Europa in modi illegali e costosi.

Noi cristiani o non cristiani occidentali che alziamo il sopracciglio disgustati per le esternazioni islamofobe di padre Douglas pecchiamo di scarsa empatia. Se capitasse a noi di essere cacciati di casa da una banda di delinquenti, spogliati di soldi, cellulare e auto, e ci ritrovassimo a vivere sotto una tenda in un’aiuola spartitraffico a 80 chilometri dalla nostra casa occupata, con polizia e carabinieri che ci dicono che non possono fare niente per il nostro problema. E se arrivasse un tizio che ci dice: “Bravo, sei stato capace di perdonare gli aggressori e di non lasciarti vincere dall’odio per loro; ti ho portato acqua, carne in scatola e latte in polvere per i tuoi bambini; resisti, io prego tanto per te e ti ammiro, ci scriveremo belle lettere e ci collegheremo in Skype”, quindi se ne andasse lasciandoci nella condizione in cui ci ha trovato. Ecco, se ci succedesse questo, cosa penseremmo di lui e di tutti i tizi come lui? Intendiamoci: gli atti di giustizia non esauriranno mai la domanda di giustizia che è nel cuore dell’uomo, e quando una compensazione umana si rivela impossibile da ottenere, il cristiano è chiamato a quelle forme di giustizia più grande che sono l’amore per il nemico, il perdono di chi ci ha ingiustamente afflitto, il martirio in tutti i significati del termine. Ma ai nostri fratelli cristiani perseguitati l’ascesi verso la santità risulterebbe più facile se noi in Occidente mostrassimo un po’ più di contrizione per la parte di colpa che abbiamo della loro attuale situazione, un po’ più di sofferenza per la giustizia umana che viene loro negata, un po’ più di sensibilità e di impegno a livello politico per la soluzione dei loro problemi: quando il patriarca caldeo Louis Sako venne a Milano nel novembre scorso, chiese che gli italiani facessero una manifestazione di solidarietà per i loro fratelli cristiani iracheni. Non è stato esaudito.

«Nel suo petto c’è un cuore bianco»
Alla serata di Rimini qualcuno ha addirittura eccepito che non era il caso di mostrare i video delle milizie cristiane che si stanno organizzando per l’autodifesa dei territori in Siria e Iraq, «perché il punto non è quello, la risposta cristiana è un’altra». Il rischio del moralismo qui è palpabile. Viene in mente il Vangelo: «Legano pesi opprimenti, difficili a portarsi, sulle spalle degli uomini; ma essi non li vogliono muovere neppure con un dito».

Mentre tanti prendevano le distanze dallo spigoloso sacerdote iracheno, per i corridoi del Meeting di Rimini andava e veniva un giovane: «Per favore, fatemi parlare con padre Douglas. È un uomo buono. Nel suo petto c’è un cuore bianco (nella simbologia orientale significa buono e puro, ndr)». Chi era quel giovane? Farhad Bitani, l’autore de L’ultimo lenzuolo bianco, profugo afghano, musulmano. Che lezione.

Foto Ansa


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10 Commenti

  1. Cisco scrive:

    «l’Isis rappresenta l’islam al 100 per cento» è una affermazione ineccepibile, non vedo in nome di che cosa si possa confutare. Casomai occorre aggiungere che «l’Islam non è rappresentato dall’Isis al 100 per cento», perché per fortuna esistono persone come Farhad Bitani.

    «O ci aiutate a restare, o ci aiutate ad andarcene; o ci fate vivere tutti, o ci fate morire tutti».
    E’ vergognoso che parte dell’Occidente non accolga i profughi di questa guerra da esso creata e attualmente lasciata correre con il solo obiettivo di isolare sia il caliggo che l’ISIS.

    Bisognerebbe sì organizzare una grande manifestazione, ma andatelo a dire voi a Galantino, che sta dialogando con Al-Baghdadi: speriamo che almeno riesca ad ottenere risultati migliori che con la senatrice Cirinnà.

  2. don alessandro guiso scrive:

    sono vicino a padre douglas al-bazi col cuore e la preghiera parlo a nome di tutti i cristiani della comunita’ che il SIGNORE MI HA affidato…in questi tempi di ipocrisia,buonismo e pietismo dire la verita’ da’ fastidio ma solo la VERITA’,quella unica e assoluta che è GESU’ CRISTO ci fara’ liberi….DIO benedica p. douglas e i fratelli perseguitati! don Alessandro

    • SUSANNA ROLLI scrive:

      Don Alessandro, di cuore la ringrazio per il suo intervento, breve ma chiaro, limpido e fresco, veritiero…Avanti così, don, rivestiti di umiltà, Verità e tanta carità: vogliamoci sempre più bene! Mi scusi se mi sono permessa…

  3. leo aletti scrive:

    Grazie Casadei, ci hai fatto vedere l’ipocrisia di gran parte del meeting.

  4. Iskandar92 scrive:

    Padre al-Bazi nella sua spontanea denuncia ha voluto lanciare un grido d’aiuto anche ai musulmani perché la sofferenza subita da tanti cristiani e musulmani possa penetrare il velo dell’indifferenza, del fanatismo e dell’odio. Ma le persone si soffermano alla superficie non vogliono scendere in profondità perché altrimenti dovrebbero affrontare i mostri del dubbio e della coscienza.
    Perché invece di accusare di “islamofobia” chi ha vissuto tali e devastanti esperienze per mano di chi rivendicava il diritto di rappresentare l’Islam, il mondo islamico non si impegna a mostrare a questo uomo una luce diversa, riscattando così l’immagine di se stessi e della propria fede?
    L’ombra di morte che ha investito il nostro mondo facendoci sprofondare in una notte oscura di odio non se ne andrà da sola ma spetta a tutti noi cacciarla con le nostre azioni, pensieri e preghiere giorno dopo giorno finché il sole squarcerà le tenebre e sul Vecchio Mondo tornerà a splendere una luce di vita e speranza

  5. Mappo scrive:

    Dire che ISIS non rappresenta l’Islam, che è un’interpretazione errata o eretica dell’Islam è una sciocchezza grande come una casa. ISIS è una delle intrepretazione dell’Islam e non vi è nulla nel suo agire che contrasti con gli insegnamenti del Corano. Che poi ci siano anche altre interpretazioni dell’Islam e altri modi di viverlo questo è un’ovvietà. Mi disturba moltissimo leggere o ascoltare gli interventi di tanti zelanti cattolici che si sentono obbligati ogni volta a sottolineare una presunta eresia dei membri di ISIS nei confronti di un islam ortodosso. Il problema è viceversa insito nell’Islam stesso, che a differenza della Chiesa cattolica, nei secoli non ha voluto o saputo darsi un’autorità unica e indiscutibile come quella rappresentata dal Papa e dalla comunione con lui di vescovi, sacerdoti e fedeli. Senza di essa non restano che le fatwe interpretative di un imam contro l’altro e, citando il Papa, chi sono io per giudicare se bruciare vivo un uomo sia contro i precetti islamici? Come ha giustamente ricordato, qualche mese fa, il presidente dell’Egitto Al Sisi, è l’Islam stesso che deve interrogarsi e guardare al suo interno per risolvere questa spirale di violenza e di intolleranza che, praticamente senza eccezioni, riguarda la totalità dei paesi dove l’Islam è religione maggioritaria. Occorre che l’Islam abbia il coraggio di cambiare, la Chiesa cattolica ha avuto nei secoli concili, riforme, controriforme che nel bene come nel male hanno mutato profondamente il suo agire senza mettere a repentaglio il suo tesoro di fede. Faccia lo stesso l’Islam, il problema è solo suo, anche se siamo anche noi cristiani a doverne pagare i costi Fino ad allora ritenere i tagliagole di ISIS dei buoni mussulmani sarà una cosa del tutto legittima.

  6. grisostomo scrive:

    Togliere ai cristiani perseguitati dall’Islam non solo il riconoscimento del loro dolore, la valutazione del grande pericolo che stanno correndo come testimoni di Cristo, ma anche la speranza di potersi confrontare coi loro assassini con le armi in pugno è una vergogna infinita. Gesù non ha lasciato l’insegnamento da capre smarrite che i profeti dell’accoglienza, vigliacchi ed infami, bestemmiando, adulterano e propalano.
    Noi avremo tanta pace quanta saremo capaci di conquistare e di difendere. Se occorre con le armi. Se occorre contro le armate del demonio.

  7. Stefano scrive:

    Chi dice che occorre dialogare, perché le religioni sono uguali e che il nostro Dio è anche quello degli altri, pone il dialogo su basi errate e contrarie alla nostra fede. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” e solo in Cristo è per mezzo di Cristo è la salvezza. Quindi uno solo è Dio e uno solo il suo nome, che non è hallah, shiva, ecc e da questo ne deriva che nel dialogo dobbiamo tener conto di questo, cioè dobbiamo presentare la nostra verità, cioè Gesù il figlio di Dio. Perché disse agli apostoli di andate e portate la sua parola agli uomini e se questi non capiranno dovranno andarsene scuotendo la polvere dai calzari. In definitiva l’opera del Cristiano non può essere solo quella dell’assistenza materiale del prossimo, ma questa deve essere accompagnata anche dalla testimonianza della parola, perché altrimenti la Chiesa non è diversa da una qualsiasi OnG. Per quanto riguarda Padre Al-Bazi non ha detto nulla di così profondamente sbagliato, se ripensiamo alle parole del Poverello di Assisi al Sultano, lui che sulla pace e sull’amore per il prossimo a basato teen parte della sua fede, ma non ha mai dimenticato la parola dell’unico vero Signore.

  8. Raider scrive:

    Tengo a fare sapere che non posso intervenire su “Tempi.it” causa hacker: io che sono accusato dai bugiardi come l’Islam che imperversano qui di essere hacker e non so cos’altro, non sono in grado di proteggere il mio computer perché lo uso solo come macchina per scrivere e non ci capisco un’acca. Il tecnico, che sa di non avere molto da guadagnare con me, se la prende comoda. Ho avuto parecchie cose da fare. Posso solo chiedere a qualche amico di mettermi a disposizione il computer per una ‘finestra’ di pochi muniti o qualche ora ogni tanto. Dovrei comprare un nuovo pc, ma, come dice Renzi, abbiamo altre priorità.
    Questa premessa sul personale per dire che non ho avuto occasione di intervenire su un precedente articolo di “Tempi.it” in cui non si dava conto in toto delle cose dette da padre al Bhazi al Meeting. Erano cose non in tono con la linea pro-renziana: ma non dico altro, nemmeno per esprimere il mio disagio, non qualche sospetto legittimo, stanti i fatti.
    Meglio tardi che mai, comunque. Padre al Bhazi ha detto che, sì, è possibile e ha un significato meraviglioso l’amicizia fra crisitiani e musulmani dove i cristiani sono ancora – per poco – maggioranza semplice: ma che la stessa amicizia nell’Islamistan è tutta un’altra musica.
    Non facciamoci illusioni, specie se alimentate dalla Merkel. Hanno ragione i vescovi ungheresi e Viktor Orban: e ha torto marcio Galantino.
    NO ALL’ISLAM!

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