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I riflettori sul terremoto dell’Emilia si sono spenti. «Chi può, è ripartito senza lo Stato»

agosto 28, 2012 Chiara Sirianni

Come procede la ricostruzione in Emilia? In che modo dare respiro alle imprese? Risponde Massimo Rossi, Delta Informatica (Cento): «Il rischio esodo è concreto»

«Dopo le due scosse del mattino mi sono ritrovato rifugiato nel giardino di casa accampato con la famiglia, assieme ai vicini, con la necessità primaria di trovare una soluzione per la notte. E di capire se, come, dove e quando avrei potuto riprendere l’attività dell’azienda e se, come, dove e quando mia moglie avrebbe potuto riaprire il suo negozio. In quel momento ho capito che iniziava un’altra vita ed un’altra storia: in un istante erano saltati tutti i riferimenti della mia sicurezza». Massimo Rossi è l’amministratore di un’azienda di informatica (la Delta srl) che lavora nel mercato della sanità con sede nel pieno centro storico di Cento, nelle vicinanze di Piazza del Guercino, all’interno di quella che dal 29 maggio, dopo il terremoto che ha scosso l’Emilia Romagna, è diventata “zona rossa”.

A tre mesi di distanza, cosa è cambiato?
Mi ricordo che la mattina successiva al terremoto, nonostante io avessi telefonato a tutti perché si sentissero liberi, tre miei dipendenti mi aspettavano alle 8 del mattino alla transenna che delimitava la zona rossa per vedere se si poteva accedere all’ufficio accompagnati dai vigili del fuoco. È chiaro che essendo all’interno del centro, in gran parte transennato, con molti tratti inaccessibili, viviamo – come tutti – in un clima di transitorietà e di difficoltà. Ma oggi, al di là di qualche problema logistico, siamo ripartiti.

In generale, che clima si respira?
L’impressione è che i riflettori si siano spenti. Gli imprenditori, in particolare, si sentono lasciati soli. Chi aveva maggiori risorse finanziarie le sta utilizzando per ripartire, indipendentemente dagli aiuti che arriveranno dal governo. Chi non ne ha la possibilità, è fermo. Anche se l’Agenzia delle Entrate ha precisato di non avere alcun potere decisionale sull’eventuale proroga degli adempimenti fiscali per i territori colpiti dagli eventi sismici, quando la stampa ha dato notizia del mancato rinvio dei pagamenti delle tasse in molti hanno gridato allo scandalo. Il sentimento generale delle imprese del territorio, semplificando molto il concetto, è il seguente: ci stiamo arrangiando da soli, almeno non metteteci davanti ulteriori ostacoli.

Vasco Errani, presidente della regione Emilia-Romagna nonché commissario per la ricostruzione, ha annunciato che per i Comuni terremotati il pagamento delle tasse slitta al 30 novembre. Basterà o è necessaria una “no tax area”, come chiedono associazioni di categoria e amministratori locali?
Molti considerano la no tax area una soluzione, non solo per chi ha avuto danni, ma anche per chi, come i commercianti e le imprese, sta subendo l’indotto negativo del sisma. Operare in un territorio colpito così profondamente diventa complicato, nel momento in cui la capacità di spesa si riduce drasticamente. Attualmente sono molte le attività che stanno chiudendo, o che stanno valutando seriamente la possibilità. La no tax area avrebbe il vantaggio di aiutare anche chi si trova, per così dire, “indirettamente” in crisi.

Cosa vi aspettate dalle istituzioni, sul breve periodo?
Tassazione a parte, sarebbe utile velocizzare l’operazione di messa in sicurezza dei beni architettonici, che sta oggettivamente bloccando la ripresa. Io vivo in un paese, Cento, in cui due chiese pericolanti del centro costringono il Comune a tenere chiuse molte strade. Il che impedisce sia la ripresa delle attività, sia l’apertura dei cantieri per chi sta tentando il recupero. Percepiamo la difficoltà, da parte dei nostri sindaci, di relazionarsi con chi di questi beni è competente. Ragion per cui ci sono dei rallentamenti.

Perché è importante dare respiro alle imprese?
Il rischio esodo è concreto. Alcune imprese hanno dovuto spostare la sede lontano dallo stabilimento originario, e per i lavoratori diventa talmente oneroso il viaggio per raggiungere il luogo di lavoro che valutano di trasferirsi altrove. E se nei paesi medio-piccoli, come quelli colpiti, una bottega chiude o viene trasferita, è come se ci fosse un buco. È un pezzo di paese che scompare.

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